Blog

Quelle vecchie presentazioni dei libri che oggi diventano spettacolo

Tanti anni fa presentare i libri era un modo per discutere. Non avevano nulla di rituale, spesso erano litigiose. Si discuteva dei contenuti e il pubblico era misto. C’era gente che ci andava perché amava leggere quel tipo di autore, e c’era gente del mondo culturale che voleva capire qualcosa di più. Le presentazioni dei libri erano un modello culturale con una serie di punti fermi. L’idea di pavoneggiarsi, narcisisticamente, per aver pubblicato un libro non era così diffuso. Poi la società dello spettacolo ha cancellato quei cenacoli pubblici di parole, pensieri e dibattiti. La presentazione era entrata nel dorato mondo del marketing. Ovvero serviva a venderlo il libro. Per cui in fondo alla sala c’era una signorina con davanti piccole pile di libri. Si compravano e si facevano autografare. Ma perché lo spettatore andasse a comprare il libro c’era bisogno di una presentazione convincente. Per cui da quel momento comincia l’arte della scelta dei presentatori.

Anche questo ha avuto dei gradi interessanti. Fermo restando che i presentatori dei libri sono tenuti all’elogio, all’inizio la laudatio era affidata a persone di grande autorevolezza. Lo scrittore esordiente chiamava il grande autore italiano, il giovanissimo si affidava all’anziano professore, o al direttore di giornale, oppure al capo delle pagine culturali, o ancora al critico letterario di punta. Funzionava così. E forse era anche giusto. Normalmente chi ha una reputazione non si produce in elogi sperticati. Parla, dice cose, esprime convinzioni ma mette in mostra anche qualche riserva, pure legittima. Siamo ancora nel mondo della decenza. Nessuno si sogna di chiamare qualcuno che a una presentazione stroncherà il suo libro. Ma nessuno ritiene di essere trattato da premio Nobel della Letteratura

Mala tempora currunt, però. E questa fase sfuma assai presto. E si passa a uno step successivo. Chi se ne frega di vecchi professori di letteratura, un po’ ingobbiti, conosciuti solo ai membri dei Lincei oppure negli Istituti italiani di Cultura. Non attirano pubblico. Ci vogliono i volti noti. E le presentazioni si popolano di eccentrici signori che con i libri hanno poco a cui spartire, ma con il mondo dello spettacolo moltissimo. Spesso i personaggi televisivi tanto amati dal pubblico, gente nota, che biascica elogi sproporzionati, e che quasi sempre del libro ha letto a malapena le prime e le ultime pagine oltre all’aletta di copertina. È il mondo dello spettacolo. L’autore gongola accanto a nomi più o meno noti, i critici possono andare in soffitta. I più corteggiati sono i giornalisti che hanno una visibilità televisiva. Sono quelli più bravi a parlare di cose che non sanno, e dovrebbero attirare pubblico. E quindi la signorina seduta in fondo con il banchetto dei libri da vendere potrebbe averne un vantaggio.

Ma il pubblico comincia a diminuire, gli inverni non sono più rigidi come un tempo, e le primavere ormai assomigliano più a delle estati prima del tempo. Uscire di casa, specie nelle città più grandi e andare ad ascoltare chiacchiere narcise non è proprio un buon modo per impiegare il tempo. Le presentazioni sembrano più dei comizi organizzati che degli eventi culturali. Chiamare gente per non ritrovarsi le sale vuote. E si capisce subito che a queste presentazioni sono tutti amici, colleghi, o ancora peggio parenti stretti e lontani cugini. Se sei un potente che ha scritto un libro, arrivano invece i dipendenti, e i questuanti che poi ti dovranno chiedere un favore.

Ma neanche questo è bastato, la terza fase è ancora più recente. Presentazione con attore che legge. Una cosa imbarazzante, anche quando l’attore è magari importante. Imbarazzante perché i romanzi e le poesie, ovunque, le leggono eventualmente gli autori stessi, che non caricano di timbri recitanti la loro narrativa e la loro poesia. Ma gli attori chiamati in quanto tale, fanno gli attori, e quindi gassmaneggiano come fossero all’ultimo atto della Tempesta. E se all’inizio la formula, l’attore tal dei tali leggerà alcune pagine del romanzo o alcune poesie, era propria di creazioni artistiche. La pratica si è estesa rapidamente, arrivando anche agli autori di saggi. Di qualsiasi saggio, anche delle pagine che non solo non sarebbe il caso di leggere, figurati recitare. E siccome certa saggistica sarebbe dura da digerire meglio scegliere attori, prevalentemente donne, ma anche uomini, di bello aspetto, se non assai bello, che possano invogliare con una voce recitante non sempre ineccepibile, e dare una dignità al testo, creando emozione.

