Nel 1994 pubblicai per Frassinelli un libro in forma di lettera. Si intitolava Se una mattina d’estate un bambino. E il sottotitolo era: Lettera a mio figlio sull’amore per i libri. Di fatto è stato il mio primo libro, un saggio sulla lettura e sulla letteratura. Dedicato a mio figlio Francesco, che allora aveva soltanto due anni, fu un libro che ebbe molto successo. E forse ancora oggi è tra i miei libri più tradotti nel mondo. Per 20 anni è rimasto in catalogo ma da alcuni anni non è più ristampato. Alle volte il web è anche questo. La possibilità di regalare una lettura di un testo a cui sono affezionato. Che precede di un anno il mio romanzo Presto con fuoco, e che racconta del perché i libri servano a capire le nostre vite e a muoverci meglio nel mondo. Pubblicherò ogni giorno un capitolo di questo saggio sperando che i lettori che ancora non lo conoscono possano leggere qualcosa di nuovo e diverso. Il sesto e ultimo capitolo si intitola: E un giorno al Castello un vegliardo...

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Ti stavo guardando Francesco, poco fa, mentre sentivi la musica: ti metti da solo quella cuffia grande grande e mi chiedi di accendere il lettore di compact disc. A volte mi piace fare un gioco: quello di farti ripetere i nomi dei brani che ascolti, più per caso che per metodo, perché son quelli che ho sentito io fino a un momento prima che arrivassi tu. E allora ti sei messo la cuffia mentre suonava il Concerto per oboe di Alessandro Marcello. E mi diverto a farti ripetere autore e titolo di quel che stai ascoltando. E tu, quasi preciso: “ello erto per obo”. Poi vai da tua madre a ripeterglielo, anche perché io mi diverto che tu le dica le frasi più imprevedibili, le più strane. Questa volta però non ha capito, le ho dovuto spiegare cosa volesse dire ello-erto-per-obo. Ha sorriso. Si è abituata ai nostri dialo­ghi del tipo: “ti piace Brahms? “No Bbams no. Malley, Bobbe”. Che vuol dire: No, Brahms non voglio sentirlo, voglio Bob Marley. E ti accontento, e ti addormenti con Jamin. Ma anche con La locomotiva di Guccini, e con la Toccata in mi minore di Bach, e anche con Richard Strauss, e qualche volta il Concerto n°1 per pianoforte e orchestra di Brahms, quando ti convinci che il grande trillo dell’inizio non è cosa spaventevole.

Altre volte ti addormenti con le storie; quelle storie che già conosci e che ti raccontiamo proprio come tu le vuoi. Non ha importanza che sia Dumbo o Peter Pan o le filastrocche di Gianni Rodari, quelle con i disegni di Emanuele Luzzati. Per ora i tuoi libri sono questi, non c’è il soccombente Wertheimer, non c’è la poesia di Eliot, non c’è Holden, non c’è John Silver, e per fortuna: è ancora presto. Ma un giorno te li ritroverai tutti in­sieme, in un unico romanzo.

Ti sto spiando; mentre guardi un film di Lassie, in una di quelle posizioni scomode che solo tu riesci a trovare. Mi ac­corgo che ormai quei tuoi  film non li guardo più, che non fac­cio caso allo schermo. Mi accorgo che in verità guardo te, non più il film, che ormai so a memoria. In questo momento tu sei il mio film: un film di te che guardi un film. Succede spesso in letteratura.  Si chiama costruzione en abime; costruzione in abisso. Si dice così quando si racconta la storia di qualcuno che a sua volta sta scrivendo un libro; o quando si fa un film con qualcuno che sta girando un film. E questo è un libro scritto da tuo padre che racconta delle storie di personaggi non molto di­versi in fondo da quelli che stai vedendo ora sullo schermo del televisore.

Ho iniziato questo libro in una mattina di mare. Lo sto per finire, caro Francesco, in una sera dove ti avvolge il silenzio della campagna e, nonostante il buio, c’è un riverbero dal cielo che fa pensare a Roma come a una città non troppo lontana. Adesso non ascolti più il Concerto per oboe, Francesco: sei an­dato a dormire, con qualche capriccio, anche se generalmente ne fai pochi.

