È difficile cambiare gli schemi mentali

È proprio vero che l’ultima cosa che si riesce a cambiare nelle persone sono gli schemi mentali. Sono i più resistenti, per certi versi i più ripetitivi, e forse rassicuranti. Quando accade che il mondo prende a mutare con estrema rapidità, diventa davvero difficile adattare il proprio modo di pensare ai radicali mutamenti che avvengono attorno a noi. È accaduto al crepuscolo di civiltà alle volte millenarie, è accaduto al verificarsi di sconvolgimenti epocali come la rivoluzione industriale, è accaduto naturalmente con la nascita delle società di massa. Accade oggi con l’avvento della società fluida e tecnologica. Il web, e non è certo una notizia, ha capovolto il mondo con la stessa forza dell’invenzione della macchina a vapore. Ma lo ha fatto con una velocità esponenziale: come una macchina che accelera sempre di più su un rettilineo. E la mente non riesce a seguire tutto questo.

Non stiamo parlando di persone che per motivi culturali e anagrafici fanno una comprensibile fatica ad adattarsi alle novità che li circondano. Ma parlo delle nuove generazioni, delle classi dirigenti, di tutti quelli che hanno il compito – anche morale – di contribuire a sviluppare al meglio le potenzialità di questa epoca.

Non basta la solita retorica sulle startapp o sull’innovazione. Due etichette buone per qualche convegno alla moda. Si tratta di nuovi modi di pensare:  di entrare in un mondo più immaginifico della fantascienza, più rapido del pensiero creativo. Abbiamo pensato il futuro come il punto di arrivo di una linea di pensiero. E invece il futuro è un reticolo complesso dove il guardare a domani non è il raggungere un luogo davanti a noi, ma spostarsi di lato, vedere altrove, capovolgere quello che si osserva.

Non ci riesce quasi nessuno. I futurologi, tanto di moda qualche anno fa, hanno sbagliato su tutto. Quelli che si sono riempiti di parole come innovazione e startapp sono dentro i luoghi comuni di questi anni. Ma questo dipende da uno scollamento tra il nostro modo di ragionare e il nostro essere nel mondo.

Giuliana Bruno, è una studiosa napoletana che insegna al Department of Visual and Environmental Studies dell’Università di Harvard. Scrive saggi molto interessanti, pubblicati da piccolo editori (Johan & Levi). Il suo ultimo libro, scritto in inglese e poi tradotto in italiano, si intitola: Superfici.

Quando incroci pensieri come quelli di Giuliana Bruno hai come una scossa cognitiva, capisci che nel mormorio di banalità sul futuro, innovazione, modernità, ci sono persone che sanno regalarti un punto di vista che fa a meno di tutto questo. Viviamo dentro un mondo di superfici. La rivoluzione digitale è tutta nell’idea che conosciamo solo quello che tocchiamo, solo quello che sta sopra. La dinamica tra interno ed esterno è saltata completamente.

Per intenderci un uomo nato dentro la rivoluzione industriale impugnava la chiave inglese, si pensi alla celebre fotografia di Lewis Hine. La chiave inglese svitava i bulloni, apriva i congegni, li mostrava al suo interno. La rivoluzione industriale è sapere materiale: è il cofano del motore che si apre per riparare quello che c’è dentro. Mentre la rivoluzione digitale non prevede l’interno (se non per pochissimi), ma solo l’esterno. Il nostro smartphone obbedisce alle dita, il nostro televisore è sempre più sottile, la nostra automobile non mostra la sua tecnologia se non con comandi superficiali. Ma anche l’arte contemporanea è sempre più visiva e passa sempre più dagli schermi. Per non dire del cinema e della socialità permessa da tutti gli schermi della nostra vita.

Resta l’aptico, ovvero la percezione tattile, a tracciare una linea di demarcazione tra reale e virtuale. Ma bisogna arrivare a un nuovo virtuale, che la nostra mente non deve più interpretare come una copia fittizia, per quanto molto fedele alle volte, all’esistente. Bensì come un reale che non copia quello che già esiste, ma inventa quello che ancora non c’è.