Peccato che spesso questo generare emozioni si dovrebbe applicare a una prosa non lontana dal manuale di istruzioni di un trapano o di un frullatore. Per cui negli ultimi anni è tutto un leggere, con scale diverse di valori. Si va dal grande autore che si affida al grandissimo attore, all’autore potente ma scarso, e scarso anche di editore, che si affida al grande attore, ai piccoli autori che cercano il giovane attore o attrice sconosciuti e sorride beato nell’ascoltare le sue emozionali pagine sul prodotto interno lordo della Repubblica di San Marino, come fosse l’incipit della Morte di Virgilio di Hermann Broch. Ce ne sarebbe già abbastanza per tutti, e per il degrado che ci circonda, se non fosse che ormai ricevo mail di gente che dai reading dei propri libri, già discutibili, è passata a dei veri e propri spettacoli. Vanno in tour. E non dico che sia vietato. Ma è così necessario? Gente anche brava, nota, che utilizza il proprio nome e che ormai non ce la fa a non farsi vedere, addirittura su un palcoscenico, quando potrebbe risparmiarselo, quando avrebbe la possibilità di scrivere e basta, di essere e basta, di fare un passo indietro proprio perché hanno libri che gli permettono di continuo di fare passi avanti, di raccontare a tutti anziché mostrare se stessi. Un vecchio modo gigionesco che non è degli autori, ma di chi questi mestieri li sa fare e li deve fare: i registi, gli scenografi, gli attori, i drammaturghi. Un tempo gli autori salivano in cattedra, e le cattedre servivano a trasmettere il sapere, oggi gli autori salgono sulle tavole dei palcoscenici, per mostrare loro stessi, per farsi un selfie di fronte al loro pubblico, un selfie narciso composto dalle loro parole, dai loro libri e dalle loro storie. Trasmettere saperi non è come trasmettere emozioni. Trasmettere saperi è generare classi dirigenti future. Trasmettere emozioni è restare in un presente futile e senza futuro. Ce n’era davvero bisogno?

Ci si chiede se la nostalgia sia il punto di inizio della scrittura

Se in futuro avremo più scrittori sarà anche perché i social network hanno accentuato il legame con il passato della gente comune. Se le persone sapranno raccontare, descrivendo in modo nitido, sapendo isolare alcuni elementi, sapendo vedere le cose, è perché sono abituate a inquadrare il mondo come fossero dei fotografi in servizio permanente ed effettivo. Se stanno dentro la tradizione letteraria, ovvero se sanno citare, trovare riferimenti letterari e filosofici, è perché il web permette la ricerca di tutto quello di cui si ha bisogno con poche parole chiave, ma anche perché è attraverso citazioni, suggestioni, richiami e rimandi che si sta sui social network.
Per cui a pensarci bene l’educazione letteraria dei fanciulli e delle fanciulle è tornata prepotente in questa contemporaneità senza passare dalla scuola, dai maestri di retorica e di dialettica, dai critici e dai giornali, libri e riviste. Che piaccia o no tutto questo creerà un diluvio, accresciuto tra l’altro dalla possibilità di autopubblicarsi in forma elettronica e – almeno in teoria – essere letti da chiunque. Ma questo non risolve il nodo della nostalgia, del ritorno. Perché buona parte di quelli che scrivono non sa esattamente perché ha bisogno di raccontare. Perché, come direbbe Milan Kundera, la scrittura è una forma di ignoranza. E l’avventura, il viaggio di Ulisse esiste solo per poter poi ritornare. Dice Kundera: «Calipso, oh Calipso! Penso spesso a lei. Ha amato Ulisse. Hanno vissuto insieme sette anni. Non sappiamo per quanto tempo Ulisse avesse condiviso il letto di Penelope, ma certo non così a lungo. Eppure tutti esaltano il dolore di Penelope e irridono le lacrime di Calipso».
La nostalgia di poter vedere il ritorno, per usare le parole di Ulisse, è il punto centrale, nodale, di tutta la letteratura e delle storie che ci circondano. Ci si chiede se la nostalgia sia il punto di inizio della scrittura. Ma non si scrive lasciando che la sofferenza assorba i ricordi. Si scrive, spesso, per superare la sofferenza. Per questo raccontare è importante. Ma per questo fare letteratura alle volte è così difficile.
La nostalgia riporta Ulisse a Itaca, ma è a Itaca che Ulisse vorrebbe raccontare le sue avventure per i mari e i confini della terra. Solo che a Itaca nessuno glielo chiede. Per vent’anni non aveva pensato che al ritorno. Ma quando fu di nuovo a casa capì, che l’essenza stessa della sua vita, il suo tesoro, era fuori da Itaca, nei vent’anni di vagabondaggio. E quel tesoro l’avrebbe recuperato solo raccontando.
Ma nessuno chiede a Ulisse di raccontare. A uno sconosciuto si chiede di raccontare chi è, da dove viene, e quale sia la sua storia, mentre a Ulisse sono i suoi concittadini a raccontare di persone che lui non vedeva da vent’anni, oltre a tutto quello che era accaduto durante la sua assenza da Itaca. Questo è il paradosso delle narrazioni, questo è il destino delle storie: mettersi a nudo davanti ai lettori è una tentazione fortissima che solo in apparenza ha a che fare con il narcisismo e l’esibizionismo. Perché in verità scrivere è il tempo della memoria e delle nostalgie.

