Nel 1994 pubblicai per Frassinelli un libro in forma di lettera. Si intitolava Se una mattina d’estate un bambino. E il sottotitolo era: Lettera a mio figlio sull’amore per i libri. Di fatto è stato il mio primo libro, un saggio sulla lettura e sulla letteratura. Dedicato a mio figlio Francesco, che allora aveva soltanto due anni, fu un libro che ebbe molto successo. E forse ancora oggi è tra i miei libri più tradotti nel mondo. Per 20 anni è rimasto in catalogo ma da alcuni anni non è più ristampato. Alle volte il web è anche questo. La possibilità di regalare una lettura di un testo a cui sono affezionato. Che precede di un anno il mio romanzo Presto con fuoco, e che racconta del perché i libri servano a capire le nostre vite e a muoverci meglio nel mondo. Pubblicherò ogni giorno un capitolo di questo saggio sperando che i lettori che ancora non lo conoscono possano leggere qualcosa di nuovo e diverso. Il terzo capitolo si intitola: La tenerezza.

————————————————————————————————-

C’è una curiosa storia, Francesco, che viene da lontano. Una storia che parla di bambini. Bambini che giocano in un gran­dissimo campo di segale che sta sull’orlo di un dirupo. Giocano felici e non sanno che un po’ più in là c’è un pericolo. Ogni tanto qualcuno di questi bambini, e sono tantissimi, rischia di scivolare di sotto. A quel punto interviene un uomo, the Catcher in the Rye, l’acchiappatore nella segale, che prende al volo il bambino e gli impedisce di volare di sotto. È una storia curiosa perché nasce da un verso storpiato di Robert Burns, un grande poeta scozzese, dai ricordi confusi di un personaggio di romanzo, dalla genialità di un autore americano che si chiama Jerome David Salinger. Ti ho raccontato nel capitolo precedente perché la vita si vive continuamente sul filo dell’ambiguità, perché è fatta di continue altalene tra ciò che è giusto e ciò che non lo è. Ti ho raccontato John Silver, Long John Silver, e Pew, Cane-Nero, il dottor Livesey. Ho cercato di metterti in guardia dagli uomini più pericolosi, quelli che non si rivelano secondo cliché consueti. Ora vorrei che tu fossi un po’ più fiducioso. Devi sapere Francesco che un Catcher può esistere sempre, at­tento e presente, per afferrarti mentre giochi in un campo di segale, perché in fondo al dirupo vive gente come John Silver.

The Catcher in the Rye è il titolo di un romanzo: di un ro­manzo famoso, di J.D.Salinger, per l’appunto. In italiano questo titolo non si poteva tradurre letteralmente, non si sarebbe capito, troppi erano i riferimenti, troppo complesso il gioco di parole. Quello del Catcher è anche un ruolo del gioco più popo­lare negli Stati Uniti, il baseball, e Rye non vuol dire solo segale è anche un tipo di Whisky. Dunque, come ha sottolineato l’edi­tore italiano si sarebbe potuto anche intitolare Il terzino nella grappa. Così il romanzo di Salinger ha un titolo italiano che non si presta certo a interpretazioni ambigue: Il giovane Holden. È stato un errore scegliere un titolo neutro, anche se in lettera­tura e nelle traduzioni se ne fanno molti. Ti spiegherò più avanti come questo titolo italiano abbia influenzato le interpre­tazioni del romanzo. Ricordi che ti dissi: con Il giovane Holden parleremo di trasgressione, del perché si debba essere tra­sgressivi. Ma poi alla fine capiremo che questo di Salinger non è solo il racconto di un giovane che vuole infrangere tutte le regole, ma qualcosa di più: è il racconto di un giovane ironico sperduto in un mondo di campi di segale che costeggiano un precipizio dove però gli acchiappatori sono rari. È il libro dove un adolescente è alla ricerca disperata di generosità ed è un trattato contro l’egoismo, contro un mondo intollerabile fatto di mediocrità spacciata per grandezza, di retorica che serve a na­scondere pochezze di ogni genere. È un grande libro, Francesco, perché, ancora una volta, sembra scritto in modo semplice. Ma diffida delle apparenze. Anche Salinger va letto tra le righe, vuole molti distinguo.

Allora? Che storia è quella di Holden Caulfield? Un bildun­gsroman: una parola tedesca che significa “romanzo di forma­zione”. È il racconto di una crescita: una crescita del tutto si­mile a quella di Jim Hawkins. Soltanto che qui non ci sono pi­rati, non ci sono marinai crudeli, almeno in apparenza. Anche l’ambientazione è diversa: quelli sono i mari del Sud e della fredda Inghilterra; qui siamo in America, Stati Uniti. Qui siamo all’inizio degli anni Cinquanta; lì, invece, si era nel XVIII Secolo. Ma entrambi sono romanzi d’avventura, con un prota­gonista che ha affrontato tutta una serie di prove e decide di raccontarle. Basta però dare una rapida lettura all’incipit per capire che qui la stile è tutto diverso: “Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne…”. La trasgressione Francesco. Eccola subito, che arriva come uno schiaffo già a inizio libro. “Se davvero avete voglia”, come dire: siete proprio sicuro di voler leggere questa storia? Non avete proprio altro da fare? E poi continua: “magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato… e compagnia bella”. E anche questa volta c’è una grande ironia verso la letteratura, verso chi ama raccontare. Ricordi Francesco l’incipit de L’isola del Tesoro? Suonava così: “Pregato dal cavalier Trelawney, dal dottor Livesey e dal resto della brigata, di scrivere la storia della nostra avventura all’Isola del Tesoro con tutti i suoi particolari, nessuno eccettuato salvo la posizione dell’isola… io prendo la penna nell’anno di grazia 17… e mi rifò dal tempo quando il mio babbo…”. C’è una bella diffe­renza, caro Francesco. Non solo di stile. Di sostanza. Holden, che è il narratore, prima di raccontarsi ha bisogno di prendere le distanze da tutto ciò che è cultura approvata, cultura seria, in fondo anche cultura tronfia. E non esita subito a dare una stoc­cata a un grande della letteratura come Dickens: “tutte quelle baggianate alla David Copperfield”.