Prima ti dicevo: e se quei personaggi tu li ritrovassi tutti insieme in un castello di carta, che ci inventiamo io e te? Un bellissimo castello di carta dove un vecchio pirata, che per­dette una gamba durante un arrembaggio, fa il giardiniere – Sì, proprio un mestiere così innocuo – e saluta tutti quelli che ar­rivano affabilmente, e avverte: attenti ai fiori! non passate dal prato! guardate quella siepe com’è cresciuta in fretta! Il vec­chio porco-arrostito, così lo avevano soprannominato i suoi pi­rati, è diventato un altro uomo e sembra felice. Nonostante sia costretto a portare con sé una gruccia, la sua abilità nel muo­versi è straordinaria. Il castello di carta, Francesco, è abitato anche da un ragazzo troppo cresciuto che si chiama Holden, ma tiene segreto il suo cognome, per capriccio. Non ci si può fidare di quel che Holden dice: spesso inventa storie immaginarie. Ma sembra tranquillo: anche se non ha perduto quel curioso modo di raccontare le cose. Con lui si vede, di tanto in tanto, la sorel­lina Phoebe, sveglia e simpatica; quando Holden si mette in qualche guaio la piccola Phoebe interviene e tutto torna al suo posto. È un po’ fatina la piccola Phoebe, come Campanellino di Peter Pan. Poi c’è il portiere: un signore dimesso, che tutti chiamano John. Ha sempre vissuto solo, ha radi capelli. Parla molto poco ma quando le giornate si accorciano e fa buio assai presto, se è di umore melanconico gli capita di raccontare sto­rie lontane, di una città dove c’è sempre nebbia e vive una vecchia signora dal nome strano che sembra sapesse leggere gli antichi Tarocchi. E in un’altra ala del castello, un po’ eccen­trico e un po’ isolato, vive Glenn Gould. Suona sempre il suo pianoforte; qualche volta anche per tutta la notte, ma gli abi­tanti del castello mostrano comprensione. Quando il vento viene da sud, per tutta la vallata si sente il suo Steinway e la musica di Bach.

Un giorno al portone del castello si presenta un vegliardo: ha il viso di un signore che ho incontrato a Milano anni fa, nel maggio del 1985. Aveva già 86 anni quando lo incontrai per la prima e ultima volta: e i suoi occhi, che non vedevano più la luce ormai da trent’anni, sembravano vivi, sembrava vedessero oltre; parevano gli occhi di un veggente. Il viso lungo, la pal­pebra dell’occhio destro leggermente più bassa dell’altra e un impercettibile sorriso. Sì, era proprio lui, era quel signore, Francesco, quel signore che ho incontrato a Milano anni fa. Ora si presentava, vestito come allora, al portone del castello. Sembrava fosse atteso, e atteso con piacere. I nostri personaggi di carta si riunirono nel cortile seduti su lunghe panche di le­gno. Non c’erano solo quelli di cui abbiamo parlato in queste pagine: ce ne erano tantissimi di cui qui non ti ho detto. Alcuni ho creduto di riconoscerli: c’era un giovane con un nome in­glese e un cognome latino, c’era un principe danese, molti uo­mini d’arme, e signore borghesi vestite alla moda dell’epoca; c’erano giovanotti spavaldi, dandy, donne affascinanti, di tutte le razze, Re, regine e principesse; avventurieri, alti prelati, papi; assassini, di ogni specie, e corsari di ogni mare, di ogni luogo della terra, e poi carcerati e carcerieri, nobili in disgrazia, e intere file di poveri dai vestiti laceri; e c’erano folle di bam­bini. E quelle tue streghe, folletti, e gnomi che cominci a cono­scere bene. C’era anche Peter Pan, molto più piccolo, più bam­bino, di quel ragazzino che sei abituato a vedere nel cartone animato di Walt Disney.

Lentamente quel cortile grandissimo si è riempito, come fosse un libro fitto di nomi ma in modo ordinato; solo a tratti si poteva percepire un lieve brusio. Persino Glenn Gould smise di suonare il secondo libro del Clavicembalo ben tempe­rato: qualcuno lo sentì chiudere bruscamente il coperchio del suo Steinway e scendere rapidamente le scale. Era stata ap­poggiata su un palchetto una comunissima sedia. Il vegliardo accompagnato da una signora dai capelli rossi che non avevo mai incontrato si sedette, con cautela; tenendo il bastone tra le gambe e ap­poggiando le mani nodose sul manico intarsiato. Nel cortile si fece silenzio, il silenzio che puoi sentire solo in una biblioteca, ma di quelle con muri spessi e grandi codici e pergamene, ap­poggiati su antichi scaffali di legno, ormai piegati dal peso. Il vegliardo cominciò a parlare, Francesco, con il tono di chi tiene una conferenza: la voce era sottile, qualche volta esitante, ma sicura. Naturalmente sapeva fin nei minimi dettagli cosa avrebbe dovuto dire:

“Un libro, qualunque libro, è per noi un oggetto sacro; già Cervantes, che forse non ascoltava tutto quel che diceva la gente, leggeva perfino le carte strappate nelle strade. Il fuoco, in una della commedie di Bernard Shaw, minaccia la biblioteca di Alessandria; qualcuno esclama che brucerà la memoria del­l’umanità, e Cesare gli dice: Lasciala bruciare. È una memoria d’infamie…”. Il silenzio fu interrotto da un brusio, qualcosa di simile a un eco di disappunto. Il vegliardo tacque; come solo lui sapeva fare. Mosse lentamente il bastone, con un leggero don­dolio tra le ginocchia, tenendo il viso alto, il mento sollevato, e attese che tornasse il silenzio. Poi continuò: “Il Cesare storico, a parer mio, approverebbe o condannerebbe il giudizio che l’au­tore gli attribuisce, ma non lo riterrebbe, come noi, uno scherzo sacrilego. La ragione è chiara: per gli antichi la parola scritta non era altro che un succedaneo della parola orale”.

Questa volta il vegliardo si fermò, ma ora fu lui a sorpren­dersi: si aspettava una reazione, e invece ormai tutti quei per­sonaggi, sembravano rapiti, muti, come figli di libri intonsi. L’interruzione fu lievissima, poi la voce riprese con una into­nazione un po’ più ironica: “È fama che Pitagora non abbia scritto: aveva più fede nella virtù dell’istruzione parlata. Di maggior forza della mera astensione di Pitagora è la testimo­nianza di Platone. Platone narrò una favola egizia contro la scrittura, la cui abitudine fa sì che la gente trascuri l’esercizio della memoria e dipenda da simboli, e disse che i libri sono come le figure dipinte, che paiono vive, ma non rispondono alla parola alle domande che loro si pongono. Per attenuare o eli­minare tale inconveniente immaginò il dialogo filosofico”.

Tutto scorreva, Francesco, come se quelle parole, quei con­cetti, fossero chiari da sempre: lì, afferrabili da chiunque. Quell’uomo lo sapeva, era sicuro che tutti avrebbero esclamato: già, come non averci pensato prima! Anche le citazioni dotte, quelle di autori antichi, sembravano naturali, necessarie: “Alla fine del secolo IV cominciò il processo mentale che, dopo molte generazioni, sarebbe culminato nel predominio della parola scritta su quella parlata, della penna sulla voce. Un mirabile caso ha voluto che uno scrittore fissasse l’istante (esagero ap­pena chiamandolo istante) in cui ebbe principio il vasto pro­cesso”.

La voce del vegliardo divenne esitante, come se la sua memoria chiedesse tempo, per ritrovare un brano da recitare, poi con esattezza disse che Sant’Agostino nelle Confessioni racconta di Sant’Ambrogio, e di come Sant’Ambrogio leggesse facendo scorrere lo sguardo sulle pagine penetrando il loro si­gnificato, ma senza proferire parola, né muovere la lingua. Molte volte, racconta sempre Sant’Agostino, fu visto leggere tacitamente, forse per preservare la voce, che gli diveniva fioca con facilità. Il vegliardo si fermò, e poi aggiunse, preciso: “Sant’Agostino fu discepolo di Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, intorno all’anno 384; tredici anni dopo, in Numidia, re­dasse le Confessioni e ancora lo turbava quel singolare spetta­colo: un uomo in una stanza con un libro, che legge senza arti­colare le parole. Quell’uomo passava direttamente dal segno di scrittura all’intuizione, omettendo il segno sonoro; la strana arte che iniziava, l’arte di leggere silenziosamente, avrebbe condotto a conseguenze meravigliose. Avrebbe condotto, tra­scorsi molti anni, al concetto del libro come fine, non come strumento di un fine”.

La platea a questo punto si emozionò, il silenzio lasciò il posto a voci di assenso, il vegliardo cieco stava raccontando un miracolo; e lo raccontava con la stessa delicatezza con cui Glenn Gould mostrava il prodigio geometrico e barocco di Johann Sebastian Bach. Anzi, Francesco, forse il Clavicembalo ben tem­perato sarebbe stato perfetto come sottofondo a queste parole: “Alla nozione di un Dio che parla con gli uomini per ordinare e proibire loro qualcosa, si sovrappone quella del Libro Assoluto, quella di una Scrittura Sacra”.