 

È difficile cambiare gli schemi mentali

È proprio vero che l’ultima cosa che si riesce a cambiare nelle persone sono gli schemi mentali. Sono i più resistenti, per certi versi i più ripetitivi, e forse rassicuranti. Quando accade che il mondo prende a mutare con estrema rapidità, diventa davvero difficile adattare il proprio modo di pensare ai radicali mutamenti che avvengono attorno a noi. È accaduto al crepuscolo di civiltà alle volte millenarie, è accaduto al verificarsi di sconvolgimenti epocali come la rivoluzione industriale, è accaduto naturalmente con la nascita delle società di massa. Accade oggi con l’avvento della società fluida e tecnologica. Il web, e non è certo una notizia, ha capovolto il mondo con la stessa forza dell’invenzione della macchina a vapore. Ma lo ha fatto con una velocità esponenziale: come una macchina che accelera sempre di più su un rettilineo. E la mente non riesce a seguire tutto questo.

Non stiamo parlando di persone che per motivi culturali e anagrafici fanno una comprensibile fatica ad adattarsi alle novità che li circondano. Ma parlo delle nuove generazioni, delle classi dirigenti, di tutti quelli che hanno il compito – anche morale – di contribuire a sviluppare al meglio le potenzialità di questa epoca.

Non basta la solita retorica sulle startapp o sull’innovazione. Due etichette buone per qualche convegno alla moda. Si tratta di nuovi modi di pensare:  di entrare in un mondo più immaginifico della fantascienza, più rapido del pensiero creativo. Abbiamo pensato il futuro come il punto di arrivo di una linea di pensiero. E invece il futuro è un reticolo complesso dove il guardare a domani non è il raggungere un luogo davanti a noi, ma spostarsi di lato, vedere altrove, capovolgere quello che si osserva.

Non ci riesce quasi nessuno. I futurologi, tanto di moda qualche anno fa, hanno sbagliato su tutto. Quelli che si sono riempiti di parole come innovazione e startapp sono dentro i luoghi comuni di questi anni. Ma questo dipende da uno scollamento tra il nostro modo di ragionare e il nostro essere nel mondo.

Giuliana Bruno, è una studiosa napoletana che insegna al Department of Visual and Environmental Studies dell’Università di Harvard. Scrive saggi molto interessanti, pubblicati da piccolo editori (Johan & Levi). Il suo ultimo libro, scritto in inglese e poi tradotto in italiano, si intitola: Superfici.

Quando incroci pensieri come quelli di Giuliana Bruno hai come una scossa cognitiva, capisci che nel mormorio di banalità sul futuro, innovazione, modernità, ci sono persone che sanno regalarti un punto di vista che fa a meno di tutto questo. Viviamo dentro un mondo di superfici. La rivoluzione digitale è tutta nell’idea che conosciamo solo quello che tocchiamo, solo quello che sta sopra. La dinamica tra interno ed esterno è saltata completamente.