Mi voglio però fermare, tornare a un ricordo di molti anni fa. Ti ricordi di quell’antico professore di inglese di cui ti ho parlato nelle prime pagine della nostra storia? Bene, un giorno entrò in classe: un’aula moderna con i banchi in formica e le lavagne attaccate al muro, il presidente della Repubblica Giovanni Leone alla parete. Firmò il registro, tolse gli occhiali, mise le mani nelle tasche posteriori dei pantaloni e scese dalla pedana della cattedra. Era il segnale che non si faceva lezione di inglese, ma si parlava di letteratura, un segnale che si ripe­teva spesso: “Avete mai sentito parlare di Jerome David Salinger?”, chiese con voce rauca, frutto delle sigarette francesi senza filtro. Non sapevamo ancora chi fosse Salinger, ma quel libro ci avrebbe presto impressionato  molto più del suo au­tore, Salinger, di cui circolavano solo foto da ragazzo, ormai da anni eremita in qualche bosco del New Hampsire. Scomparso proprio quando la società letteraria americana lo celebrava come uno dei più grandi scrittori viventi: così, da un giorno al­l’altro, come per un dispetto di un ragazzo capriccioso, non ha più consegnato neppure una riga al suo editore, e ha sparato qualche cartuccia, caricata a sale grosso, sui soliti cronisti e fo­tografi zelanti.

La storia di Salinger da quando ha deciso di non pubbli­care più e di non parlare con nessuno è un mistero vero, che nessun giornale e nessuna congettura riusciranno non dico a svelare, ma neppure a sfiorare. Salinger scrive ancora: nessuno sa cosa, nessuno sa perché lo fa, e naturalmente nessuno sa che succederà di quei fogli. Ma quando Aldo (questo era il nome di quel mio antico professore di inglese) ci chiese se conoscevamo Jerome David Salinger, noi ci precipitammo a leggere quel libro con quel grande quadrato azzurro in copertina che lo rendeva apparentemente neutro e una quarta senza la minima notizia sull’autore, neppure l’anno di nascita. Ho scoperto poi che è lo stesso autore a vietare in tutto il mondo qualsiasi informazione sul suo conto, a non permettere neppure che si scrivano pre­fazioni ai suoi libri. Noi, Francesco, i miei compagni ed io, leg­gevamo quel libro nel 1977. Salinger l’aveva scritto nel 1950 e pubblicato nel 1951. Ventisei anni prima. Non c’era il Vietnam. Non c’era Kennedy, e neanche il sogno di Martin Luther King. E Malcolm X era quasi in fasce. Per non dire di Berkeley, che do­veva essere un posto ancora tanto per bene, con i ragazzi in regola con la retta delle tasse e con il nodo della cravatta.  Holden era là, invece, ben visibile; mentre Salinger cominciava a defilarsi, a nascondersi dietro di lui, a mandare avanti i suoi personaggi, Phoebe, Seymour, Franny, Zooey; per guadagnare tempo e fuggire mentre loro intrattenevano il suo pubblico. Come l’autore di una pièce che imbocca l’uscita del teatro, co­perto dal buio della sala, prima che lo spettacolo abbia fine.

Ma quelle mattine in cui Aldo ci raccontava di Holden, e forse anche di Salinger (oggi non so più distinguere, mi sembra sia passato un secolo e invece sono meno di vent’anni) noi era­vamo affascinati dalla vitalità del personaggio, dal linguaggio, da un libro che sembrava scritto nel futuro ma che invece ve­niva dal passato. Ci era però sfuggita l’assenza, la follia di Salinger. Ci era sfuggita perché non potevamo capire. L’adolescenza è un’adesione totale al mondo: vorresti essere ovunque e nello stesso momento, insegui l’ubiquità come un rabdomante che cerca acqua nel deserto: che bizzarro quel Salinger ad andarsi a nascondere proprio al momento buono.

“Avete mai sentito parlare di Holden Caulfield?”, chiedeva il mio professore agli alunni più restii, meno ricettivi (direbbe qualche cattivo pedagogo). Li prendeva in giro, sapeva che non sapevano. Mentre loro, insensibili alla maieutica, certo non sa­pevano di non sapere. Noi guardavamo i compagni con aria di superiorità e con un pizzico di snobismo. Ed era giusto. Anche Salinger avrebbe approvato, lui, che i compagni di scuola de­scrivevano così: “questo newyorchese, bello, soave, sofisticato, nel suo soprabito nero a un petto (completo di bavero di vel­luto)… non avevamo mai visto nulla di simile. Dava l’impres­sione di aver girato  più di chiunque altro di noi. Eravamo in­cantati dai suoi modi sarcastici e scostanti…”.

