Il problema è serio. Paolo Di Paolo, romano, classe 1983, ha pubblicato per Feltrinelli, Dove eravate tutti (pp. 219, 15 euro). Se voglio capire in che direzione sta andando la letteratura di questi anni, questo è un  buon punto di riferimento. Ed è un buon punto di riferimento per rendermi conto di come evolve il linguaggio. Tolgo ogni dubbio all’inizio di questa recensione, facendo un distinguo che apparirà paradossale, ma di fatto non lo è. Questo romanzo è interessante, e lo consiglio ai lettori curiosi, ma non mi piace. Il fatto che non mi piaccia risponde a una mia sensibilità nei confronti della letteratura che ritengo personale. Il fatto che sia un libro interessante, e persino un buon libro, non è una contraddizione a quanto sto scrivendo.

Perché non mi piace? Perché è un romanzo politico che finisce per essere semplicemente, ideologico. Fitto di quelli che un tempo avremmo definito dei luoghi comuni, e che oggi sono invece paratesti, rimandi, riferimenti storici condivisi. Io credo che tra 30 anni questo romanzo, ritrovato su una bancarella da un giovane potrebbe dare un’idea non tanto del paese che siamo stati negli ultimi 20 anni, ma del paese che una generazione ha pensato di essere.

Il libro procede per strappi, frammenti cuciti assieme perché possano dare una trama unitaria, riflessioni, citazioni. È un libro sui padri, e sul paese di Berlusconi, è un libro dove il narratore, che non è l’autore, ma potrebbe assomigliargli molto, racconta una storia che parte da un evento. Il padre, ex insegnante, che investe due allievi con la macchina in un raptus di violenza. Lesioni leggere, niente di che. Ma da lì si avvita una storia che prosegue per 200 pagine (consigli agli editor, 50 pagine in meno del libro avrebbe giovato) e che rimette in gioco equilibri familiari, storie collettive, libri letti, amori, fughe e sogni berlinesi, Umberto Smaila e Berlusconi, Bauman e Collodi. Puntine colorate su una mappa stinta di eventi che conosciamo e che una generazione continua a pensare e a riflettere nello stesso modo. Capisco non sia facile scrivere un romanzo sulla contemporaneità,  intesa come storia, e sul privato che si fa pubblico. È una vecchia ossessione di una letteratura che si credeva archiviata. E, infatti, il risultato rischierebbe il birignao e il linguaggio dei talk politici televisivi, e di certi varietà di satira impegnata. Se Di Paolo non arriva a questo è perché è intelligente e sa scrivere. E nella confusione letteraria che ha messo a punto in questo libro (specchio della confusione della storia di questi anni, e della confusione dei suoi personaggi) più volte è davvero bravo e sorprende. Ma sono luccichii isolati su un impianto che non riesce a convincermi.

È probabile che un libro come questo fosse impossibile da scriversi, soprattutto con le categorie della politica. Ed è probabile che il post-realismo dell’Italia berlusconiana non possa che essere un metalinguaggio dove i luoghi comuni assumono l’importanza di un navigatore, una segnaletica indispensabile non tanto per orientarsi ma per riconoscersi e ritrovarsi nel nulla che una cultura antagonista è riuscita a cullare dentro si sé come fosse una categoria heideggeriana privata del suo essere.

È vero che per la generazione nata negli anni Ottanta sono stati tempi durissimi, con maestri spesso impresentabili, e una cultura che riusciva a unire come un mostro creato in laboratorio ottusità ideologica e mercato, share televisivo e opposizione. Ma Di Paolo avrebbe dovuto scegliere: o faceva un passo indietro o ne faceva uno avanti. È rimasto invece in mezzo al fiume con i piedi bagnati.

Così questo romanzo è una voce in radio, mentre guidiamo: non distinguiamo le parole, non ha più importanza cosa dica, ma ci tiene compagnia, mentre attraversiamo da nord a sud un paese di macerie ideologiche, di equivoci letterari e culturali su cui davvero ci sarà bisogno di una riflessione. Perché la banalità è dietro l’angolo, come il default economico, ed è tempo di varare misure condivise per non correre certi rischi.

[© Il Messaggero, 26.11.2011]