Per intenderci un uomo nato dentro la rivoluzione industriale impugnava la chiave inglese, si pensi alla celebre fotografia di Lewis Hine. La chiave inglese svitava i bulloni, apriva i congegni, li mostrava al suo interno. La rivoluzione industriale è sapere materiale: è il cofano del motore che si apre per riparare quello che c’è dentro. Mentre la rivoluzione digitale non prevede l’interno (se non per pochissimi), ma solo l’esterno. Il nostro smartphone obbedisce alle dita, il nostro televisore è sempre più sottile, la nostra automobile non mostra la sua tecnologia se non con comandi superficiali. Ma anche l’arte contemporanea è sempre più visiva e passa sempre più dagli schermi. Per non dire del cinema e della socialità permessa da tutti gli schermi della nostra vita.

Resta l’aptico, ovvero la percezione tattile, a tracciare una linea di demarcazione tra reale e virtuale. Ma bisogna arrivare a un nuovo virtuale, che la nostra mente non deve più interpretare come una copia fittizia, per quanto molto fedele alle volte, all’esistente. Bensì come un reale che non copia quello che già esiste, ma inventa quello che ancora non c’è.

Ognuno è il populista di se stesso

È andata più o meno in questo modo. È come se i nostri genitori, i nostri fratelli maggiori, quelli che si sono occupati in modi diversi della nostra formazione avessero messo a punto negli anni una grande biblioteca di migliaia di volumi. Romanzi, saggi, volumi di arte, trattati di diritto, manuali di vario genere, e naturalmente enciclopedie e preziosi incunaboli, edizioni aldine, persino qualche codice miniato. Migliaia di volumi collocati in ordine, in un bellissimo edificio ultramoderno, e catalogati uno a uno e poi scannerizzati in modo da poterli consultare anche da un computer.

È un sapere culturale indispensabile che ha richiesto cura, denaro e attenzione. Solo che nell’accumulare tutti questi libri, nel riordinare questo sapere, ci si è dimenticati di insegnare a leggere a tutti quelli che ne dovranno usufruire. Tutti quelli che hanno la possibilità di consultare questa biblioteca non possono farlo semplicemente perché non distinguono una consonante da una vocale. Perché non sanno leggere i testi.

È quello che sta accadendo con i social. Quasi tutti ormai utilizzano i social ma quasi nessuno ha un’idea precisa di cosa siano. Perché si è molto trascurato un dettaglio, che dettaglio non è. La scrittura non è neutra. Le immagini non sono ininfluenti. I video hanno una grammatica. Le fotografie vanno lette per quello che sono. E le citazioni, il riportare video, foto e testi altrui ha un preciso significato.

Solo che questi significati non li capisce nessuno perché negli ultimi trent’anni abbiamo generato un popolo di analfabeti culturali che hanno soltanto una legge nella testa: essere popolari, godere di una fama, avere la possibilità di ottenere consenso. È un meccanismo un tempo tipico dei leader, dei conducador, dei populisti di tutto il mondo. E naturalmente dei divi popolari, degli attori di quel cinema che faceva sognare milioni di spettatori, per non dire degli archeiologici fotoromanzi, delle antiche soap opere, e oggi delle modernissime serie.

L’idea di piacere, di essere popolari, di avere seguito non è nuovissima. Ma come ormai si sa assai bene, i social hanno restuito vigore a questo tarlo. Lo hanno reso democratico, hanno compiuto il miracolo del populismo diffuso.

Oggi ognuno è il populista di se stesso. Non basta più ascoltare qualcuno che ci dice le cose che in politica o nella vita vorremmo sentire, ma ognuno di noi diventa pubblico e protagonista allo stesso tempo. L’autopopulista segue il pensiero dominante, e cerca di dominare con il pensiero qualcun altro che a sua volta fa esattamente la stessa cosa. Quando gli autopopulisti sono costretti a condividere la stessa orbita di pensiero accade di solito la rissa via social, via blog o via giornali. Ma di solito tutto resta abbastanza controllabile perché ognuno pensa a esprimere le opinioni sue, a mettere le foto che lo promuovono meglio, a fare della propria vita qualcosa di culturalmente reprensibile. Per dirla chiara.

Coloro che potrebbero usare i social in modo responsabile (come le pubblicità dell’alcol) riempiono i loro profili di fotografie con sguardo accattivante, e opinioni su qualsiasi cosa accada. Postano flussi emotivi improvvisi e incancellabili. Cavalcano megalomanie senza pari (genere: “vorrei dire al papa che non sono d’accordo…”) si fotografano troppo con un calice di vino in mano, si vantano di  ire fuori luogo, cedono a sdolcinamenti. Per non dire dei cacciatori di citazioni suggestive: ormai in raccolte facilmente consultabili per il web.