Cominci a capire, caro Francesco perché ti sto raccontando questa storia? Cominci a capire che i libri rimandano a storie personali, sono come spugne? Tutti i libri dànno questa pos­sibilità: tutti i libri sono macchine interpretative dotate di una coscienza, la tua. Con tua madre ho parlato spesso di questo li­bro di Salinger: lei trova che sia un libro come tanti altri. È giusto così, è la grandezza dei libri: vogliono letture diverse, si aprono con chiavi che devi cercare, o che la fortuna ti lascia tra le mani quando meno te lo aspetti. Non si concedono a tutti; tanto meno a chi non li cerca. Anche tu avrai a che fare con li­bri che non riuscirai ad aprire, di cui non troverai la chiave. A me è accaduto spesso. Li ho abbandonati, anche se erano libri importanti: Madame Bovary, ad esempio, Il Gattopardo, ad esempio. E te ne potrei citare altri. La vita è fatta di rivelazioni, di epifanie. Io ti sto raccontando le mie, di epifanie. E in queste c’è sicuramente il ricordo di un libro (poi riletto altre volte), ma anche delle circostanze in cui questo libro è stato letto. Holden è la mia adolescenza, Holden è stata la mia trasgres­sione. Holden è stata la scoperta del sarcasmo, dell’ironia. È stato capire che il mondo è fatto da assai rispettabili persone comuni, anche quando non sembrano affatto comuni, anche quando agli altri appaiono straordinarie.

È stato capire cosa fosse mai l’intelligenza. E la curiosità. E ancora: l’estro. Cosa fosse la voglia, il desiderio incontenibile di prendere in contropiede tutti. Argomentando veramente. È stato insegnato a più di una generazione non solo a onorare il padre e la madre, ma anche a inchinarsi di fronte al­l’autorità culturale costituita. Fatta di capolavori e di libri sti­molanti. Tutto perde di significato, Francesco: è come le classifiche del campionato di calcio. Quando sono corte, quando tutti si ammassano nelle prime posizioni, ti confondi. La storia della letteratura, di sei mesi in sei mesi moltiplica il numero dei presenti, in modo esponenziale; e sposta verso l’altro i vecchi membri di diritto, i classici.  Ti diranno, Francesco che si deb­bono leggere i classici, ti inviteranno a non trascurare i classici a non privartene. È un’ossessione delle culture più deboli: non farti impressionare, Francesco. Leggi quello che ti pare, basta che tu abbia un metodo. E in questo Holden ti può aiutare, co­minciando proprio da quello sprezzante riferimento a Dickens (un grande, un classico, ti direbbero Francesco molti professori con aria retorica) già alla quarta riga del romanzo. Ma è il tono di Holden a impressionare. Quel modo di parlare al suo lettore. Quel modo di mettere a fuoco tutto, in una sola pagina. Non mi va di raccontare, dice Holden, quelle baggianate alla David Copperfield e aggiunge subito: “Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto. Sonottremendamente suscettibili su queste cose, soprattutto mio padre. Carini e tutto quanto – chi lo nega – ma anche maledet­tamente suscettibili. D’altronde, non ho nessuna voglia di met­termi a raccontare tutta la mia dannata autobiografia e compa­gnia bella”.

Una storia che Holden non dovrebbe raccontare, perché non è bene, perché il moralismo della società americana non lo permette. Ma poi subito si smentisce e scrive: “Vi racconterò solo le cose da matti che mi sono capitate verso Natale, prima di ridurmi così a terra da dovermene venire qui a grattarmi la pancia. Niente di più di quel che ho raccontato a D.B., con tutto che lui è mio fratello e quel che segue. Sta a Hollywood, lui”. D.B. fratello di Holden, fa lo sceneggiatore, guadagna un sacco di soldi: “mica come prima. Era soltanto uno scrittore in piena regola, quando stava a casa. Ha scritto quel formidabile libro di racconti… Una cosa da lasciarti secco. Ora sta a Hollywood, D.B., a sputtanarsi. se c’è una cosa che odio sono i film. Non me li nominate nemmeno”.

Mi fermo Francesco. Ce n’è per tutti. Anche per il successo del fratello che prima era un vero scrittore e adesso è uno che “si sputtana” a Hollywood. Ma fai attenzione a questa prosa. Ha qualcosa di misurato, nel suo essere tranchant. Qualcosa di molto difficile da raggiungere: una prosa di una apparente semplicità, un apparente candore, che però lascia intravedere profonde sofferenze. È sempre così con i grandi libri: hai la sensazione che tutto sia afferrabile, e ti accorgi che così non è. Un po’, per dare una metafora sportiva, come le palle a effetto: sembrano che arrivano verso di te, e invece quando credi di averle afferrate ti sfuggono via. Holden è così: non è un ragaz­zone simpatico e trasgressivo, è un personaggio sfuggente: sfuggente proprio alla resa dei conti, sfuggente quando ti sem­bra di sapere tutto di lui. Ti capiterà anche nella vita una sen­sazione del genere: con gli amici, le donne, e compagnia bella… Sarà un buon segno. Stempererai quel poco di presunzione che tutti i bambini e i ragazzi hanno, capirai che può sfuggirti il senso delle cose che ti accadono, che può sfuggirti anche quando non lo crederesti. Anche con la buona letteratura è così: devi continuamente rincorrerla, e ti farà bene.

