Se un giorno mi dovessero chiedere di indicare un libro, uno solo, che spieghi fino in fondo la scrittura, il mondo e la narrativa di Andrea Camilleri indicherei sicuramente questo ultimo, uscito nel giugno scorso: Una lama di luce (Sellerio, pp.263, 14 euro). E non perché io lo ritenga il più bello. Non ragiono mai attraverso termini come questi, perché non hanno senso né dal punto di vista teorico, né da quello pratico. Ogni lettore sceglie i propri testi secondo il principio di piacere, e il principio di piacere per fortuna è individuale e non replicabile. E neppure perché, come direbbero quei critici molto presi da sé, in questo romanzo Camilleri raggiunge la vetta, la summa della sua narrativa, della sua poetica o del suo scrivere. Perché la letteratura è un mosaico di frammenti, non è lineare, non è crociana, non c’è storia nella sequenza di romanzi, ma discorsi interrotti, luoghi diversi, tempi che cambiano.

I critici pensano che i romanzi di un autore costituiscono un puzzle, tessera dopo tessera, perfettamente incastrate tra loro, rivelando un provvidenziale disegno finale. Gli scrittori invece sanno bene che la narrativa è un mosaico casuale. Il disegno non c’è prima, e le tessere vanno costruite, e si adattano soltanto dopo, quando si riescono ad adattare.

E allora perché questo Montalbano mi convince e mi disorienta? Mi convince perché tra Camilleri e Montalbano c’è ormai un rapporto di odio e amore che dura da molto tempo. E ancora qualche anno fa Camilleri mi diceva: «non ne posso più di Montalbano, scriverò un romanzo dove lo faccio morire». Montalbano, neanche a dirlo, è vivo e vegeto, soltanto che fedele al detto che cambiare è un po’ morire, Camilleri lo cambia. E non lo cambia caratterialmente o attraverso segni esteriori. Troppo facile per uno scrittore del suo talento. Cambia il suo linguaggio, e cambiando il linguaggio, cambia il linguaggio degli altri personaggi. E cambiando il linguaggio cambia il suo modo di pensare il romanzo, e dice, chiaramente: adesso è questa la mia narrativa.

L’uso del dialetto siciliano ricostruito a Vigata è più estremo e più sofisticato, quasi poetico. I temi sono più profondi. Gli animi più tormentati, il finale sorprendente. Qui ci sono gli sbarchi dei tunisini, il mistero di un omicidio, ma c’è la passione, quella vera, il tradimento, quello che lacera, c’è un Montalbano che è anni luce lontano dall’interpretazione televisiva. Non più un commissario seriale, ma un personaggio vero e proprio. Forse intendeva questo Camilleri quando anni fa mi confessò che voleva farlo morire. Morire in questo modo, allargare quella forbice, che già c’era ma era meno evidente, tra letteratura e adattamento televisivo, tra serialità letteraria con qualità vere e serialità popolare data dalle fiction sui suoi libri.

Questo Camilleri mi turba da lettore, perché leggo uno scrittore che all’ennesimo libro, all’ennesima avventura fa il percorso inverso, capovolge il suo personaggio, cambia scenario – in parte – delle sue storie e cambia se stesso. Andando dove forse avrebbe voluto sempre andare. Ci sono voluti anni perché Montalbano venisse messo con le spalle al muro. Merito della passione ma anche dei fili che il destino tiene assieme anche quando non si riescono a vedere. E per quanto la scrittura di Camilleri non abbia mai deluso questa volta ha un suo ritmo nuovo, una sua poesia, e perdonate lo snobismo, una sua vera difficoltà. Dentro la parola, dentro il ritmo, dentro questo libro c’è uno scrittore celebrato da anni e riconosciuto come un grande scrittore, che svelando il suo alter ego Montalbano svela qualcosa di più di se stesso, tira le vesti ai fantasmi della narrativa, svela l’idea vera che ha della sua Sicilia, mostra le sue paure e le sue passioni. Camilleri allunga  il respiro al genere del giallo, e scrive, come avrebbe detto un altro maestro del genere, Georges Simenon, uno dei suoi “romanzi duri”. Quelli che da tenere da conto, per intenderci. E fare tutto questo alla benemerita età di 86 anni è uno sprone per tutti quelli che scrivono e non riescono a rinnovarsi veramente.

© Il Messaggero, 18.8.2012