Poi il nostro conferenziere parlò dei libri sacri, del Corano: “Per i musulmani, il Corano non è una mera opera di Dio, come le anime degli uomini o l’universo; è uno degli attributi di Dio, come la Sua eternità o la Sua ira”. E poi del Sefer Yetsirah che racconta come Jehova, Dio degli Eserciti, d’Israele e Onnipotente, creò l’universo mediante i numeri cardinali che vanno dall’uno al dieci e le ventidue lettere dell’alfabeto, e ag­giunse: “Che i numeri siano strumenti o elementi della Creazione è dogma di Pitagora, che lo siano le lettere, è chiaro indizio del nuovo culto della scrittura”.

Il sole cominciava a tramontare nella vallata e quella luce  ancora più bassa dava al nostro vegliardo un aspetto ancora più ieratico. Per la prima volta un letterato parlava ai personaggi letterari (e non viceversa com’era sem­pre accaduto). Loro, figli delle parole, delle combinazioni infi­nite delle lettere dell’alfabeto potevano ascoltare una storia che li riguardava: e capire il motivo, il perché io e tanti altri, anziché occuparci di cose tanto concrete, tanto serie, tanto re­ali, siamo qui a scrivere libri come questo: che contiene istru­zioni per l’uso della vita attraverso un mondo fittizio, un mondo di carta. Quello stesso mondo che stava seduto su quelle panche ad ascoltare l’uomo che da qualcuno avevo sentito chiamare come: il señor.

E il señor diceva: “Più lungi andarono i cristiani. Il pen­siero che la divinità aveva scritto un libro li mosse a immagi­nare che ne avesse scritti due, e che l’altro fosse l’universo. Al principio del secolo XVII Francis Bacon affermò nel suo Advancement of Learning che Dio ci offriva due libri, perché non cadessimo in errore: il primo, il volume delle Scritture, che rivela la Sua volontà; il secondo, il volume delle creature, che rivela la Sua potenza, e questo era la chiave di quello”. La conferenza era arrivata alla fine, Francesco. La voce dell’an­ziano uomo si era fatta un po’ più stanca. Si avvicinava il mo­mento di concludere. Aveva citato Thomas Carlyle, e prima an­cora Sir Thomas Brown, e Flaubert, e Mallarmé, e Henry James e James Joyce e Clemente Alessandrino, e Léon Bloy, e anche Gesù: “il più grande dei maestri orali, che una sola volta scrisse alcune parole in terra e nessun uomo le lesse”. Ma si congedò da quel pubblico con una frase che li avrebbe colpiti profon­damente: “Il mondo, secondo Mallarmé, esiste per giustificare un libro: secondo Bloy, siamo versetti o parole o lettere di un libro magico, e codesto libro incessante è l’unica cosa che è al mondo: è, per meglio dire, il mondo”.

Il señor aveva terminato. Aveva raccontato a tutti i per­sonaggi della letteratura che loro, fatti di parole, di lettere, di virgole, di puntini di sospensione, erano il mondo; aveva detto anche, al tempo stesso, che se il mondo esiste, esiste per giu­stificare un libro. Aveva detto queste due cose, che in realtà non aveva detto proprio lui, ma altri due signori, che forse si erano ispirati ad altri signori ancora. Come finisce questa fa­vola, Francesco? Con Glenn Gould che torna nella sua camera e suona Bach in onore del grande vegliardo? Con Holden che si alza in piedi e fa una domanda, una delle sue, ammirate e irri­verenti al tempo stesso? O ancora John Silver, appoggiato a una gruccia che lo guarda con quel misto di disprezzo e ammira­zione di chi sa che poi, alla fine, anche quel medico che gli am­putò la gamba, con tanto di laurea e latino a strafogare, anche lui seccò al sole in uno di quei posti in cui vanno a morire, cari­chi di rum, i pirati: senza alcun rispetto della sua scienza. E Wertheimer? Quale motivo di disperazione avrebbe potuto trovare, quale modo per soccombere ancora una volta? Troppi, forse. Non c’è una risposta a tutto questo. Il grande vegliardo si alzò, esitante appoggiandosi al suo bastone, soddisfatto. Ora quel mondo era diventato il mondo. Qualcuno lo chiamò: “vene­rabile Jorge, venerabile Jorge…”. Lui sorrise, forse riconobbe quella voce: voltò il viso verso di lui, ma i suoi occhi guarda­vano come sempre al cielo. “Venerabile Jorge, ma se noi siamo il mondo, il mondo quale senso può mai avere? Il venerabile Jorge accentuò lievemente quel sorriso impercettibile dal volto. Poi rispose quasi svagato: “tutte le cose del mondo conducono a una citazione o a un libro”. E scomparve, come d’incanto…

 