Dovrai rincorrere anche i personaggi di Salinger. A comin­ciare da Holden, che dopo aver raccontato a tutti di non voler dire nulla della sua storia inizia così: “Voglio cominciare il mio racconto dal giorno che lasciai l’Istituto Pencey. L’Istituto Pencey è quella scuola che sta ad Agerstown in Pennsylvania. Probabile che ne abbiate sentito parlare. Probabile che abbiate visto gli annunci pubblicitari, se non altro. Si fanno pubblicità su un migliaio di riviste, e c’è sempre un tipo gagliardo a ca­vallo che salta una siepe. Come se a Pencey non si facesse altro che giocare a polo tutto il tempo. Di cavalli non ne ho visto ne­anche uno né lì, né nei dintorni. E sotto quel tipo a cavallo c’è sempre scritto: Dal 1888 noi forgiamo una splendida gioventù dalle idee chiare. Buono per i merli. A Pencey non forgiano un accidente, tale e quale come nelle altre scuole”.

Holden è un personaggio difficile, Francesco, con molte sfumature: come John Silver. Ogni riga è un giudizio sul mondo, ogni paragrafo è un’occasione per raccontare tutto ciò che pro­prio non gli piace. Ti faccio un esempio, già nel capoverso suc­cessivo a quello che ti ho appena riportato, Holden trova il modo per dare un’idea di che luogo possa mai essere Pencey: “Era il sabato della partita di rugby col Saxon Hall. La partita col Saxon Hall, a Pencey, era un affare di stato. Era l’ultima partita dell’anno e pensavano che dovevi perlomeno ammaz­zarti se il vecchio Pencey non vinceva”. Naturalmente Holden non è il tipo che si “ammazza” per una sconfitta del Pencey; non è il tipo che frequenta con profitto; non è il tipo che ha un buon rapporto con i genitori, con i professori, con le fidanzate, con mezzo mondo. È un disadattato, non è un eroe da imitare, semmai un personaggio da tenere d’occhio. Perché attraverso di lui si capisce cosa sia il gusto della dissacrazione, proprio oggi che la sacralità è fatta di nulla (ne parleremo anche più avanti, attraverso la lettura di Eliot, e sarà un modo ancora di­verso di capire cosa sia mai, perdonami il termine, lo svuota­mento del sacro).

Holden viene cacciato da Pencey per scarso profitto, pro­prio sotto Natale. E lui invece di tornare a casa comincia a va­gabondare senza meta per New York. In realtà vuole sfuggire all’ira dei genitori. Buttato fuori da Pencey! Una vergogna. “Da rimanerci secchi”, scriverebbe Salinger… Ma attenzione Francesco, non farti distrarre dal modo di esprimersi di Holden. Quel modo accattivante che negli anni è diventato pa­trimonio di molti giovani, che imitano Holden e forse non lo sanno. Quello è il meno. Stai attento ad altre cose. A frasi che si colgono qua e là, davvero importanti. Proprio nelle prime pa­gine Salinger fa dire a Holden: “Avevo sedici anni, allora, e adesso ne ho diciassette, e certe volte mi comporto come ne avessi tredici. È proprio da ridere, perché sono alto un metro e ottantanove e ho i capelli grigi… Eppure certe volte mi com­porto ancora come se avessi appena sì e no dodici anni. Lo di­cono tutti, specie mio padre. E in parte è vero, ma non del tutto vero. La gente pensa sempre che le cose siano del tutto vere”.

I corsivi non sono miei, sono di Salinger: che sottolinea una grande verità, di cui Holden ha piena coscienza, e a soli diciassette anni. La gente pensa sempre che le cose siano del tutto vere. E un’altra ancora: “La gente non si accorge mai di niente”. Non è cosa da poco, Francesco: è un principio filosofico fondamentale, una regola di vita e al tempo stesso un’amara constatazione. La lotta tra Holden e il mondo parte da qui: dal metodo, da questo discorso sul metodo. Poi si aggiungerà tutto il resto. Ma quando hai a che fare con la semplificazione, quando hai a che fare con il sano buon senso, con quelli che ti oppongono quel buon senso innanzi a ogni cosa, rischi poi di non farti capire. Tutto questo fa parte della mentalità ameri­cana. Ma quando sarai cresciuto forse quella sarà la nostra mentalità. Fai caso a queste prime pagine, Francesco: Holden parla molto di idee “chiare”, di cose “vere”, di gioventù “for­giate”.  Sospetta sempre quando qualcuno ti dice di avere sem­pre le idee chiare, quando qualcuno ostenta una verità buona per tutte le cose. Ma diffida anche di chi ti dice che ci sono molte verità. Parti sempre da un presupposto, le verità, per principio, non sono mai piene: sono sempre parziali,  sempre imperfette. Holden ha talmente paura delle verità indubitabili che afferma: “Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra. È spaventoso. Perfino se vado al­l’edicola a comprare un giornale, e qualcuno mi domanda  che cosa faccio, come niente dico che sto andando all’opera. È ter­ribile”.

Forse non proprio terribile. Anche se non si dovrebbe. Holden lo capirà molto più avanti, quando i nodi verranno al pettine. Il giovane Holden  passa per un libro divertente, per un libro stimolante: lo è. MaØè anche un libro amaro, un libro dove l’infanzia e l’adolescenza diventano una sorta di colpa. C’era un filosofo italiano che si chiamava Benedetto Croce che una volta disse: “I giovani? Devono solo aspettare di diventare vecchi”. Sbagliava. C’è un’età per tutto: rivendicalo sempre.