Ma il dramma è che tutto questo non lo fanno le persone comuni, che al massimo mettono la pizza con gli amici. Lo fanno le nuove classi dirigenti che nella loro formazione non si sono preoccupate di leggere di iconologia, di linguistica, o di semiotica: Saussure e Barthes, Genette e Roberto Longhi. Dunque nella voglia spasmodica di crearsi una reputazione, non fanno altro che rovinarsela. A loro insaputa, ovviamente.

© Corriere della Sera – Tutti i diritti riservati

Perché le fotografie digitali in bianco e nero sono finte.

Il web ama le foto in bianco e nero. Su Instagram è un moltiplicarsi di profili dove si pubblicano soltanto fotografie in bianco e nero. E sono profili molto seguiti e molto amati. In realtà la fotografia in bianco e nero appartiene a un mondo che non esiste più. Il mondo degli scatti analogici, della pellicola, dei sali d’argento che a contatto con lo sviluppo, con gli acidi della camera oscura, mostrano immagini che potremmo definire di tipo simbolico. Il giallo dei capelli biondi diventa un bianco perlaceo, l’azzurro degli occhi un grigio molto chiaro, il verde del prato inglese si fa invece grigio un po’ più scuro, la pelle può essere bianco latte o nero antracite. Tutti noi non ci stupiamo. Sappiamo che il bianco e nero deve fare a meno dei colori, e che la gamma di sfumature va dal bianco più acceso al nero più intenso, con tutti gli intervalli di grigio possibile. Fu una convenzione allora e resta una convenzione oggi: ci siamo abituati con il tempo, nessuno si stupisce ed è entrata nel nostro dna, fa parte del nostro sapere più ancestrale.

È bello il bianco e nero. Ma è figlio di un limite chimico, esiste perché un tempo non esisteva la possibilità di restituire i colori del mondo per come erano. E l’unico modo per ritrarre le cose era attribuire tonalità che non c’erano in natura. Nessuno si chiederebbe di fronte a uno scatto in bianco e nero: ma perché il mare all’alba è quasi bianco e il cielo prima di un temporale è di un grigio intenso? Tutti sappiamo che funziona in quel modo. La fotografia a colori non ha cancellato il bianco e nero, anzi lo ha reso, in una prima fase, più ricercato, più sofisticato, più artistico.  Chi sceglieva il bianco e nero decideva di percorrere territori meno convenzionali e meno banali. Inoltre il colore, all’inizio non era così preciso.

Poi è nato il digitale ed è accaduto qualcosa di curioso. Gli scatti digitali sono a colori, e non sono legati a emulsioni delle pellicole. E per fare il bianco e nero ci sono voluti migliaia di programmatori che negli anni hanno studiato un metodo per simulare attraverso algoritmi complessi l’effetto delle pellicole in bianco e nero. Ma con risultalti controversi e molto complessi.

Era giusto simulare qualcosa che un tempo esisteva in natura e con la fine delle pellicole non poteva più esistere? Probabilmente no, al punto che proprio con la fotografia digitale il bianco e nero da software è diventato un giochetto un po’ banale buono per i dilettanti. Mentre i grandi fotografi che volevano continuare utilizzare il bianco e nero non hanno abbandonato le vecchie macchine a pellicola. Per cui quel bianco e nero digitale sempre più diffuso è semplicemente un gioco, e solo chi utilizza la vera  camera oscura può vantarsi di realizzare un lavoro artistico e autentico.

Ma questo è il destino del digitale, che imita quello che esisteva in anni lontani, e soprattutto è il destino del nostro tempo che ha bisogno di ricordare il passato in una chiave inattuale, perché ha difficolta a rivisitare quello che è esistito in una forma nuova e stimolante.

Non è semplice uscire da questa contraddizione. La metafora del bianco e nero in fotografia si allarga e abbraccia tutto il nostro vivere quotidiano. Dove quel che è stato è rivisto, ricordato e raccontato non come punto di partenza per il futuro, non come risorsa, ma come amarcord: come una malinconia continua e probabilmente sterile prodotta con mezzi moderni. La fiction sulla celebre e amata trasmissione della Rai “Studio Uno”, oppure il Festival di Sanremo con i suoi omaggi al tempo che è stato, non sono soltanto un modo per rivolgersi a un pubblico più anziano. Sono un software, ma questa volta ideologico, che porta a illudersi. L’illusione che nelle nostre vite potremo sempre avere a disposizione un rullino e una camera oscura, quando invece è solo una finzione di qualcosa di veramente finito. Anche se ci piace tanto.