Ognuno è il populista di se stesso

È andata più o meno in questo modo. È come se i nostri genitori, i nostri fratelli maggiori, quelli che si sono occupati in modi diversi della nostra formazione avessero messo a punto negli anni una grande biblioteca di migliaia di volumi. Romanzi, saggi, volumi di arte, trattati di diritto, manuali di vario genere, e naturalmente enciclopedie e preziosi incunaboli, edizioni aldine, persino qualche codice miniato. Migliaia di volumi collocati in ordine, in un bellissimo edificio ultramoderno, e catalogati uno a uno e poi scannerizzati in modo da poterli consultare anche da un computer.

È un sapere culturale indispensabile che ha richiesto cura, denaro e attenzione. Solo che nell’accumulare tutti questi libri, nel riordinare questo sapere, ci si è dimenticati di insegnare a leggere a tutti quelli che ne dovranno usufruire. Tutti quelli che hanno la possibilità di consultare questa biblioteca non possono farlo semplicemente perché non distinguono una consonante da una vocale. Perché non sanno leggere i testi.

È quello che sta accadendo con i social. Quasi tutti ormai utilizzano i social ma quasi nessuno ha un’idea precisa di cosa siano. Perché si è molto trascurato un dettaglio, che dettaglio non è. La scrittura non è neutra. Le immagini non sono ininfluenti. I video hanno una grammatica. Le fotografie vanno lette per quello che sono. E le citazioni, il riportare video, foto e testi altrui ha un preciso significato.

Solo che questi significati non li capisce nessuno perché negli ultimi trent’anni abbiamo generato un popolo di analfabeti culturali che hanno soltanto una legge nella testa: essere popolari, godere di una fama, avere la possibilità di ottenere consenso. È un meccanismo un tempo tipico dei leader, dei conducador, dei populisti di tutto il mondo. E naturalmente dei divi popolari, degli attori di quel cinema che faceva sognare milioni di spettatori, per non dire degli archeiologici fotoromanzi, delle antiche soap opere, e oggi delle modernissime serie.

L’idea di piacere, di essere popolari, di avere seguito non è nuovissima. Ma come ormai si sa assai bene, i social hanno restuito vigore a questo tarlo. Lo hanno reso democratico, hanno compiuto il miracolo del populismo diffuso.

Oggi ognuno è il populista di se stesso. Non basta più ascoltare qualcuno che ci dice le cose che in politica o nella vita vorremmo sentire, ma ognuno di noi diventa pubblico e protagonista allo stesso tempo. L’autopopulista segue il pensiero dominante, e cerca di dominare con il pensiero qualcun altro che a sua volta fa esattamente la stessa cosa. Quando gli autopopulisti sono costretti a condividere la stessa orbita di pensiero accade di solito la rissa via social, via blog o via giornali. Ma di solito tutto resta abbastanza controllabile perché ognuno pensa a esprimere le opinioni sue, a mettere le foto che lo promuovono meglio, a fare della propria vita qualcosa di culturalmente reprensibile. Per dirla chiara.

Coloro che potrebbero usare i social in modo responsabile (come le pubblicità dell’alcol) riempiono i loro profili di fotografie con sguardo accattivante, e opinioni su qualsiasi cosa accada. Postano flussi emotivi improvvisi e incancellabili. Cavalcano megalomanie senza pari (genere: “vorrei dire al papa che non sono d’accordo…”) si fotografano troppo con un calice di vino in mano, si vantano di  ire fuori luogo, cedono a sdolcinamenti. Per non dire dei cacciatori di citazioni suggestive: ormai in raccolte facilmente consultabili per il web.

Ma il dramma è che tutto questo non lo fanno le persone comuni, che al massimo mettono la pizza con gli amici. Lo fanno le nuove classi dirigenti che nella loro formazione non si sono preoccupate di leggere di iconologia, di linguistica, o di semiotica: Saussure e Barthes, Genette e Roberto Longhi. Dunque nella voglia spasmodica di crearsi una reputazione, non fanno altro che rovinarsela. A loro insaputa, ovviamente.

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Perché le fotografie digitali in bianco e nero sono finte.

