Da un po’ di tempo in molti si sono accorti che esiste una comunicazione empatica. Ovvero che non si tratta solo di trasmettere conoscenze e competenze, ma si tratta di armonizzare queste competenze, renderle comprensibili, spiegarle, e farle amare agli altri. Per tutto questo ci vuole passione e condivisione. Le aziende che hanno sempre avuto un comportamento per nulla empatico ma pragmatico oggi si trovano a dover fare i conti con tutta una serie di bisogni che un tempo non erano neppure contemplati.

La colpa, se così si può dire, è dei social network, che hanno proiettato nelle vite individuali bisogni emotivi che ormai fanno parte di un bagaglio esplicito di tutti noi. Qui l’abbiamo detto molte volte, il privato reso pubblico e condiviso ha generato un mood, una corrente collettiva da cui è difficile uscire. Per intenderci, se prima i muri di mattoni grigiastri erano accettati perché rappresentavano la norma, ora che stiamo colorando i muri delle città con disegni brillanti, non vanno più bene a nessuno.

Accadrà che i bisogni emotivi e interiori diventeranno una necessità per tutti. Le città degli anni ‘50 avevano molto cemento e pochi parchi. Erano figlie di un’immigrazione contadina che dal verde, dai campi, fuggiva, perché la ricchezza era una casa, e non l’albero sotto casa. La cose sono ovviamente cambiate. Le aziende, eccetto il modello utopico di Adriano Olivetti, erano quelle che erano. Non c’era da inventarsi nulla che fosse fuori dal rullo consueto delle catene di montaggio. Aveva importanza solo l’efficienza e la produzione. Poi qualcuno cominciò a capire che anche le fabbriche potevano essere più belle di quelle che erano sempre state. Ma non si è fatto molto in questa direzione. La maggior parte degli edifici che ospitano grandi aziende, hanno strutture degne di un carcere: corridoi infiniti, colori improbabili, poca cura nei dettagli.

Finché è stata chiara la separazione tra privato e lavoro tutto questo ha funzionato. Ma da quando il confine tra i bisogni interiori e quelli pratici si è praticamente annullato il problema non è risolvibile semplicemente. Forse non serve la poesia per dirigere un’azienda, ma è indubbio che nessuno sarà più capace di accontentarsi di ambienti neutri, nessuno vorrà più vivere buona parte del proprio tempo dentro strutture anonime. Non basterà dire: questo è un luogo che serve per lavorare. Perché lavorare oggi è tante cose, e non una sola. Ma soprattutto perché il bombardamento emotivo di questi anni, fatto attraverso un continuo mostrare prodotti con una coerenza estetica, produrrà una rivoluzione sommersa.

Per intenderci. Prima di Apple i computer erano cassoni polverosi e neri. Prima di Ikea, i mobili e gli oggetti destinati a un pubblico più largo e con meno potere di acquisto, erano spesso inguardabili e brutti. Per non parlare dei vestiti: che siano magliette o biancheria intima a basso prezzo, o ancora i franchising dei parrucchieri.

La democratizzazione del gusto è iniziata da almeno vent’anni. Cominciando dalla comunicazione emozionale degli spot pubblicitari e dalla moda, passando per il cinema che ha cambiato linguaggi ed estetiche, e arrivando sul web, attraverso i social network che hanno reso le vite di tutti, altrimenti anonime, più interessanti, persino uniche.

L’ultima rivoluzione, quella dei rapporti personali, dopo aver cambiato i propri luoghi virtuali e privati, cambierà luoghi reali e pubblici. Niente sarà più lo stesso. Neppure le gerarchie aziendali e i rapporti di forza. Nel 68 la fantasia sembrava dovesse andare al potere, ma era solo un bluff, una suggestione culturale ben lontana dalla realtà. Ora la fantasia  è al potere già da qualche tempo, ma è ancora nascosta in stanze che nessuno sta aprendo. Da quelle stanze uscirà presto. E sarà davvero divertente vedere quello che succederà.

(Sette del Corriere della Sera)