Conosco persone che riscrivono tutto sulla carta, sui quaderni, quello che postano su twitter o su facebook. Hanno paura che nel tempo la memoria e la storia digitale di ognuno di noi vada perduta.

È una paura ragionevole. Non solo è difficile sapere come cambieranno i software e i sistemi operativi nei prossimi anni, ma è ancora più difficile prevedere cosa accadrà tra cinquant’anni del materiale postato su facebook, se nel frattempo facebook non ci sarà più. Il problema non è da poco. Ci vorrà ancora qualche tempo per prendere coscienza del fatto che la memoria, la storia, gli archivi, le informazioni giornalistiche e più in generale tutte le cose inserite sul web rischiano di diventare inservibili.

Viviamo un paradosso: tutto resta e tutto è rintracciabile con una facilità straordinaria. Dalla propria poltrona, dalla propria scrivania, con qualche parola chiave si ritrovano cose che un tempo richiedevano ricerca, casualità, viaggi, fortuna e ostinazione. Solo che il web ha un problema: per cercare le cose in quell’oceano di dati, di informazioni, di immagini, devi sapere già cosa cercare, devi mettere la parola giusta su google, e aspettare che l’algoritmo ti dia la risposta.

Ma la maggior parte degli esploratori, degli studiosi, dei viaggiatori, degli storici e degli archeologi hanno trovato cose che non cercavano, e non sono riusciti a rintracciare invece cose che volevano trovare. Per fare un esempio, i rotoli del Mar Morto, si sa, furono scoperti duemila anni dopo essere stati scritti, in un deserto, dentro varie grotte. Un ritrovamento straordinario e naturalmente casuale perché nessuno li cercava e nessuno sapeva esistessero.

Ma cos’è la casualità sul web? E quanto l’oblio e il tempo possono distruggere la memoria della nostra epoca che è tutta su internet? Sul web tutto si crea e nulla si distrugge. È un oceano dove ogni cosa resta sul fondo, a migliaia di metri di profondità. Puoi chiedere che qualcosa affiori, ma non è detto che troverai il relitto o il messaggio in bottiglia giusto. Ma non puoi immergerti per cercare, perché sarebbe impossibile. Anche per le cose più semplici: quante foto i nostri padri hanno scattato nella loro vita intera? Forse mille o duemila. E quante ne scatteranno i nostri figli? Probabilmente 250 mila. Ma come le ritroveranno e come faranno a riguardarle?

Noi sappiamo che dall’antichità fino al medioevo ci è rimasta una parte minima delle opere letterarie, poetiche e filosofiche scritte, oltre alle opere d’arte e alle architetture. È bastato l’incendio della biblioteca di Alessandria a fare un danno assoluto per la cultura universale. Con il tempo siamo riusciti a conservare meglio le cose: ma aggiungendo via via nuovi testi abbiamo sbilanciato la storia. Oggi le biblioteche del mondo conservano cose scritte nell’ultimo secolo in un numero di documenti e di testi enorme rispetto alle epoche passate.

Ma questo è niente. Tutti i server nel futuro conterranno informazioni ancora più vertiginose di quelle dell’ultimo secolo. E a quel punto le poche cose rimaste dell’antichità e del medioevo saranno preziose e rarissime rose nel deserto di sabbia della contemporaneità. Gli storici dei prossimi anni dovranno inventare nuovi paradigmi e imparare a utilizzare le fonti in un modo diverso. Nessuno nelle scuole insegna ai bambini a usare un motore di ricerca, ma è necessario farlo. È importante quanto insegnare a leggere e scrivere.

Affascinati dall’universo in espansione, stiamo creando un universo terreno, delle nostre identità, fatto di testi, immagini e parole. Ma rischia di diventare quasi invisibile come le galassie più lontane. Così trasformeremo quello che siamo stati nei granelli di sabbia di una spiaggia infinita. E allora cosa servirà conservare tutto se poi sarà impossibile ricordarlo?

(Sette del Corriere della Sera)