Il web ama le foto in bianco e nero. Su Instagram è un moltiplicarsi di profili dove si pubblicano soltanto fotografie in bianco e nero. E sono profili molto seguiti e molto amati. In realtà la fotografia in bianco e nero appartiene a un mondo che non esiste più. Il mondo degli scatti analogici, della pellicola, dei sali d’argento che a contatto con lo sviluppo, con gli acidi della camera oscura, mostrano immagini che potremmo definire di tipo simbolico. Il giallo dei capelli biondi diventa un bianco perlaceo, l’azzurro degli occhi un grigio molto chiaro, il verde del prato inglese si fa invece grigio un po’ più scuro, la pelle può essere bianco latte o nero antracite. Tutti noi non ci stupiamo. Sappiamo che il bianco e nero deve fare a meno dei colori, e che la gamma di sfumature va dal bianco più acceso al nero più intenso, con tutti gli intervalli di grigio possibile. Fu una convenzione allora e resta una convenzione oggi: ci siamo abituati con il tempo, nessuno si stupisce ed è entrata nel nostro dna, fa parte del nostro sapere più ancestrale.

È bello il bianco e nero. Ma è figlio di un limite chimico, esiste perché un tempo non esisteva la possibilità di restituire i colori del mondo per come erano. E l’unico modo per ritrarre le cose era attribuire tonalità che non c’erano in natura. Nessuno si chiederebbe di fronte a uno scatto in bianco e nero: ma perché il mare all’alba è quasi bianco e il cielo prima di un temporale è di un grigio intenso? Tutti sappiamo che funziona in quel modo. La fotografia a colori non ha cancellato il bianco e nero, anzi lo ha reso, in una prima fase, più ricercato, più sofisticato, più artistico.  Chi sceglieva il bianco e nero decideva di percorrere territori meno convenzionali e meno banali. Inoltre il colore, all’inizio non era così preciso.

Poi è nato il digitale ed è accaduto qualcosa di curioso. Gli scatti digitali sono a colori, e non sono legati a emulsioni delle pellicole. E per fare il bianco e nero ci sono voluti migliaia di programmatori che negli anni hanno studiato un metodo per simulare attraverso algoritmi complessi l’effetto delle pellicole in bianco e nero. Ma con risultalti controversi e molto complessi.

Era giusto simulare qualcosa che un tempo esisteva in natura e con la fine delle pellicole non poteva più esistere? Probabilmente no, al punto che proprio con la fotografia digitale il bianco e nero da software è diventato un giochetto un po’ banale buono per i dilettanti. Mentre i grandi fotografi che volevano continuare utilizzare il bianco e nero non hanno abbandonato le vecchie macchine a pellicola. Per cui quel bianco e nero digitale sempre più diffuso è semplicemente un gioco, e solo chi utilizza la vera  camera oscura può vantarsi di realizzare un lavoro artistico e autentico.

Ma questo è il destino del digitale, che imita quello che esisteva in anni lontani, e soprattutto è il destino del nostro tempo che ha bisogno di ricordare il passato in una chiave inattuale, perché ha difficolta a rivisitare quello che è esistito in una forma nuova e stimolante.

Non è semplice uscire da questa contraddizione. La metafora del bianco e nero in fotografia si allarga e abbraccia tutto il nostro vivere quotidiano. Dove quel che è stato è rivisto, ricordato e raccontato non come punto di partenza per il futuro, non come risorsa, ma come amarcord: come una malinconia continua e probabilmente sterile prodotta con mezzi moderni. La fiction sulla celebre e amata trasmissione della Rai “Studio Uno”, oppure il Festival di Sanremo con i suoi omaggi al tempo che è stato, non sono soltanto un modo per rivolgersi a un pubblico più anziano. Sono un software, ma questa volta ideologico, che porta a illudersi. L’illusione che nelle nostre vite potremo sempre avere a disposizione un rullino e una camera oscura, quando invece è solo una finzione di qualcosa di veramente finito. Anche se ci piace tanto.

