L’idea mi ritorna in mente da qualche giorno, ovvero da quando ho finito di leggere la raccolta di racconti Tra amici di Amos Oz (Feltrinelli, pp.131, 14 euro). Continuo a pensare che c’è un modo di raccontare che noi in Europa non abbiamo più. Un modo di raccontare apparentemente semplice, di storie che sono storie, e che non vogliono essere altro. Un modo che finge – o forse neppure finge e lo fa davvero – di fare a meno della tradizione letteraria, del far parlare i libri tra loro, della lingua letteraria, del gusto delle citazioni, dei rimandi, delle suggestioni.

Mi domando se non utilizzare mai una lingua evocativa e suggestiva, ma soprattutto seduttiva, non sia uno snobismo letterario straordinario, una volontà di riportare la scrittura al suo grado zero. E mi domando se questa non sia una via di uscita per ogni narratore che ne ha abbastanza di artifici e di letterarietà, che ha letto per troppo tempo Queneau e Borges, Cortazar e Saramago, e Kundera e altri ancora.

Perché Amos Oz è uno scrittore di una linearità di una narratività stupefacente, quasi autarchica, per certi versi. Di una lingua limpida non perché è stato capace di limarla all’inverosimile fino a renderla una foglia d’oro sottilissima, ma perché gli esce in quel modo, come i pensieri, come il suo essere stesso. E capisco che i suoi racconti dal kibbutz, che è, ed è stata, la sua dimensione per decenni, sono i racconti di un uomo che narra. Come certe fotografie in bianco e nero dei fotografi della Magnum erano le foto di uomini che sapevano guardare. E come per un certo tipo di fotografia, anche la letteratura di Amos Oz è fatta di sguardi narrati, e di sguardi su cose che non fotograferesti mai, se non fossi un grande fotografo, e dunque non racconteresti mai se tu non fossi un grande scrittore.

I racconti  ambientati in un kibbutz degli anni Cinquanta di Tra amici sono questo. Sono racconti facili, semplici, elementari. Sono racconti sulla vita e sulla malinconia, sulla normalità e assieme sulla eccezionalità dell’esperienza del kibbutz. Sono complessi come il deserto, che Oz ha a pochi isolati da casa, in Israele. Un luogo dove va a ispirarsi ogni mattina prima di scrivere. Il deserto è semplice nella sua eternità ma racconta più cose della storia del nostro pianeta di mille foreste pluviali, di mille catene montuose.

E Amos Oz è uno scrittore di questo tipo. Uno scrittore da deserto, uno che pietra su pietra, sabbia con sabbia, orizzonte su orizzonte, non esagera nulla, non porta all’estreme conseguenze il suo lavoro letterario, non cerca di conquistare il proprio lettore. E soprattutto non cerca di spiegargli proprio nulla. Lo mette davanti a delle istantanee, una con l’altra, come una scatola di vecchie fotografie, e lascia che la sua voce di narratore unisca immagine dopo immagine, foto dopo foto, fino a farne delle storie che ti rimangono dentro.

E ti rimangono dentro perché sono storie di tutti e di nessuno. Storie atipiche, strane, si potrebbe dire. Con personaggi disegnati con nettezza. Il fascinoso storico David Dagan, o Moshe Yashar, giovane orfano di madre che resiste a fatica alle regole del kibbutz, oppure quello di  Leah, militante sionista, incapace di mettersi in discussione, e particolarmente integralista. Storie con delle cose che ci colpiscono, che sono anche dentro le nostre vite, in una forma che non sappiamo, ma ci sono. Come un profumo nell’aria che abbiamo già sentito, che potrebbe essere nostro ma non è esattamente lo stesso che conosciamo.

Credo che Amos Oz sia uno dei più grandi scrittori viventi. E credo che lo sia anche per questo. Per una capacità di essere scrittore fino in fondo, la capacità  di dimenticarsi in ogni riga di essere un autore, mettendo se stesso in ogni libro ma lasciando soltanto al proprio libro il compito di parlare con il proprio lettore.

© Il Messaggero, 28.7.2012