Ci si chiede se la nostalgia sia il punto di inizio della scrittura

Se in futuro avremo più scrittori sarà anche perché i social network hanno accentuato il legame con il passato della gente comune. Se le persone sapranno raccontare, descrivendo in modo nitido, sapendo isolare alcuni elementi, sapendo vedere le cose, è perché sono abituate a inquadrare il mondo come fossero dei fotografi in servizio permanente ed effettivo. Se stanno dentro la tradizione letteraria, ovvero se sanno citare, trovare riferimenti letterari e filosofici, è perché il web permette la ricerca di tutto quello di cui si ha bisogno con poche parole chiave, ma anche perché è attraverso citazioni, suggestioni, richiami e rimandi che si sta sui social network.
Per cui a pensarci bene l’educazione letteraria dei fanciulli e delle fanciulle è tornata prepotente in questa contemporaneità senza passare dalla scuola, dai maestri di retorica e di dialettica, dai critici e dai giornali, libri e riviste. Che piaccia o no tutto questo creerà un diluvio, accresciuto tra l’altro dalla possibilità di autopubblicarsi in forma elettronica e – almeno in teoria – essere letti da chiunque. Ma questo non risolve il nodo della nostalgia, del ritorno. Perché buona parte di quelli che scrivono non sa esattamente perché ha bisogno di raccontare. Perché, come direbbe Milan Kundera, la scrittura è una forma di ignoranza. E l’avventura, il viaggio di Ulisse esiste solo per poter poi ritornare. Dice Kundera: «Calipso, oh Calipso! Penso spesso a lei. Ha amato Ulisse. Hanno vissuto insieme sette anni. Non sappiamo per quanto tempo Ulisse avesse condiviso il letto di Penelope, ma certo non così a lungo. Eppure tutti esaltano il dolore di Penelope e irridono le lacrime di Calipso».
La nostalgia di poter vedere il ritorno, per usare le parole di Ulisse, è il punto centrale, nodale, di tutta la letteratura e delle storie che ci circondano. Ci si chiede se la nostalgia sia il punto di inizio della scrittura. Ma non si scrive lasciando che la sofferenza assorba i ricordi. Si scrive, spesso, per superare la sofferenza. Per questo raccontare è importante. Ma per questo fare letteratura alle volte è così difficile.
La nostalgia riporta Ulisse a Itaca, ma è a Itaca che Ulisse vorrebbe raccontare le sue avventure per i mari e i confini della terra. Solo che a Itaca nessuno glielo chiede. Per vent’anni non aveva pensato che al ritorno. Ma quando fu di nuovo a casa capì, che l’essenza stessa della sua vita, il suo tesoro, era fuori da Itaca, nei vent’anni di vagabondaggio. E quel tesoro l’avrebbe recuperato solo raccontando.
Ma nessuno chiede a Ulisse di raccontare. A uno sconosciuto si chiede di raccontare chi è, da dove viene, e quale sia la sua storia, mentre a Ulisse sono i suoi concittadini a raccontare di persone che lui non vedeva da vent’anni, oltre a tutto quello che era accaduto durante la sua assenza da Itaca. Questo è il paradosso delle narrazioni, questo è il destino delle storie: mettersi a nudo davanti ai lettori è una tentazione fortissima che solo in apparenza ha a che fare con il narcisismo e l’esibizionismo. Perché in verità scrivere è il tempo della memoria e delle nostalgie.