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Non tutto si trova online

Non è per niente vero che tutto ormai si trova online. Buona parte della cultura di questi secoli, soprattutto i libri meno ricorrenti nell’immaginario delle masse mediamente acculturate, gli autori di cui non si sente più parlare da anni, vanno scovati in quei luoghi che si chiamano biblioteche. Alcune di queste biblioteche sono delle autentiche meraviglie, hanno codici preziosi, incunabuli, edizioni aldine, cinquecentine. Non ci trovi soltanto vecchi studiosi nostalgici di carte e pergamente, ma anche giovani che vanno lì semplicemente a studiare, o a consultare un testo per qualche esame.

Una delle biblioteche più belle di Roma è la Angelica. Una meraviglia del Vanvitelli inserita nel convento degli agostiniani. Accade (e più accade e meglio è) che si debba andare a cercare un libro proprio lì. E accade ovviamente di trovare molti studenti seduti a leggere con il loro portatile sulla scrivania.  Ma qualcosa è cambiato. Molti di quei portatili mostrano un dettaglio che fino a poco tempo fa era molto più raro a trovarsi. Ormai buona parte dei computer portatili ha una piccola telecamerina frontale che serve a connettersi per utilizzare le videochiamate. Quel giorno alla Biblioteca Angelica quasi tutti i computer avevano un piccolo frammento di nastro adesivo a coprire quella telecamerina.

Tutto questo non è esattamente ovvio. Stiamo parlando di studenti, non di uomini che per un particolare e specifico lavoro temono che degli hacker possano intromettersi sul loro portatile e spiarli. Quelli sono ragazzi, studenti, che non dovrebbero avere nulla da temere da un software spia. Eppure si proteggono ugualmente.

Qualche mese fa si diffuse per il web una fotografia del portatile di Mark Zuckerberg, l’inventore e grande capo di Facebook, con il nastro adesivo a coprire la telecamera: persino lui aveva bisogno di quel piccolo artificio fisico e analogico per evitare intrusioni. È comprensibile che ci possa essere molta gente per il mondo con la curiosità di spiare un signore così importante e influente.

Ma gli studenti dell’Angelica? Non sono paranoici, ovviamente. Forse neppure troppo spaventati. Ma questo mondo connesso piace sempre meno. Infastidisce, rende ogni cosa troppo diversa da quello che è stata la vita di tutti noi fino a pochi anni fa. Ed è qui il punto vero. I network, le connessioni, i social, la possibilità di vedere il mondo dalla propria scrivania sono stati una rivoluzione. E questo viene ripetuto fino allo sfinimento. Le opportunità del progresso digitale sono un mantra ormai. Ma la rivoluzione tecnologica è stata somministrata in dosi enormi in un tempo brevissimo.

La nostra mente digitale ha bisogno di un periodo di adattamento e assestamento. E se questo vale per i più anziani che hanno una capacità di avvicinarsi alle novità assai più lento, vale ancor di più per coloro che con il digitale sono nati, che non hanno ricordi di un mondo senza internet. E probabilmente non potrebbero neppure concepirlo. Ma devono difendersi, anche se in un modo simbolico. Anche se è improbabile che un software malevolo accenda la telecamera del portatile a loro insaputa e invii immagini a fantomatici curiosi.

Si tratta di rimettere i limiti, i paletti. Si tratta di trovare una strategia per non soccombere. Luoghi come la Biblioteca Angelica sono un buon modo per non soccombere. Senza la retorica dell’analogico bello e del digitale brutto. E senza troppi ragionamenti sul futuro e sulle applicazioni da cui non ci separiamo mai.

Quei pezzetti di nastro adesivo a coprire le telecamere collaboravano a loro modo al silenzio di quel luogo. Un silenzio di fruscii. Il regolamento della Angelica vieta espressamente di bagnarsi il dito per girare le pagine dei vecchi libri. Sembra di essere in un mondo lontano, che per fortuna non è affatto finito.  Il fruscio della carta quando volti una pagina, non ha nulla a che fare con il silenzio digitale fatto di click e di tic, e di suoni di avvisi che sembrano venire da altri universi. Finché avremo nativi digitali che sapranno ancora distinguere tra vita e web e safranno ancora capaci di ascoltare quei fruscii, non potremo che essere ottimisti per il nostro futuro.

