Quelle vecchie presentazioni dei libri che oggi diventano spettacolo

Tanti anni fa presentare i libri era un modo per discutere. Non avevano nulla di rituale, spesso erano litigiose. Si discuteva dei contenuti e il pubblico era misto. C’era gente che ci andava perché amava leggere quel tipo di autore, e c’era gente del mondo culturale che voleva capire qualcosa di più. Le presentazioni dei libri erano un modello culturale con una serie di punti fermi. L’idea di pavoneggiarsi, narcisisticamente, per aver pubblicato un libro non era così diffuso. Poi la società dello spettacolo ha cancellato quei cenacoli pubblici di parole, pensieri e dibattiti. La presentazione era entrata nel dorato mondo del marketing. Ovvero serviva a venderlo il libro. Per cui in fondo alla sala c’era una signorina con davanti piccole pile di libri. Si compravano e si facevano autografare. Ma perché lo spettatore andasse a comprare il libro c’era bisogno di una presentazione convincente. Per cui da quel momento comincia l’arte della scelta dei presentatori.

Anche questo ha avuto dei gradi interessanti. Fermo restando che i presentatori dei libri sono tenuti all’elogio, all’inizio la laudatio era affidata a persone di grande autorevolezza. Lo scrittore esordiente chiamava il grande autore italiano, il giovanissimo si affidava all’anziano professore, o al direttore di giornale, oppure al capo delle pagine culturali, o ancora al critico letterario di punta. Funzionava così. E forse era anche giusto. Normalmente chi ha una reputazione non si produce in elogi sperticati. Parla, dice cose, esprime convinzioni ma mette in mostra anche qualche riserva, pure legittima. Siamo ancora nel mondo della decenza. Nessuno si sogna di chiamare qualcuno che a una presentazione stroncherà il suo libro. Ma nessuno ritiene di essere trattato da premio Nobel della Letteratura

Mala tempora currunt, però. E questa fase sfuma assai presto. E si passa a uno step successivo. Chi se ne frega di vecchi professori di letteratura, un po’ ingobbiti, conosciuti solo ai membri dei Lincei oppure negli Istituti italiani di Cultura. Non attirano pubblico. Ci vogliono i volti noti. E le presentazioni si popolano di eccentrici signori che con i libri hanno poco a cui spartire, ma con il mondo dello spettacolo moltissimo. Spesso i personaggi televisivi tanto amati dal pubblico, gente nota, che biascica elogi sproporzionati, e che quasi sempre del libro ha letto a malapena le prime e le ultime pagine oltre all’aletta di copertina. È il mondo dello spettacolo. L’autore gongola accanto a nomi più o meno noti, i critici possono andare in soffitta. I più corteggiati sono i giornalisti che hanno una visibilità televisiva. Sono quelli più bravi a parlare di cose che non sanno, e dovrebbero attirare pubblico. E quindi la signorina seduta in fondo con il banchetto dei libri da vendere potrebbe averne un vantaggio.

Ma il pubblico comincia a diminuire, gli inverni non sono più rigidi come un tempo, e le primavere ormai assomigliano più a delle estati prima del tempo. Uscire di casa, specie nelle città più grandi e andare ad ascoltare chiacchiere narcise non è proprio un buon modo per impiegare il tempo. Le presentazioni sembrano più dei comizi organizzati che degli eventi culturali. Chiamare gente per non ritrovarsi le sale vuote. E si capisce subito che a queste presentazioni sono tutti amici, colleghi, o ancora peggio parenti stretti e lontani cugini. Se sei un potente che ha scritto un libro, arrivano invece i dipendenti, e i questuanti che poi ti dovranno chiedere un favore.

Ma neanche questo è bastato, la terza fase è ancora più recente. Presentazione con attore che legge. Una cosa imbarazzante, anche quando l’attore è magari importante. Imbarazzante perché i romanzi e le poesie, ovunque, le leggono eventualmente gli autori stessi, che non caricano di timbri recitanti la loro narrativa e la loro poesia. Ma gli attori chiamati in quanto tale, fanno gli attori, e quindi gassmaneggiano come fossero all’ultimo atto della Tempesta. E se all’inizio la formula, l’attore tal dei tali leggerà alcune pagine del romanzo o alcune poesie, era propria di creazioni artistiche. La pratica si è estesa rapidamente, arrivando anche agli autori di saggi. Di qualsiasi saggio, anche delle pagine che non solo non sarebbe il caso di leggere, figurati recitare. E siccome certa saggistica sarebbe dura da digerire meglio scegliere attori, prevalentemente donne, ma anche uomini, di bello aspetto, se non assai bello, che possano invogliare con una voce recitante non sempre ineccepibile, e dare una dignità al testo, creando emozione.

Peccato che spesso questo generare emozioni si dovrebbe applicare a una prosa non lontana dal manuale di istruzioni di un trapano o di un frullatore. Per cui negli ultimi anni è tutto un leggere, con scale diverse di valori. Si va dal grande autore che si affida al grandissimo attore, all’autore potente ma scarso, e scarso anche di editore, che si affida al grande attore, ai piccoli autori che cercano il giovane attore o attrice sconosciuti e sorride beato nell’ascoltare le sue emozionali pagine sul prodotto interno lordo della Repubblica di San Marino, come fosse l’incipit della Morte di Virgilio di Hermann Broch. Ce ne sarebbe già abbastanza per tutti, e per il degrado che ci circonda, se non fosse che ormai ricevo mail di gente che dai reading dei propri libri, già discutibili, è passata a dei veri e propri spettacoli. Vanno in tour. E non dico che sia vietato. Ma è così necessario? Gente anche brava, nota, che utilizza il proprio nome e che ormai non ce la fa a non farsi vedere, addirittura su un palcoscenico, quando potrebbe risparmiarselo, quando avrebbe la possibilità di scrivere e basta, di essere e basta, di fare un passo indietro proprio perché hanno libri che gli permettono di continuo di fare passi avanti, di raccontare a tutti anziché mostrare se stessi. Un vecchio modo gigionesco che non è degli autori, ma di chi questi mestieri li sa fare e li deve fare: i registi, gli scenografi, gli attori, i drammaturghi. Un tempo gli autori salivano in cattedra, e le cattedre servivano a trasmettere il sapere, oggi gli autori salgono sulle tavole dei palcoscenici, per mostrare loro stessi, per farsi un selfie di fronte al loro pubblico, un selfie narciso composto dalle loro parole, dai loro libri e dalle loro storie. Trasmettere saperi non è come trasmettere emozioni. Trasmettere saperi è generare classi dirigenti future. Trasmettere emozioni è restare in un presente futile e senza futuro. Ce n’era davvero bisogno?