La domanda sembrerà bizzarra: si può aprire a caso una enciclopedia digitale? No, non si può fare. Al punto che le versioni digitali delle enciclopedie, quelle che possiamo consultare al computer o sui tablet, hanno una funzione che ogni giorno sceglie un termine a caso da farci leggere. Si chiama: la parola del giorno.

Tutti abbiamo aperto dizionari a caso. Abbiamo letto voci che non cercavamo. E siamo entrati nelle librerie per trovare libri che non sapevamo esistessero. E tutti abbiamo letto le enciclopedie come si leggono i libri. E abbiamo viaggiato per il mondo senza sapere bene dove andare. E abbiamo scritto libri di cui non immaginavamo la trama.

Poi il modo di pensare è cambiato con lo sviluppo tecnologico. Oggi si cercano le cose. Le enciclopedie digitali permettono ricerche molto sofisticate. I libri sono completamente indicizzabili, e se voglio sapere quante volte il Manzoni nomina la Monaca di Monza mi basta chiederlo al testo. I critici letterari potrebbero inventarsi saggi che un tempo avrebbero richiesto cinque anni di lavoro, e adesso basterebbero due mesi. Tipo: il racconto del bacio nella letteratura femminile del Novecento. Metti la parola chiave su cento romanzi in formato digitale, e il gioco è fatto. Poi organizzi i riferimenti, li analizzi, e scrivi con molta meno fatica.

Abbiamo guadagnato molto, e da molti punti di vista con la digitalizzazione dei testi e delle enciclopedie: in termini anche di aggiornamenti e di ricerca. Ma cosa abbiamo perso, in realtà? Abbiamo perso conoscenza. Abbiamo smarrito quella terra senza punti di riferimento in cui bisogna assolutamente perdersi per trovare le cose. Abbiamo smesso di attraversare i deserti senza una precisa direzione, perché ormai dobbiamo arrivare subito. Siamo diventati tutti turisti della cultura, e ci siamo dimenticati di essere  dei viaggiatori.

Il sogno di Diderot e D’Alembert era quello di mettere assieme il sapere universale in un’opera. E l’opera aveva una fisicità vera e propria. Per decenni era uso farsi fotografare in modo ufficiale con una enciclopedia dietro le spalle. I possessori di un’edizione dell’Encyclopédie erano fortunati e orgogliosi di mostrarla, con i suoi dorsi bellissimi. La fisicità della cultura era nel vedere volumi allineati che mostravano volontà di studio e di ricerca. I romanzi in digitale sono ancora lontani dalla nostra quotidianità. Ma i dizionari e le enciclopedie cartacee dureranno ancora pochissimo. Quelle digitali sono meno costose, più aggiornate, più rapide, e ingombrano meno.

Ma a che prezzo? Se vi andate a leggere le voci più ricercate su Wikipedia farete delle scoperte sorprendenti. La prima voce, la più richiesta di tutte è: “Banda della Magliana”, subito dopo c’è “Jane Austin”, e a seguire “Harry Potter”, “Romanzo Criminale”, “I Cesaroni”, “Big Bang Theory” e il rapper “Fabri Fibra”, che sta più in alto di “Mark Zuckerberg”.

Mi fermo qui, l’elenco sarebbe lungo, ed è fin troppo facile fare della sociologia su questo elenco di voci. È del tutto evidente che Wikipedia è un’enciclopedia collettiva e online, e che non è un’opera, non chiede coerenza interna. Il suo scopo è avere più voci possibili.

Invece le grandi enciclopedie di un tempo erano fatte di voci scelte per farne parte, e di voci che non trovavano posto perché non coerenti con un progetto culturale. È evidente che “Banda della Magliana” non è una voce di enciclopedia, mentre Jane Austin è una perfetta voce da enciclopedia. Ma nessuno di quelli che cercherà Banda della Magliana, o il rapper Fabri Fibra, finirà mai sulla pagina di Jane Austin, e viceversa. Perché i cammini sono cambiati. Perché si cerca sempre quello che un po’ sappiamo già.

Il filosofo Krishnamurti diceva: «la verità è una terra senza sentieri». Anche la conoscenza è una terra senza sentieri. E non possiamo accontentarci dele autostrade digitali.

(Sette del Corriere della Sera)