© Corriere della Sera – Tutti i diritti riservati

Non tutto si trova online

Non è per niente vero che tutto ormai si trova online. Buona parte della cultura di questi secoli, soprattutto i libri meno ricorrenti nell’immaginario delle masse mediamente acculturate, gli autori di cui non si sente più parlare da anni, vanno scovati in quei luoghi che si chiamano biblioteche. Alcune di queste biblioteche sono delle autentiche meraviglie, hanno codici preziosi, incunabuli, edizioni aldine, cinquecentine. Non ci trovi soltanto vecchi studiosi nostalgici di carte e pergamente, ma anche giovani che vanno lì semplicemente a studiare, o a consultare un testo per qualche esame.

Una delle biblioteche più belle di Roma è la Angelica. Una meraviglia del Vanvitelli inserita nel convento degli agostiniani. Accade (e più accade e meglio è) che si debba andare a cercare un libro proprio lì. E accade ovviamente di trovare molti studenti seduti a leggere con il loro portatile sulla scrivania.  Ma qualcosa è cambiato. Molti di quei portatili mostrano un dettaglio che fino a poco tempo fa era molto più raro a trovarsi. Ormai buona parte dei computer portatili ha una piccola telecamerina frontale che serve a connettersi per utilizzare le videochiamate. Quel giorno alla Biblioteca Angelica quasi tutti i computer avevano un piccolo frammento di nastro adesivo a coprire quella telecamerina.

Tutto questo non è esattamente ovvio. Stiamo parlando di studenti, non di uomini che per un particolare e specifico lavoro temono che degli hacker possano intromettersi sul loro portatile e spiarli. Quelli sono ragazzi, studenti, che non dovrebbero avere nulla da temere da un software spia. Eppure si proteggono ugualmente.

Qualche mese fa si diffuse per il web una fotografia del portatile di Mark Zuckerberg, l’inventore e grande capo di Facebook, con il nastro adesivo a coprire la telecamera: persino lui aveva bisogno di quel piccolo artificio fisico e analogico per evitare intrusioni. È comprensibile che ci possa essere molta gente per il mondo con la curiosità di spiare un signore così importante e influente.

Ma gli studenti dell’Angelica? Non sono paranoici, ovviamente. Forse neppure troppo spaventati. Ma questo mondo connesso piace sempre meno. Infastidisce, rende ogni cosa troppo diversa da quello che è stata la vita di tutti noi fino a pochi anni fa. Ed è qui il punto vero. I network, le connessioni, i social, la possibilità di vedere il mondo dalla propria scrivania sono stati una rivoluzione. E questo viene ripetuto fino allo sfinimento. Le opportunità del progresso digitale sono un mantra ormai. Ma la rivoluzione tecnologica è stata somministrata in dosi enormi in un tempo brevissimo.

La nostra mente digitale ha bisogno di un periodo di adattamento e assestamento. E se questo vale per i più anziani che hanno una capacità di avvicinarsi alle novità assai più lento, vale ancor di più per coloro che con il digitale sono nati, che non hanno ricordi di un mondo senza internet. E probabilmente non potrebbero neppure concepirlo. Ma devono difendersi, anche se in un modo simbolico. Anche se è improbabile che un software malevolo accenda la telecamera del portatile a loro insaputa e invii immagini a fantomatici curiosi.

Si tratta di rimettere i limiti, i paletti. Si tratta di trovare una strategia per non soccombere. Luoghi come la Biblioteca Angelica sono un buon modo per non soccombere. Senza la retorica dell’analogico bello e del digitale brutto. E senza troppi ragionamenti sul futuro e sulle applicazioni da cui non ci separiamo mai.

Quei pezzetti di nastro adesivo a coprire le telecamere collaboravano a loro modo al silenzio di quel luogo. Un silenzio di fruscii. Il regolamento della Angelica vieta espressamente di bagnarsi il dito per girare le pagine dei vecchi libri. Sembra di essere in un mondo lontano, che per fortuna non è affatto finito.  Il fruscio della carta quando volti una pagina, non ha nulla a che fare con il silenzio digitale fatto di click e di tic, e di suoni di avvisi che sembrano venire da altri universi. Finché avremo nativi digitali che sapranno ancora distinguere tra vita e web e safranno ancora capaci di ascoltare quei fruscii, non potremo che essere ottimisti per il nostro futuro.