Caro Francesco, quella mattina sei arrivato e mi hai por­tato il tuo libro. Eri ancora assonnato, con quegli occhietti scuri scuri che stentavano ad aprirsi e quel modo di camminare a gambe incrociate, che sembra tu debba cadere quando meno te lo aspetti. Sei arrivato con un libro pieno di figure. Era quello della coccinella, rilegato a spirale. Adesso siamo arrivati alla fine di questa lunga lettera dedicata a te. Ti ho anche raccon­tato una favola, con il grande Borges per protagonista. Ma in quella favola non ti ho svelato un dettaglio: sul bavero della giacca di Jorge Luis Borges era poggiata una coccinella rossa, sì proprio così: la tua coccinella rossa, quella che cambia storia ogni volta, è arrivata fin lì, insieme a tutti gli altri personaggi dei libri e della letteratura.

Caro Francesco, c’era una volta un bimbo biondo, che gio­cava con il suo papà in un grande parco, e c’erano tantissimi animali, e una coccinella, che volando si posò sulla sua mano, e il bimbo capì, senza saperlo, che quella coccinella voleva una storia; e la storia doveva inventarla lui, perché la coccinella non aveva una sua storia. E il bimbo cominciò a raccontare una storia dove la coccinella era un piccolo animale che viveva nei libri, nascosta tra le pagine, e sapeva fare una magia, sapeva spostare le lettere stampate, volando da una pagina all’altra per cui ogni volta che li riaprivi leggevi una storia diversa; non molto diversa, solo un po’ diversa. Perché alla fine, Francesco, le storie non sono molte diverse una dall’altra, sono solo un po’ diverse, come quella della tua coccinella, come quella di questo libro, che cambierà ogni volta che lo leggerai, forse solo leg­germente; perché tu scopra sempre nuove cose. Perché i libri son così, piccolo Francesco: non hanno bisogno del mondo, è il mondo che ha bisogno di loro. Ricordati delle parole del vene­rabile Borges: todas las cosas del mundo llevan a una cita o a un libro…

 


Quei libri, nota finale

Ho pensato che fosse meglio evitare di annoiare il lettore con note a piè di pagina. Darò qui in breve tutte le informazioni bibliografiche essenziali dei libri di cui ho parlato. L’isola del Tesoro di Robert Luis Stevenson conta decine di tra­duzioni. Spesso approssimative. Ho utilizzato qui quella che Angiolo Silvio Novaro fece per la “Biblioteca Romantica” Mondadori nel 1933. Mostra i segni del tempo, e questo non è male. Ha però il limite di non essere precisa sui termini marinare­schi. Recentemente Lodovico Terzi ha tradotto il romanzo di Stevenson per Adelphi (1990). È un’ottima traduzione, specie per la seconda parte. Ma toglie completamente al romanzo quella fosca magia che lo fa grande. Insomma meglio la traduzione di Novaro, ma con un occhio attento a quella di Terzi.
De Il giovane Holden c’è poco da dire. Lo ha pubblicato Einaudi (Torino) nel 1961 e continua a ristamparlo. La traduzione di Adriana Motti è esemplare. Peccato per il titolo fuorviante. Oggi, fossi nell’editore, ci ripenserei, e tenterei persino una traduzione letterale di quel: The Catcher in the Rye.
Discorso molto più complesso per T.S.Eliot. Per The Love Song of John Alfred Prufrock mi sono servito dell’edizione italiana delle Opere di Eliot pubblicata nei Classici Bompiani (Milano, 1992), con la traduzione del poeta Roberto Sanesi. Per The Waste Land ho scelto invece la traduzione di Alessandro Serpieri (La Terra Desolata, Milano, Rizzoli, Bur, 1982), discostandomene però in alcuni punti non marginali.
Il soccombente di Thomas Bernhard pubblicato nel 1983,  è stato tradotto da Renata Colorni per l’editore Adelphi (Milano, 1985). Il film Un cuore in inverno di Claude Sautet è facilmente reperibile in videocassetta (distruibuita da: Rcs Video). Mentre il discorso di Borges dell’ultimo capitolo non è altro che uno dei saggi di Altre inquisizioni, intitolato:  “Del culto dei libri” (traduzione di Francesco Tentori Montalto). Ora lo si può leggere in: Jorge Luis Borges, Tutte le opere, (a cura di Domenico Porzio), 2 voll. Milano, Mondadori 1984-1985.
Infine tutte le incisioni di Glenn Gould, comprese le due versioni delle Variazioni Goldberg, sono pubblicate dalla Sony Classical (The Glenn Gould Edition).
Roma, settembre 1994