Recensire un libro come questo di Umberto Eco, 1332 pagine di studi sul pensiero medievale scritti in una vita intera, per molti può essere un’impresa al limite dell’impossibile (Scritti sul pensiero medievale, Bompiani, 35 euro). È una raccolta di testi complessi, scientifici, in molti casi persino per specialisti.

Ma questi testi finalmente raccolti in un volume unico li conosco bene, li ho letti negli anni e qualcuno l’ho studiato. E devo dire che vedere tutta assieme la mole di queste pagine mi fa impressione. Perché Eco è un romanziere assolutamente atipico, con un legame profondo con un mondo, quello del Medioevo, che – comunque sia – lo ha sempre guidato in tutte le cose che ha fatto e che ha scelto. Cominciando dalla sua tesi di laurea: Il pensiero estetico in Tommaso d’Acquino, discussa con Luigi Pareyson e Augusto Guzzo a Torino nel 1954, per proseguire con i suoi saggi sull’estetica medievale pubblicati nel 1958, continuando con la lettura tomistica della narrativa di James Joyce, e poi tutto il resto. Quel periodo storico, molto difficile da interpretare, ha fatto di lui un semiologo. E da semiologo Eco ha scritto di medioevo per anni, delle sue dispute filosofiche e mistiche.

E quando decise di pubblicare il suo primo romanzo, Il nome delle rosa, non potè far altro che ambientarlo proprio in quel periodo: in un monastero tra Liguria e Piemonte nel 1327.

Il nome della rosa gli ha dato la celebrità mondiale. Il medioevo è stato per lui il nucleo di una vita, il punto di partenza, quasi un destino per certi versi. Alcuni anni fa Eco scherzando, raccontava di non aver fatto il medievalista perché quello era un mestiere da ricchi. Si trattava di girare il mondo e l’Europa per poter studiare e consultare preziosi codici e manoscritti. O avere abbastanza denaro per permettersi microfilm. Oggi sarebbe tutto diverso, la tecnologia consente copie e digitalizzazioni che un tempo erano impensabili.

Ma in realtà, e questo tomo densissimo lo dimostra, Eco il medioevo non lo ha mai abbandondato. Quando a 48 anni pubblicò il suo primo romanzo, rispose in un’intervista che lo aveva fatto per liberarsi da «antiche ossessioni». E in un’altra conferenza dichiarò che voleva scrivere un romanzo perché innanzitutto avrebbe voluto «avvelenare un monaco».

Erano i paradossi di Eco, mai curiale, mai eccessivamente accademico, sempre in grado di trovare il nodo, il paradosso di ogni cosa. Oggi quei paradossi, quel modo trasgressivo, eccentrico e sorprendente di affrontare i temi culturali è diventato un monumento vero e proprio, un discorso sul metodo, sulla cultura, sulla letteratura che va avanti da quasi 60 anni e che ha una coerenza veramente rara nella cultura italiana del dopoguerra.

Un uomo eclettico, eccentrico, colto, capace di scrivere attraverso registri sempre diversi, ma con un nucleo profondo che per lui è stato come una stella polare, il centro in cui trovare una direzione, un cammino, il luogo a cui ritornare tutte le volte che aveva bisogno di capire meglio la realtà delle cose.

Alle volte per diventare scrittori basta ritrovare il sapore di un antico biscotto, come per Proust, ma può anche bastare un’immagine lontana che scoperchia una passione e da cui non ti liberi. Se in Eco è accaduto qualcosa del genere è accaduto forse dentro una chiesa, davanti a un affresco, o su un’immagine miniata riprodotta in un libro. E forse è partito tutto da lì. Che poi in quasi 60 anni lui abbia continuato a miniare da solo quell’immagine, con saggi dopo saggi, letture dopo letture, usando il medioevo come un dizionario personale per leggere il mondo moderno, beh, questo è il prodigio che sanno compiere i grandi intellettuali.

Leggere per intero un libro del genere è chiedere troppo, se non sei un medievalista. Ma sfogliarlo qua e là, trovare corrispondenze, lasciarsi incuriosire da un testo del genere è buona cosa. Come leggere i dizionari. Passando da una parola all’altra, imparando i termini che più ci colpiscono senza pretendere di imparare una lingua intera.