Torno a pensare alla poesia, e comincio a capire che sta accadendo qualcosa. Da poche settimane Adelphi, nella sua Piccola Biblioteca manda in libreria una sorta di testamento, per certi versi imperfetto, della grande poetessa polacca – premio Nobel per la letteratura – Wislawa Szymborska. Il volumetto, di sole 85 pagine si intitola Basta così (10 euro). Ed è, come accade spesso con Adelphi, una delizia grafica, oltre a essere molto elegante. Perché mi colpisce? Intanto perché Szymborska è una vera e propria star della poesia contemporanea, tra le poche a essere entrata nella classifiche dei libri più venduti. E stiamo parlando di un’autrice che non ha una scrittura facile o popolare, ma che ha scritto versi complessi, tradotti tra l’altro da una lingua, il polacco, che non permette quasi a nessuno un raffronto – anche parziale – con l’originale.

Questo volumetto mi interessa perché Adelphi fa un’operazione che sarà il futuro, il canone, per i molti libri che verranno. Ovvero popolarizza la filologia, mette assieme linguaggi diversi. Il libro infatti è diviso in due parti. Nella prima parte, con il testo a fronte, una serie di poesie della Szymborska. Nella seconda parte l’editore aggiunge un capitolo che si intitola: “Poesie ultime. Introduzioni e descrizione dei manoscritti”. In questa seconda parte si può spiare la scrittura della poetessa. Le correzioni, le parole cancellate, i versi riscritti. Si può vedere insomma quello che i filologi vedono da sempre, quello con cui la filologia si confronta ogni giorno.

Con una differenza sostanziale. I filologi lavorano di solito per decidere il testo da pubblicare. E dunque studiano varianti e correzioni per capire quale poesia è quella davvero definitiva, in che modo il testo dovrebbe essere stampato. Come potrete capire, per Dante e Boccaccio è un lavoro davvero difficilissimo, con Manzoni e I promessi sposi sono stati pubblicate le versioni interlineari, e man mano che si procede verso la contemporaneità i dubbi sono sempre meno. I testi sono sempre più stabiliti, e a parte il caso del Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio che fu un guazzabuglio filologico che solo Maria Corti poteva risolvere, per il resto è tutto limpido e semplice. Ma allora la filologia conotemporanea a cosa serve?

Serve a fare volumi come questo di Adelphi, non serve a stabilire il testo, ma serve a spiare il testo, a entrare nelle sue pieghe. Quasi i manoscritti possano diventare dei reality letterari in forma di scrittura, una vera e propria calligrafia delle passioni su cui indagare, guardare, immaginare. E allora anche le parole cancellate dicono qualcosa, allora anche i versi accantonati entrano nella pelle, nella sensibilità dei lettori e diventano importanti, suggestivi.

Questo comporta tutta una serie di problemi. Il più importante è che gli autori ormai lo sanno: come non si possono pià scrivere racconti ingenui, non si possono più fare correzioni senza sapere che prima o poi potrebbero essere lette. Per cui i cassetti dei grandi scrittori non contengono più segreti che un giorno verranno svelati, ma contengono finti segreti che un giorno saranno scannerizzati e pubblicati, che sia su un sito o in volume poco importa.

I segreti letterari da non svelare verranno ovviamente distrutti, pagina dopo pagina, per evitare che possano essere ritrovati o letti. Per cui nel futuro avremo una filologia di nuovo tipo. Un modo di scrivere testi che mette assieme opere definitive, e opere parziali, cancellature che non saranno cancellature, e correzioni che metteranno in risalto, volutamente, il testo precedente.

Szymborska quando ha corretto questi bei versi non poteva non sapere che le correzioni sarebbero arrivate a noi. Nascerà una psicologia della filologia, e un modo nuovo di scrivere. E di libri come questo ne vedremo in futuro sempre di più. Mappe letterarie in cui cercheremo di orientarci. Come dice in questo libro proprio la Szymborska: «Amo le mappe perché dicono bugie / Perché sbarrano il passo a verità aggressive / Perché con indulgenza e buonumore / sul tavolo mi dispiegano un mondo / che non è di questo mondo». E ha ragione, sarà più difficile navigare tra le bugie degli scrittori.

@ Il Messaggero 24.11.2012