La modernità si lega sempre con l’arcaico. L’essere dentro la rete ha un rapporto stretto con il divino e con la teologia. I social network sono una comunità dove le domande e le risposte sulla vita e sui temi dell’esistenza si ripetono, sono continue.

Dobbiamo partire dall’inizio del Vangelo di Giovanni. In greco: «En archè en o logos», ovvero: «In principio era la parola». Poi in latino diventa: «In principio erat Verbum». E «parola» diventa: «verbo». Quasi la stessa cosa, ma il greco ha molte più sfumature: perché logos è parola, ma è anche volontà, ed è comprensione. Mentre il latino limita tutto al verbo, ovvero all’azione creatrice, al divenire.

Web e teologia hanno molto in comune. Il logos è nella rete. Nei social network la parola presiede alla conoscenza, la parola è un continuo domandare alla rete e ottenere risposte e mette assieme comunità che condividono idee, stili di viti, opinioni.

Esiste una teologia del web, al punto che Antonio Spadaro direttore di “Civiltà Cattolica” cura da tempo un blog che si intitola proprio “CyberTeologia”, dove il dibattito e le domande sono tutte attorno al discorso su Dio dentro la rete. Ora, non si deve pensare che la Chiesa utilizzi la rete per fare proselitismo. Sarebbe banale. La Chiesa ha compreso che il web e i social network sono un territorio teologico, uno dei luoghi del divino per eccellenza, perché sono il luogo della parola. E aggiungerei io: sono un luogo dell’anima.

La rete è il regno delle psicologie, dei sogni, dell’anima e del divino. Come sappiamo prescinde dal corpo, e lascia al logos, o al verbo, e in ogni caso alla parola, la responsabilità di creare, di generare il mondo, di rendere tutto possibile. Da questo a una teologia del web, a una cyberteologia, come la chiama Spadaro, il passo è breve. E non solo perché la comunità del web si pone continue domande sulla trascendenza, sul senso della vita, sul modo di esistere in una comunità, ma perché l’immanente, come si sarebbe detto un tempo, ovvero la realtà del mondo e la nostra realtà di ogni giorno, lascia il posto a un luogo altro dove ognuno può uscire dal suo essere per entrare in qualcosa di diverso, di collettivo, di indistinto.

Solo che una teologia della rete ha un problema fondamentale. La teologia vuole una gerarchia, un sapere che discende dall’alto, una dottrina che va interpretata e che non può essere messa in discussione, mentre la rete e il web 2.0 non sono gerarchici. Non si parla ex cathedra in rete, e il sapere non si trasmette in modo verticale, ma si muove in modo orizzontale. Per fare un esempio è come avere un predicatore dal pulpito di una chiesa che deve confrontarsi a ogni predica con la folla di fedeli che commenta di continuo, puntualizza e dissente in tempo reale. La teologia del web non può che essere una teologia di tipo diverso, perché obbliga a discutere i dogmi, e apre spazi di interpretazione collettiva che un tempo non esistevano. Portando a una lettura della religione di tipo nuovo.

In questo universo dell’indefinito che è il web, in questo luogo che è un non luogo, dove la trascendenza è fatta di onde che collegano macchine che si parlano tra loro, dobbiamo togliere di mezzo tutte le nostre paure e i nostri fantasmi. In un film di Stanley Kubrick del 1968, 2001 Odissea nello spazio, il computer Hal viene disattivato perché prende decisioni pericolose e autonome. L’immaginario di tutta la fantascienza è sempre stato lo stesso: le macchine, i robot, prenderanno il sopravvento sull’uomo. Nessuno invece avrebbe immaginato che una gigantesca identità condivisa, un’anima del mondo sempre più ampia, partendo da questa strana trascendenza del  web, avrebbe cambiato noi stessi e le cose sulla terra fino a questo punto.

(Sette del Corriere della Sera)