Nel percorso critico che stiamo facendo c’è spazio per novità e per libri che vengono tradotti per la prima volta in Italia di autori molto importanti. Qui non si tratta di scrivere un compendio di letteratura contemporanea, di sabato in sabato, ma si tratta di risvegliare quei lettori troppo assopiti, rassegnati a una letteratura spesso dozzinale, perché in giro non c’è di meglio. Come ho già scritto: guidarli, aiutarli a valutare, far da guida letteraria a persone che cercano una direzione, ma sono perduti dalle chimere del marketing e dalle critiche troppo entusiaste e generose. In queste settimane le mail dei lettori sono state molte. E mi confermano che stiamo andando nella direzione giusta.

Nel 1965 Georges Simenon vive a Épalinges, una ricca località poco fuori Losanna, in Svizzera. Ormai è una celebrità mondiale e di lì a poco, nel 1972, deciderà di non scrivere più. In quell’anno la vita di Simenon è complicata, i rapporti con la seconda moglie Denise sono difficili e lui è sempre più stanco. In quell’anno scrive vari libri, come era sua abitudine. Ma “Le Chat”, “Il Gatto”, che Adelphi traduce in italiano per la prima volta a cura di Marco Bevilaqua (pp. 165, 10 euro), è probabilmente uno dei suoi capolavori, uno di quei dieci romanzi veri (quelli che Simenon chiamava i roman-roman) che si devono assolutamente leggere per capire Simenon, e capirlo fino in fondo.

“Il Gatto” è un libro incredibile. Quando uscì lo stesso Simenon dichiarò a una rivista letteraria: «non ho mai scritto nulla di più crudele». E l’amico commediografo Marcel Achard in una lettera all’autore scrisse: «è una delle storie più atroci ma anche tra le più straordinarie che tu abbia scritto». Aveva ragione. “Il Gatto” è un libro che ti chiude la glottide e ti impedisce di deglutire per 160 pagine. Un romanzo perfetto, nel senso che nella sua violenza psicologica non ha cedimenti, non ha accelerazioni, non ha cadute.

La vicenda di Émile e di Marguerite, marito e moglie un po’ anziani (entrambi rimasti vedovi) che non si rivolgono la parola, e si scrivono soltanto feroci bigliettini è fosca e magmatica. La ferocia inizia quando Marguerite, che viene da una famiglia benestante, uccide il gatto del marito Émile, avvelenandolo. E subito dopo Émile, che invece è un capomastro in pensione, e proviene da una umile e rozza famiglia, spenna letteralmente il pappagallo di Marguerite fino a farlo morire. In questa doppia crudeltà entrano in gioco tutte le sfumature possibili del romanzo. La vecchiaia, la paura, la solitudine, la ferocia, il desiderio, la decadenza, la libertà e il sentirsi prigionieri all’interno di un luogo oppressivo come è la casa della coppia. Fatta di cimeli, di animali impagliati (il pappagallo viene impagliato e troneggia nel salotto), di pianoforti mai suonati, di cene consumate in due lati opposti della cucina, dove sia Émile sia Marguerite cucinano per conto proprio. Attorno una Parigi surreale, tra un vicolo e qualche bistrot.

La maestria di Simenon è assoluta perché le parole sono levigate con cura, fino a rendere l’odio, che è il tema di questo romanzo, liscio e maneggevole. Quando l’odio nei romanzi, di solito, è rappresentato invece in modo aspro, ruvido, controverso.

[© Il Messaggero, 12.11.2011]