Ma torniamo a Holden: è spaesato. Lo hanno mandato in un college perché ne uscisse con le idee chiare; ne è stato cac­ciato, proprio perché si rifiutava di avere le idee chiare in quel modo. Non voglio dire Francesco che ha ragione chi protesta, e che sta dalla parte giusta chi si rifiuta di accettare l’autorità. La vita è un mix sottile: non è fatta solo di trasgressione, e non è fatta solo di obbedienza. Non è fatta solo di ironia, e neanche di bolsa retorica. Tu probabilmente non andrai in un college; sei un bambino italiano: sentirai meno certi obblighi, certe costri­zioni. Ma se non ti farai ingannare dai tipi gagliardi che saltano con il cavallo sarà anche merito di libri come quelli di cui ti sto parlando. Se a un certo punto capirai che il mondo è fatto di gente “che non ti sta a sentire”, e riuscirai a sopportarlo, è pro­prio perché sarai preparato. Il giovane Holden è un libro sulla trasgressione certo, ma è ancora di più un libro sull’infanzia. Su un’infanzia che guarda il mondo adulto e lo giudica con una sorta di accondiscendenza rassegnata. Lo fa Holden, che è già adolescente, ma lo fa anche Phoebe, la sua piccola sorellina: “Ha soltanto dieci anni, Phoebe. È magra magra, come me, però magra carina. Magra come un pàttino… Vi piacerebbe. Voglio dire che se raccontate qualcosa alla vecchia Phoebe, lei sa perfettamente di che diavolo state parlando. Potete perfino portarvela dietro dovunque, voglio dire. Se la portate a un film stupido, per esempio, lei sa che è un film stupido. Se la portate a un film decente, lei capisce che è un film decente…”. Nota come cambia il tono di Holden quando parla della sua sorellina. O di suo fratello Allie, quello morto di leucemia. Quello che scriveva poesie sul suo guantone da baseball, così mentre aspettava il lancio si leggeva qualche verso: “Vi sarebbe pia­ciuto. Aveva due anni meno di me, ma era cinquanta volte più intelligente di me. Era di un’intelligenza fantastica. I professori non facevano che scrivere a mia madre per dire com’erano contenti di avere in classe un ragazzo come Allie”. Facci caso, Francesco, Allie giocava a baseball, nel ruolo del Catcher, pro­prio quel Catcher che sta anche nel titolo del libro, e che deve salvare tutti i bambini che possono cadere nel precipizio al bordo del campo di segale. Holden porta sempre con sé il guantone di suo fratello Allie, quello con le poesie scritte dap­pertutto.

Se lo porta anche nelle peregrinazioni newyorchesi, quando decide di rimanere fuori casa qualche giorno e prima di annunciare ai genitori di essere stato cacciato da Pencey per scarso rendimento. In realtà è una fuga: una fuga da tutto; tranne che da Allie, che sta sempre lì vicino a lui, e Phoebe, alla quale vorrebbe telefonare da subito. Ma non è possibile: “La mia sorella piccola, Phoebe, va a letto verso le nove – per­ciò lei non potevo chiamarla. Non è che si sarebbe seccata se la svegliavo, ma il guaio era che non avrebbe risposto lei. Avrebbero risposto i miei genitori”. Così rinuncia e prende una camera in un albergo con night accluso: telefona a una vecchia amica, Jane. Vanno insieme in un locale, da Ernie: “Ernie è quel night club nel Greenwich Village che mio fratello D.B. bazzicava parecchio prima di andare a Hollywood a sputtanarsi. Ogni tanto ci portava anche me. Ernie è un gigantesco uomo di co­lore che suona il piano. È uno snob tremendo e se non siete un pezzo grosso o una celebrità o qualcosa del genere, quasi non vi parla nemmeno”. Poi da un cameriere dell’albergo si fa mandare in camera una prostituta. Le cose non vanno come dovrebbero a Holden della ragazza in realtà non importa nulla, il cameriere, che si chiama Maurice, vuole più soldi di quelli pattuiti: “Io non tentai nemmeno di schivarlo né di buttarmi giù a tuffo, niente. Sentii soltanto quel pugno tremendo nello stomaco…”.

Il libro corre apparentemente su binari consueti. E anche divertenti se non fosse per quel dialogo tra Holden e un tassi­sta di nome Horwitz, un dialogo che ti voglio riportare per in­tero:

 