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I nuovi analfabeti creativi

Potremmo chiamarlo tempo narcisistico del nuovo sottoproletariato culturale. È una modalità della giornata che ha a che fare con il modo in cui poniamo noi stessi davanti agli altri. I social dicono chi siamo perché noi diciamo ai social quello che riteniamo fondante, importante, perché il mondo esterno possa capirci. Viviamo in un sistema dove conta pubblicare, rendere pubblico, ma senza alcuna percezione e capacità di capire quello che si sta facendo. Perché dopo anni di annichilimento se non disprezzo della cultura umanistica e classica è stato dato in mano a una massa vera e propria, a un quarto stato moderno, uno strumento che ha bisogno disperatamente di una serie di nozioni e di conoscenze culturali si ritenevano inutili e da dimenticare.

Dopo aver raccontato per anni che la passione per l’arte era un passatempo per ragazze di buona famiglia dall’animo delicato, la poesia una merce per sfaccendati con il pallino di vedere grazia e bellezza nelle parole e nei sentimenti, la letteratura una fissazione di gente pronta a non vivere nella realtà, la filosofia una disciplina per gente che non solo non aveva i piedi per terra, ma non sapeva neppure cosa mai fosse il terreno dove poggiarli. E gli architetti dei matti che pensano edifici poco concreti, e gli attori, i registi, i teatranti, dei guitti e saltimbanchi che passano le notti in bianco e si svegliano tardi la mattina.

Dopo aver mostrato il mondo come un’opportunità solo per i mestieri concreti, quelli che contano davvero, accrescono il pil e rendono solido un paese, sono arrivati un po’ di giovani scapestrati, a cominciare da Mark Zuckerberg per continuare con Steve Jobs e via dicendo: tutta gente che di concreto nella vita non aveva mai immaginato nulla. E hanno consegnato un kit in ogni casa dove esisteva un computer, un collegamento di rete, uno smarphone, dicendo: entrate nei social, fotografatevi, raccontatevi, inventatevi qualcosa.

Solo che per farsi un selfie serve conoscere qualcosa di storia dell’arte e iconologia, per scrivere sui social sarebbe meglio non ignorare Saussure, come d’altronde sarebbe necessario sapere qualcosa di ermeneutica se postate un commento che vi piace e non sapete esattamente il perché. Ed è utile avere coscienza che non si può prescindere da Shakespeare o Dostoevskij quando cominciate a raccontare le vostre passioni, che siano nitide o che siano fosche, e che se volete essere seduttivi e interessanti, e farlo in una maniera equilibrata, non dovete dimenticare che Caravaggio non va preso troppo alla lettera, per non dire del manierismo.

E non c’è da storcere la bocca davanti alla retorica antica: non è soltanto una perdita di tempo che vi intralcia la partita a golf, il bridge al circolo o una cena in un ristorante stellato con gli amici. Perché se non si sa nulla di retorica tornando dalla cena e confortati da una buona bottiglia di Amarone si postano sdolcinature esagerate e incontrollate.

Questo grande mondo dove tutto è pubblicabile prima ancora di essere pubblico, è diventato un campo di segale, direbbe Salinger, che termina con un burrone,  e il rischio di precipitare è assai alto. Dove ogni selfie, ogni postura, ogni sguardo rivela molte cose, come rivelano molte cose i post isterici sulla politica o sulla cronaca, le poesie citate e attribuite erroneamente a poeti che mai le avrebbero scritte, le narrazioni del mondo di cui si potrebbe fare a meno. Ogni azione sul web e sui social è un sistema culturale da riconoscere, ma che in troppi ormai ignorano.

Questo nuovo mondo ha generato passo dopo passo, post dopo post, un nuovo sottoproletariato culturale fondato sulla precarietà narcisistica e sul disorientamento. L’imbarazzo è nel capire che l’analfabetismo non è soltanto quello di sbagliare un congiuntivo, è anche quello di non saper declinare i tempi e i verbi della nostra cultura e della nostra storia.

