Leggo e rileggo lunghe parti del libro – del romanzo, del testo, non so esattamente come chiamarlo – di David Grossman Caduto fuori dal tempo (Mondadori, pp.183, €18,50) e mi convinco sempre di più: qualunque cosa voi stiate facendo ora, andate in libreria e compratene una copia. Poi sedetevi comodi, chiudete la porta della vostra stanza e comincerete a capire che questo libro è un punto di svolta per i lettori del futuro, per noi scrittori, per chiunque. Travolge come un’inondazione i generi letterari che erano paesini ben tenuti e in ordine, travolge le nostre coscienze, il senso del dolore che ci ha sempre regalato la letteratura. Un dolore raccontato, un dolore di altri, che abbiamo sempre usato come specchio, come qualcosa di lontano da noi, per sopportare e spiegare i nostri di dolori.
Il dolore di Grossman non è il suo dolore, ma è il nostro dolore, la sua storia è la nostra storia, la sua distanza dal mondo è la nostra distanza dal mondo. E non solo perché percepiamo a ogni riga l’autenticità del suo dramma: la perdita del figlio militare in Israele nell’ultimo giorno di guerra. Non è solo questo: è la parola di Grossman a sbaragliarci, a toglierci il fiato, a farci capire, per una volta, cosa sia la parola quando è scarnificata, evaporata dal sole del deserto del Negev; la parola che non dice, la parola che non è immagine della mente, la parola che non descrive, che non racconta, che non esprime concetti, ma che è lì, esposta come una finestra sul nulla, come una porta, una soglia che non sappiamo attraversare. Una soglia che ci fa vedere oltre quello che non sappiamo e non vogliamo vedere, quello che non siamo più e non riusciremo a essere nel futuro.
Cos’è Caduto fuori dal tempo se non un libro che alterna poesia e narrativa, dramma e teatro, due parole unite assieme così, in modo indissolubile? Ma cosa è se non puro verbo, pura capacità di metterci di fronte al tempo sapendo che il tempo non svela nulla, non consola, e non assolve. Questo tempo immobile, di un prima e un dopo che non sono più un prima e un dopo, dilatato fino a renderlo impensabile, ha portato Grossman a comporre un testo che è quanto di più rapsodico io abbia mai letto.
In questo libro la poesia si ripiega come una stella che implode, la vita è una voragine che oscilla tra l’orrore del nulla e la comprensione dell’universo, del senso delle cose, come un prodigio sospeso, ma senza che questa sospensione possa portare a qualcosa: una sospensione che non è conseguenza del dolore e non è preludio a una salvezza, a un sollievo, o una ennesima disperazione.
Nessuna legge dei numeri può spiegare perché il vento del deserto soffi in un modo o in un altro. Nessuna legge della letteratura, se mai ci sono state, può riuscire a dirci che la cosa più eversiva e sconvolgente che ha fatto Grossman in questo libro è quella di aver trovato le parole del dolore. Perché il dolore non vuole parole, con il dolore non ci sono parole. Proprio così: aver trovato le parole. Ma non per raccontare, non per oltrepassare la soglia, ma per lasciarla immutata come un paesaggio che non sappiamo attraversare, come una possibilità che in verità non abbiamo mai avuto.
In questo libro c’è l’ineluttabilità della vita e l’inutilità di qualsiasi letteratura: che sia consolatoria o diperata poco importa. Perché quando esiste l’amore non c’è consolazione e non c’è utilità, non c’è sollievo e non ci sono parole. Quel figlio perduto è un racconto che non si lascia descrivere se non con quella paura nei confronti della speranza che è la paura di rendersi conto che proprio la paura, la speranza, i sentimenti, e poi dolore e felicità, sono immersi in un tempo indifferente.
Così cadere fuori da quel tempo indifferente vuole dire entrare nell’indicibile. Un indicibile che ci rende pietrificati di fronte questo libro. Pietrificati, come il deserto di quella guerra dove è rimasto ucciso il figlio di Grossman. Il deserto di tutti, il deserto del tempo e il deserto della vita che non è assenza e non è vuoto, ma al contrario è dolorosa presenza, doloroso futuro, ma soprattutto parola, verbo ritrovato: verbo intrappolato alla fine dei tempi e non più al principio delle cose.

[Il Messaggero, 3.11.2012]