– Ehi, Horwitz, – dissi. – Ci passa mai vicino allo stagno di Central Park? Giù vicino a Central Park South?
– Al cosa?
– Allo stagno. Quel laghetto, cos’è, che c’è laggiù. Dove ci sono le anitre, sa?
– Sì, e allora?
– Bè, sa le anitre che ci nuotano dentro? In primavera eccetera, eccetera? Che per caso sa dove vanno d’inverno?
– Dove vanno chi?
– Le anitre. Lei lo sa, per caso? Voglio dire, le vanno a prendere o vattelapesca e le portano via, oppure volano via da sole, verso sud o vattelapesca?
Il vecchio Horwitz si girò tutto d’un pezzo sul sedile e mi guardò. Aveva l’aria d’essere un tipo nervosetto. Non era af­fatto malvagio, però. – E come diavolo faccio a saperlo? – disse. – Come diavolo faccio a sapere una stupidaggine così?
– Bè, non si arrabbi per questo, – dissi. Era arrabbiato o che so io.
– E chi si arrabbia? Nessuno si arrabbia.
Io smisi subito di chiacchierare con lui, se doveva essere così maledettamente suscettibile. Ma fu lui stesso a riattaccare. Si girò tutto un’altra volta e disse: – I pesci non vanno in nes­sun posto. Restano dove sono, i pesci. Proprio in quel dannato lago.
– Ma i pesci… è un’altra cosa. I pesci sono un’altra cosa. Io sto parlando delle anitre, – dissi.
– Perché è un’altra cosa? È proprio tale e quale, – disse Horwitz. Qualunque cosa dicesse, aveva l’aria d’essere arrab­biato. – Per i pesci è molto peggio che per le anitre, Cristo, l’inverno e tutto quanto. Faccia funzionare il cervello, Cristo!
Io non dissi niente per un minuto almeno. Poi dissi: – Va bene. E cosa fanno, i pesci e compagnia bella, quando tutto il lago diventa un solo blocco di ghiaccio, con la gente che ci pattina sopra e via discorrendo?
Il vecchio Horwitz si girò un’altra volta. – Che diavolo vuol dire, cosa fanno? – mi urlò in faccia. – Restano là dove sono, Cristo.
– Ma non possono non accorgersi del ghiaccio. Non pos­sono non accorgersene.
– E chi è che non se ne accorge? Nessuno può non accor­gersene! Disse Horwitz. Era così maledettamente infuriato e tutto quanto che avevo paura che mandasse a sbattere il tassì contro un lampione o che so io. – Vivono dentro quel male­detto ghiaccio, vivono. È la loro natura, Cristo. Si congelano e stanno in quella posizione tutto l’inverno.
-Ah sì? E che cosa mangiano, allora? Voglio dire, se sono proprio congelati non possono nuotare per cercarsi da man­giare eccetera eccetera.
– I loro corpi, Cristo; ma che ti piglia? Sono i loro corpi che prendono il loro nutrimento eccetera eccetera da quelle maledette alghe e porcherie che ci sono nel ghiaccio. Stanno là coi pori sempre aperti. È la loro natura, Cristo. Capisci cosa voglio dire? – E si voltò un’altra volta tutto d’un pezzo sul se­dile per guardarmi.
– Oh, – dissi io. Lasciai perdere. Avevo paura che fracas­sasse quel maledetto tassì o non so cosa.

 

Prima ti dicevo che il libro potrebbe sembrare divertente, ma soprattutto leggero se non ci fossero pagine e digressioni  apparentemente casuali. Come questa delle anitre a Central Park. Cosa gli importa a Holden Caulfield di dove vanno, in in­verno, le anatre? Eppure è una sua ossessione. Già al primo tassista che lo portava in albergo aveva fatto la stessa do­manda, e si era sentito rispondere: “Che ti salta in testa, amico? – disse. – Mi prendi per fesso?”. Dopo ci riprova, con il tassista Horwitz. Che è più disposto a discutere. Fai attenzione ai corsivi usati da Salinger: “Al cosa?”, riferito alla anitre. “Dove vanno chi?”, sempre riferito alle anitre. I pesci. Io sto parlando delle anitre. I loro corpi. La loro natura. Stanno lì coi loro pori.

Ci vuol poco per capire che a nessuno gliene importa niente delle anitre a Central Park. Non solo: che la domanda ri­sulta persino irritante: chi può mai interessarsi delle anitre in un laghetto? E se poi le anitre muoiono di fame perché il lago d’inverno si ghiaccia? Non posso morire di fame, non possono non trovare cibo: ci sono i pori, è la loro natura. Se un bambino non riuscisse a trovare un equilibrio in un mondo di grandi che non si curano di lui, se non riuscisse a farsi acchiappare in tempo dal Catcher cosa succederebbe di lui? Nulla, sono come le anitre: “vivono dentro quel maledetto ghiaccio. Stanno là coi  pori sempre aperti. È la loro natura”.
Il dialogo tra Holden e il tassista continua poco dopo. L’uomo arrivato a destinazione fa scendere il ragazzo dall’auto, poi ci pensa e dice:

– Stia a sentire. Se lei fosse un pesce, Madre Natura pen­serebbe a lei, no? Giusto? Non crederà che i pesci muoiano quando viene l’inverno, no?
– No, ma…
– E l’ha proprio azzeccata, che non muoiono, – disse Horwitz, e partì sparato come un razzo”.

Fidati di Salinger, Francesco, anche gli altri suoi libri ti piaceranno. È curioso che un uomo così straordinariamente preoccupato dei destini di questo mondo, così attento a dettagli minimi e grandi al tempo stesso abbia deciso di non pubblicare più neppure una virgola; è curioso che l’autore di un libro come questo non abbia sentito la necessità, il bisogno, di chie­dersi ancora dove mai vadano le anitre d’inverno. Il dubbio è che d’un tratto l’abbia scoperto: e abbia scoperto che non sanno dove andare, in una città gelida come New York dove i tassisti ti prendono per matto se ti preoccupi di qualche pesce. Ma non corriamo proseguiamo nella lettura, Francesco: perché The Catcher in Rye ci riserva altre sorprese.

