Possiamo dire che siamo alla terza fase del grande fratello di George Orwell. La prima era quella classica: uno che controlla tutti. La seconda è quella televisiva: tutti che controllano pochi dentro una casa. La terza è quella di oggi: tutti che controllano tutti. E dunque un controllo collettivo.

Ho parlato di identità del web e dell’uso della fotografia come narrazione del quotidiano. Ma queste due cose se ne portano dietro altre. E non parlo soltanto del fatto che più si raccontano identità, più si è interessanti come consumatori. Se compro su Amazon solo un certo tipo di libri, Amazon mi suggerirà libri analoghi. E questo vale anche per la musica e per i prodotti in genere.

Ma in questo modo il mio sapere tende a restringersi a quello che so già: se posto su twitter certe informazioni finirò per essere interessante solo per quelli che vogliono leggere proprio quelle informazioni. E allora le idee sono isole in cui riconoscersi e rifugiarsi, e lo scambio intellettuale e culturale rischia di specializzarsi in gusti e settori, mondi e condivisioni parziali.

Ma se accadesse – perché siamo a un cambio di paradigma da osservare giorno per giorno – vuol dire che di mezzo ci sono due concetti molto importanti. Uno è quello dell’esperienza, l’altro è quello del corpo.

L’esperienza sul web rischia di essere il contrario dell’esperienza nella vita pratica. Sul web più che cercare stimoli inattesi, cerchi esperienze da ripetere, come fosse un continuo reitare un desiderio che già conosci. L’inatteso è filtrato, a volte censurato. Se qualcuno dice cose che non capisco e non condivido potrei cancellarlo o toglierlo dai miei follower. E allora l’esperienza non è mai l’avvento dello sconosciuto nel conosciuto, non è mai la mescolanza di saperi, ma il ripetersi di cose che rafforzano identità fragili confermandole. Tutti quelli che la pensano come me commentano le mie opinioni, e mi aiutano a non perdermi. Quindi si tratta di un’esperienza filtrata.

Il corpo è invece qualcosa di inquietante nell’era del web 2.0. Da anni si parla di virtualità, si parla delle false identità su internet, si racconta come le persone comunichino attraverso immagini che sono una manipolazione della realtà, e appartengono più al voler essere che all’essere. Ma un genio come Michel Foucault, che tutto questo non l’ha visto, scriveva in un testo pubblicato postumo e intitolato Il corpo, luogo di utopia: «Il corpo è il punto zero del mondo, là dove i percorsi e gli spazi si incrociano. Il corpo non è da nessuna parte».

Si sa che sul web il corpo non è da nessuna parte, al massimo è una sacra icona. Solo che ha smesso di essere il punto zero del mondo, perché i percorsi e gli spazi si incrociano attraverso l’esercizio della parola. Non è virtualità, parola ormai antica e inservibile almeno quanto interattività: è l’impossibilità dell’esperienza condivisa con il corpo, dell’esperienza come fisicità, ma solo come linguaggio, e questo consegna al linguaggio un potere impressionante. La cosa che più deve far riflettere è che, per quanto il web non abbia voce, genera un rumore assordante, ed è incapace di silenzio. Mentre il corpo comunica in silenzio, sempre.

L’assenza e il silenzio sono due elementi intollerabili nelle nuove relazioni sociali del web. Perché assenza è fuga, è rifiuto, è cancellazione di se stessi. E silenzio è come coprirsi con un velo e non essere visti. Nell’esperienza della vita il corpo è presenza e assenza, e il silenzio è empatia, sentimento persino. La parola, la scrittura sono invece verbo, racconto, e dunque verità e falsificazione assieme.

E così siamo passati dal piacere del testo al testo come piacere. Il corpo non è da nessuna parte e non si incrociano più percorsi e spazi, si incrociano invece parole che per non smarrirsi nei silenzi e nelle attese si moltiplicano, generando testi che sono richieste di aiuto tra naufraghi di questo tempo.

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Il sogno di scrivere Cotroneo