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Immaginare l’altrove

Nel mondo antico gli uomini si muovevano assai poco, e immaginavano moltissimo. Nel medioevo non mancavano i viaggiatori e tantomeno gli esploratori, ma la maggior parte delle persone viveva l’intera vita in uno spazio minimo, talvolta di pochissimi chilometri, e tutto quello che veniva a sapere gli veniva raccontato, oppure, se era in grado, lo leggeva sui libri. Il medioevo, ma anche l’età moderna, sono luoghi, prima che epoche. Sono costellazioni isolate una dall’altra dove solo ogni tanto, per un caso, per una bizzarria, arrivavano informazioni dal mondo. Informazioni portate da qualche viandante, da un soldato, da qualcuno che era partito e poi tornato. Ma erano notizie per lo più inservibili, perché di fatto troppo vaghe, leggendarie, poco comprensibili.

Però quel mondo era anche un mondo pieno di immaginazione. Non era da tutti, se non ti chiamavi Marco Polo, raggiungere luoghi lontani, ma era da tutti, o forse da molti, sfogliare bestiari, o atlanti immaginari, dove erano segnati luoghi e terre mai esistiti, dalle forme più strane, mappe inverosimili nelle quali riuscire a muoversi. Il mondo del passato, anche del passato recente, era un mondo di storie fantasiose e vertiginose che però avevano una loro compiutezza, o meglio una loro finitezza. Gli atlanti contenevano 100 terre esistite e mai esistite, ma non 101. I bestiari altrettanto, il pensiero era abituato a sapere che i libri avevano un certo numero di pagine, così come le immagini, che erano quelle che si potevano vedere nelle chiese. In epoca recente, con l’invenzione dei giornali e l’avvento dell’informazione, accadeva all’incirca la stessa cosa. Quando si voleva dire di qualcuno meticoloso e rigoroso si portava ad esempio la sua tenacia nel leggere tutto il quotidiano dalla prima all’ultima pagine, dove di solito venivano stampati gli annunci mortuari. Riga per riga, pagina dopo pagina si poteva leggere tutto. E riga per riga e pagina dopo pagina si sfogliavano i romanzi o i trattati. E c’erano i matti che cercavano di imparare le enciclopedie a memoria, o tenevano a mente i nomi delle città o dei laghi e dei fiumi stampati sugli atlanti.

In quel mondo finito, l’immaginare l’altrove aveva una sua logica. Esistevano terre lontane e irraggiungibili, però stavano comunque dentro i libri, esistavano moltissime notizie, anche troppe, ma finivano tutte alla pagina 24 del giornale. Si sapeva del mondo, ma nel tempo chiuso di un notiziario. E quello che stava fuori dai libri, dalle opere pittoriche e dagli affreschi, dai bestiari dagli atlanti, dai quotidiani e giornali radio e dai telegiornali, non c’era, non serviva, non era necessario.

Una vecchia canzone dell’inizio degli anni Sessanta si intitolava appunto Il mare nel cassetto. Tutto era perimetrabile, anche quello che per definizione sfiora l’infinito.

L’era del web ha capovolto questa idea. Non c’è nulla che finisca veramente, le informazioni girano continuamente, spesso sempre le stesse e ti danno la sensazione che non si compiano mai. Il vecchietto pignolo non può leggere un giornale dalla prima all’ultima pagina, perché non basterebbe, e dovrebbe continuare sul sito web della testata, le informazioni hanno una circolarità che impedisce di mettere la parola fine a quello che possiamo e vogliamo sapere. L’idea di ripetersi non è più un errore concettuale, ma una necessità dei contenitori, che non si riempiono mai e hanno bisogno di sommare idee, scrittura, immagini ed esperienze perché sennò vivremmo in un vuoto insopportabile.

La tragica fatalità ha voluto che molti divi della musica siano morti nel 2016. È stato uno stillicidio di giornali, televisioni, programmi radiofonici, che davano sempre lo stesso elenco, legando assieme destini e storie che avevano solo un punto in comune: che era scomparsa gente importante che suonava e cantava. Ci dicono che siamo dentro un universo di possibilità che non ha fine, ma ci sentiamo dentro un mondo piccolissimo dove nulla è immaginario e tutto è ripetuto fino allo sfinimento. E più sappiamo quello che accade, più quello che accade ci viene detto come non lo avessimo mai sentito.