Come quando va al Museo di Storia Naturale. Sperando di incontrare la sorellina Phoebe che doveva essere lì in visita con la sua scuola. E pensa al tempo che passa, con una natura­lezza disarmante: “La cosa migliore di quel museo era che tutto stava sempre allo stesso posto. Nessuno si muoveva. Potevi andarci centomila volte, e quell’eschimese aveva sempre ap­pena finito di prendere quei due pesci, gli uccelli stavano an­cora andando verso il sud, i cervi stavano ancora abbeveran­dosi a quella fonte, con le loro belle corna e le belle, esili zampe, e quella squaw col petto nudo stava ancora tessendo la stessa coperta. Nessuno era mai diverso. L’unico a essere di­verso eri tu. Non è che fossi molto più grande né niente di simile. Non era proprio questo. Era che solo eri diverso, ecco tutto. Stavolta avevi il soprabito, magari. Oppure il bambino che era stato vicino a te l’ultima volta si era preso la scarlat­tina e ora avevi un altro compagno. Oppure non era la signo­rina Aigletinger ad accompagnare la scolaresca ma una sup­plente. Oppure avevi sentito la mamma e papà che litigavano come due forsennati nella stanza da bagno. O per la strada eri appena passato vicino a una di quelle pozzanghere dove la benzina fa l’arcobaleno. Voglio dire, eri diverso, per una ra­gione o per l’altra – non so spiegare quello che ho in mente. E anche se sapessi farlo, non sono sicuro che ne avrei voglia”.

Poi trasferisce subito questo pensiero sulla sorellina: “Andavo avanti un passo dietro l’altro, e continuavo a pensare alla vecchia Phoebe che il sabato andava a quel museo proprio come avevo fatto io. Pensavo che vedeva le stesse cose che avevo visto io, e che anche lei era diversa ogni volta che le ve­deva. Non è proprio che pensare a questo mi deprimesse, ma non mi rendeva nemmeno felice come una pasqua. Certe cose dovrebbero restare come sono”.

La malinconia, Francesco: ricordi Peter Pan? Quando il pa­dre decide che Wendy dalla notte successiva non dormirà più con i fratellini, perché è diventata grande. E cosa dice Peter Pan, quando Wendy gli racconta che dal giorno dopo sarà ob­bligata a crescere? Dice che non ci sta. Che per evitare questo la porterà nell’isola che non c’è. Bè è un po’ la stessa cosa, Francesco. Holden soffre del fatto che la piccola Phoebe cre­scerà, e non sarà più solamente una bambina “davvero in gamba”. In fondo i giorni di Holden a New York prima di tor­nare a casa sono un po’ quelli di Wendy sull’isola che non c’è. Holden tornando a casa dovrà poi crescere. E per lui crescere sarà talmente doloroso da lasciargli dei forti segni, anche nel fisico; con questo non voglio dirti che il crescere e il diventare grandi comporta un tale dolore, una tale sofferenza. Non sem­pre è così, fortunatamente. Lo è per Holden, perché Holden è il bambino che sta per cadere nel precipizio, lui per tutti. È il bambino (anche se ha quasi diciassette anni) che spera dispe­ratamente che l’acchiappatore lo prenda al volo. Accadrà: sarà preso al volo. Ma nel frattempo Holden ha avuto la possibilità di guardare giù di sotto: e ha capito qual è il rischio che si corre, e – ancor di più – come lo si corre. Così una notte torna a casa, senza farsi scoprire dai genitori. Vuole parlare con la so­rellina Phoebe, ma non la sveglia subito: giracchia per la sua stanza, legge i suoi quaderni, i notes: “Accesi la lampada sulla scrivania. La vecchia Phoebe non si svegliò nemmeno. Dopo aver acceso la luce eccetera eccetera, me ne restai per un po’ a guardarla. Stava lì addormentata, col viso quasi all’orlo del cu­scino. Aveva la bocca semiaperta. È buffo. Prendete gli adulti, sono brutti forte quando dormono e se ne stanno là con la bocca aperta, ma i bambini no. I bambini non c’è niente da ri­dire. Magari hanno anche sbavato tutto il cuscino, ma non c’è niente da ridire lo stesso”. Alla fine dopo essersi deliziato con le cose della sorellina (“Miracolo, mi sentivo in gamba… mi sentivo proprio bene”), con i suoi appunti di scuola, i suoi og­getti ordinati, decide di svegliarla. Phoebe è sorpresa ma è fe­lice di vederlo (“Mi buttò le braccia al collo eccetera eccetera”). Capisce però che Holden è stato cacciato dalla scuola. E gli dice: “Papà ti ammazza. Vedrai che ti ammazza“. E aggiunge anche, lei, piccola piccola: “A te non ti piace niente di quello che suc­cede… Non ti piace nessuna scuola. Non ti piacciono un milione di cose. Non ti piace”. È in quel lungo colloquio notturno che Holden chiede alla sorellina:

 

– Sai quella canzone che fa “Se scendi tra i campi di se­gale, e ti prende al volo qualcuno”? Io vorrei…
– Dice “Se scendi tra i campi di segale, e ti viene incontro qualcuno”, – disse la vecchia Phoebe. – È una poesia. Di Robert Burns.
Lo so che è una poesia di Robert Burns.
Però aveva ragione lei. Dice proprio “Se scendi tra i campi di segale, e ti viene incontro qualcuno”. Ma allora non lo sapevo.
– Credevo che dicesse “E ti prende al volo qualcuno”, – dissi. – Ad ogni modo, mi immagino  sempre tutti questi ragaz­zini che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal di­rupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei far altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. so che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.

