Fino a vent’anni fa non c’era sociologo che non scommettesse sulla fine della scrittura. Sarebbero scomparse le lettere e gli epistolari, nessuno avrebbe più usato la parola scritta per comunicare come invece si faceva nei tempi antichi, e le parole sarebbero passate solo per le linee telefoniche. Nessuno aveva previsto che la tendenza si sarebbe invertita. E complici i primi sms tutti avrebbero ricominciato a scrivere per comunicare, raccontare, spiegarsi, arrabbiarsi persino.

Poi è arrivato internet, e il web 2.0, ed è cambiata ancora quella cosa che si chiama multimedialità. Nel senso che prima i mezzi diversi si sommavano, si contaminavano persino, ma non entravano nelle coscienze come un patrimonio profondo, come una forma indispensabile di interiorità. Oggi che invece scandiscono la nostra identità in un modo totale questa parola andrebbe ripensata.

È come se attraverso i nuovi mezzi che conosciamo molto bene, a cominciare dai social network, il mondo avesse aperto il suo catalogo: lasciandoci scegliere quello che vogliamo, ma anche permettendoci di inventare mondi che prima non c’erano nella nostra vita. Cambiando i linguaggi, inventando il nuovo libro del mondo che è di tutti, che tutti possono leggere, e che non è scritto in modo convenzionale.

Tutto questo c’era da prima in forme timide. Basti pensare alla rivoluzione, mai abbastanza compresa, della musica da portarsi in giro in cuffia, della possibilità di influenzare il nostro modo di guardare le cose mentre camminiamo attraverso l’emotività dell’ascolto di un brano musicale. Basti pensare come negli ultimi anni sia possibile vedere una sequenza di film attraverso youtube, anche in movimento. E basti pensare a come mezzi come twitter ti permettano di sommare queste esperienze, comunicarle, e ricevere ulteriori commenti in una girandola di suggestioni. E questo, come avrebbe detto John Lennon: mentre sei impegnato a fare altro.

Negli ultimi anni abbiamo ascoltato i soliti luoghi comuni sul fatto che era più bello quando si stava senza cellulare, e non c’era internet; e al cinema andavi una volta alla settimana, e i libri erano pochi ma appassionanti. Valgono più o meno quanto quelle vecchie storie di gente impaurita dalla locomotiva, vista come fosse il diavolo.

Il punto vero però è quanto questa nuova modernità riesca a cambiare la nostra percezione del mondo. Quanto finisca per trasformare il nostro pensiero. Quanto la brevità dei tweet possa farci pensare in forma più rapida e efficace. Quanto la musica scelta a corredo di una sensazione possa trovare un significato diverso dentro di noi. Quanto le immagini, i frammenti della modernità a cui accediamo di continuo rendano noi stessi dei contenitori diversi. Capaci di accogliere le vite degli altri e mescolarle con le nostre; anche le vite che non conosciamo e che finiamo per conoscere meglio di altre vite a noi più vicine. Perché vale anche per i rapporti personali, vale anche per l’amore, vale per il proprio ruolo professionale.

Raccontare la propria identità è un outing emotivo a cui tutti stanno cominciando a cedere, e non perché manca il pudore di fare attenzione a quel che si scrive e si dice. Ma perché è cambiata una nuova forma di senso del pudore: quella del pudore interiore. E forse questa è la nuova rivoluzione, la liberazione interiore di oggi è come la liberazione sessuale degli anni Sessanta.

Se questa liberazione interiore ed emotiva, fatta di poesia e letteratura, musica e altre storie, diventa il proprio dna, non si può più prescindere da questo. Ma se tutte queste cose diventano il nostro dna vuol dire che siamo più colti e più intelligenti di prima, ma soprattutto più sensibili e ricettivi. Così il web 2.0 diventa un luogo di domande e di risposte, ma soprattutto di ascolto, a cui nessuno saprà più rinunciare senza dover rinunciare a una parte importante di se stesso.

(Sette del Corriere della Sera)