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I layout della cattiva informazione

È accaduto a tutti, arrivati per la prima volta in una città, di entrare in un ristorante, e cominciare a notare alcuni dettagli, per capire meglio se si è fatta la scelta giusta, oppure se rischiamo di avere un cattivo servizio, o del cattivo cibo. Guardiamo delle cose, magari nell’attesa del cameriere, che sono impercettibili: il tipo di tovaglie, la scelta dei bicchieri, la luce, i quadri alle pareti. Alle volte persino lo stato della toilette. Sono elementi che poi portano un pregiudizio che può essere confermato oppure no. Di solito non ci si sbaglia. È raro che molti elementi distonici siano poi smentiti nella qualità del cibo e del servizio, perché siamo tutti abituati a considerare le cose del mondo in modo armonico. Un uomo colto non parla sbagliando i verbi e usando termini in modo improprio. Un grande artista non avrà alle pareti di casa croste dei pittori della domenica, e il sorriso di un bravo medico, il suo modo di porsi e di fare sarà empatico, accogliente, severo e competente. E non certo isterico, arrogante e violento.

Questo nella vita reale. Solo che la vita reale è diventata soltanto una parte, e purtroppo neppure troppo grande, della vita di ognuno di noi. Buona parte delle nostre esistenze corrono sul web, sia attraverso la rete che attraverso le app degli smartphone. Per cui i ristoranti sono lì, possiamo ordinare del cibo e averlo a casa consultando una app, e magari l’app non soltanto è efficiente, ma è anche elegante, con i colori giusti, con le iconcine belline e ben pensate. E questo non accade perché l’app dei ristoranti è stata pensata da persone che curano la qualità del servizio come la qualità del locale (in questo caso la app, o il sito, rappresenta il locale) ma perché esiste una struttura ideologica che produce immaginari tutti uguali. I più bravi sono quelli di facebook, con i loro layout, ma l’elenco sarebbe lungo.

L’oliera sbeccata del ristorante  oppure la toilette senza carta igienica esisteva anche ai primordi del web. Un tempo capivi con chi avevi a che fare guardando i siti web. C’erano quelli bellissimi e costosi, dove funzionava tutto, impaginati come si deve, e c’erano quelli disastrati, dove i link non erano collegati a niente, le foto troppo sgranate, i colori esagerati, e il testo magari poco leggibile. Come nelle città esistono vetrine di negozi bellissime e piacevoli, e antri commerciali dove magari trovi qualcosa di buono, ma prima devi farti largo tra paccottiglia, polvere e disordine.

Oggi tutte le vetrine sono eccellenti, perché di fatto sono quasi tutte uguali. Oggi i ristoranti hanno oliere di design, e luci calde che ti danno la sensazione di trovarti nel posto giusto. Merito di un sistema che mette le persone nelle condizioni di godere di cose per cui non è importante stabilire valore e qualità. Tutte le foto su Instagram diventano belle per due motivi: perché sono abbastanza piccole da nascondere i difetti, e perché sono abbastanza manipolabili con i filtri per farle assomigliare a quelle dei fotografi veri. L’ideologia Ikea, è stata forse l’inizio di questo processo. La libreria da 69 euro, ha un design paragonabile a quelle da 20 mila euro. Solo che la prima è di truciolato e la seconda di un legno rarissimo e prezioso. Eppure se le fotografi entrambe per Instagram appariranno molto simili.

L’informazione, che è un tasto dolentissimo, ha ormai lo stesso layout ovunque, perché gli articoli vengono ripubblicati dai social. Per cui il testo del giornalista inesperto che ha creduto alla prima notizia bufala che passava sul web, appare al lettore con la stessa modalità dell’articolo del più importante columnist del New York Times.

Come distingui tra due ristoranti identici dove in un uno ti servono la carne di gatto e nell’altro la chianina autentica? E per di più allo stesso prezzo? Come facciamo a capire, in un mondo che ha fatto dell’estetica, del glamour la religione del nostro tempo, cosa ha sostanza, contenuto e cosa è soltanto forma? E come possiamo insegnare ai nostri figli a imparare a difendersi da tutto questo?

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