© Corriere della Sera – Tutti i diritti riservati

I nuovi analfabeti creativi

Potremmo chiamarlo tempo narcisistico del nuovo sottoproletariato culturale. È una modalità della giornata che ha a che fare con il modo in cui poniamo noi stessi davanti agli altri. I social dicono chi siamo perché noi diciamo ai social quello che riteniamo fondante, importante, perché il mondo esterno possa capirci. Viviamo in un sistema dove conta pubblicare, rendere pubblico, ma senza alcuna percezione e capacità di capire quello che si sta facendo. Perché dopo anni di annichilimento se non disprezzo della cultura umanistica e classica è stato dato in mano a una massa vera e propria, a un quarto stato moderno, uno strumento che ha bisogno disperatamente di una serie di nozioni e di conoscenze culturali si ritenevano inutili e da dimenticare.

Dopo aver raccontato per anni che la passione per l’arte era un passatempo per ragazze di buona famiglia dall’animo delicato, la poesia una merce per sfaccendati con il pallino di vedere grazia e bellezza nelle parole e nei sentimenti, la letteratura una fissazione di gente pronta a non vivere nella realtà, la filosofia una disciplina per gente che non solo non aveva i piedi per terra, ma non sapeva neppure cosa mai fosse il terreno dove poggiarli. E gli architetti dei matti che pensano edifici poco concreti, e gli attori, i registi, i teatranti, dei guitti e saltimbanchi che passano le notti in bianco e si svegliano tardi la mattina.

Dopo aver mostrato il mondo come un’opportunità solo per i mestieri concreti, quelli che contano davvero, accrescono il pil e rendono solido un paese, sono arrivati un po’ di giovani scapestrati, a cominciare da Mark Zuckerberg per continuare con Steve Jobs e via dicendo: tutta gente che di concreto nella vita non aveva mai immaginato nulla. E hanno consegnato un kit in ogni casa dove esisteva un computer, un collegamento di rete, uno smarphone, dicendo: entrate nei social, fotografatevi, raccontatevi, inventatevi qualcosa.

Solo che per farsi un selfie serve conoscere qualcosa di storia dell’arte e iconologia, per scrivere sui social sarebbe meglio non ignorare Saussure, come d’altronde sarebbe necessario sapere qualcosa di ermeneutica se postate un commento che vi piace e non sapete esattamente il perché. Ed è utile avere coscienza che non si può prescindere da Shakespeare o Dostoevskij quando cominciate a raccontare le vostre passioni, che siano nitide o che siano fosche, e che se volete essere seduttivi e interessanti, e farlo in una maniera equilibrata, non dovete dimenticare che Caravaggio non va preso troppo alla lettera, per non dire del manierismo.

E non c’è da storcere la bocca davanti alla retorica antica: non è soltanto una perdita di tempo che vi intralcia la partita a golf, il bridge al circolo o una cena in un ristorante stellato con gli amici. Perché se non si sa nulla di retorica tornando dalla cena e confortati da una buona bottiglia di Amarone si postano sdolcinature esagerate e incontrollate.

Questo grande mondo dove tutto è pubblicabile prima ancora di essere pubblico, è diventato un campo di segale, direbbe Salinger, che termina con un burrone,  e il rischio di precipitare è assai alto. Dove ogni selfie, ogni postura, ogni sguardo rivela molte cose, come rivelano molte cose i post isterici sulla politica o sulla cronaca, le poesie citate e attribuite erroneamente a poeti che mai le avrebbero scritte, le narrazioni del mondo di cui si potrebbe fare a meno. Ogni azione sul web e sui social è un sistema culturale da riconoscere, ma che in troppi ormai ignorano.

Questo nuovo mondo ha generato passo dopo passo, post dopo post, un nuovo sottoproletariato culturale fondato sulla precarietà narcisistica e sul disorientamento. L’imbarazzo è nel capire che l’analfabetismo non è soltanto quello di sbagliare un congiuntivo, è anche quello di non saper declinare i tempi e i verbi della nostra cultura e della nostra storia.

© Corriere della Sera – Tutti i diritti riservati