 

Eccola qui la storia dell’acchiappatore, il nucleo centrale del libro, quello che gli dà il titolo. In italiano non si capisce. Abbiamo trasformato la trasgressione di Holden in qualcosa di pre-sessantottino, in una sorta di contestazione ante litteram, in un proto-dissacratore del sistema, dei valori della società americana. Ed è vero. Ma ti assicuro che tutto questo viene dopo; tutto questo c’è perché Salinger ha pensato a un mondo salvato dai ragazzini. È vero che Holden si ribella a Pencey, ai professori, ai palloni gonfiati dei suoi amici snob. È vero che ha una parola ironica per tutto quanto gli accade intorno. E questo perché tutto quanto gli accade intorno corre su binari preve­dibili e un po’ stupidi (ricordati la frase “la gente pensa che le cose siano sempre del tutto  vere). Ma il problema di Holden è che tutti bevono Martini, tutti hanno un’opinione su ogni cosa, ma non sulle anitre. Il problema di Holden non è citare corret­tamente Robert Burns, uno dei poeti più amati e popolari nei paesi di lingua inglese: ma scoprire la poesia di Burns, stor­piandola, per trarne una morale, un desiderio, una regola di vita.

Ci sono alcune pagine, alle fine di questo libro, che sono straordinarie: quando Holden e Phoebe vanno assieme allo zoo. Holden sta per tornare a casa. Ma prima, con una scusa, va a prendere a scuola la sorellina. Camminano assieme, e si par­lano: nel loro solito modo. Poi arrivano a una giostra: lui va a sedersi su di una panchina e lei ci sale: “Allora la giostra si mise in moto e io guardai Phoebe che girava, girava. Sopra c’e­rano solo altri cinque o sei ragazzini, e la canzone che stavano suonando era Fumo negli occhi”. Ricordo bene, Francesco, la prima volta che ti ho messo su una giostra. Era una giostra bellissima, come se ne vedono raramente: una vecchia giostra di soli cavalli, luccicante e un po’ vecchiotta. Tu stavi in groppa a quel cavallo, quasi aggrappato al suo collo, quasi abbraccian­dolo; eri davvero emozionato: lo vedevo dai tuoi occhi ancora più luminosi del solito Avevi poco più di un anno. Non c’erano altri bambini. Ed era una strana ora d’estate, le otto, forse: quando le luci artificiali si mescolano con quella del crepuscolo, dando un effetto un po’ irreale. Ti guardavo con un misto di curiosità e commozione. Ho faticato a riconoscere la musica che suonavano; non era il solito valzerino: era un brano musicale tratto da un vecchio film (vecchio anche per me): Sabrina si intitolava. Su quella musica ballano i due protagonisti: William  Holden e Audrey Hepburn.  Era una sensazione bellissima. Forse la stessa che descrive Holden quando guarda la sorella su quella giostra: “Mi sentivo così  maledettamente felice per come la vecchia Phoebe continuava a girare intorno. Mi sentivo così maledettamente felice che per poco non mi misi a urlare, se proprio volete saperlo. Non so perché. Era solo che aveva un’aria così maledettamente carina, lei, là che girava intorno, col suo soprabito blu eccetera eccetera. Dio, peccato che c’era­vate anche voi”.

The Catcher in the Rye si chiude così. Con questa scena. L’ultimo capitolo, il ventiseiesimo, è solo una pagina per spie­gare cosa succede poi. Un epilogo forse inevitabile: “Probabilmente potrei dirvi quello che feci quando andai a casa, e come mi sono ammalato e via discorrendo, e a che scuola dovrei andare in autunno quando sarò uscito di qui, ma non ne ho voglia. Sul serio. Ora come ora, queste cose non mi interessano molto”…

C’è uno psicanalista che gli fa molte domande: “continuano a domandarmi se quando tornerò a scuola a settembre mi metterò a studiare. È una domanda così stupida, secondo me. Voglio dire, come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate? La risposta è che non lo sapete. Credo di sì, ma come fac­cio a saperlo? Giuro che è una domanda stupida”. E anche il fratello D.B. non è da meno: “D.B. mi ha domandato cosa ne pensavo io di tutta questa storia che ho appena finito di rac­contarvi. Non ho saputo che accidente dirgli. Se proprio volete saperlo, non so cosa ne penso”. Ancora una volta, Holden dà una lezione di metodo: pone il dubbio sopra ogni altra cosa, an­che sopra l’entusiasmo. Sceglie di non dare conclusioni, di non giudicare. È straordinario come questo libro riesca ad essere, a un tempo, un esempio di critica feroce alla società e una grande lezione di tolleranza. Perché Holden si prende sulle spalle tutto, e non protesta. Persino la piccola Phoebe alla fine rischia di cadere nella trappola, cede quasi alla tentazione di giudicarlo. Ma lui alla fine dice: “non so cosa penso”. E il carat­tere corsivo della parola “so” la dice lunga sulle intenzioni di Salinger. La pagina finale de Il giovane Holden è piena di com­prensione verso il mondo: è la comprensione di chi ha pagato  sapendo così di riscattare tutti gli altri. Con una malinconia di fondo però: “Mi dispiace di aver raccontato questa storia a tanta gente”. Io, suppergiù, so soltanto che sento un po’ la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato… Credo di sentire la mancanza perfino di quel maledetto Maurice”.

Non troppo, caro Francesco. Vedi come si scioglie al sole in un attimo tutta l’ironia caustica di Holden? Come la parola “mancanza”, ancora una volta, venga scritta in corsivo, da Salinger. Per Holden si è chiusa  una stagione irripetibile. Diventare grandi ha un prezzo che Holden, fino all’ultimo ha cercato di non pagare. C’è un cantautore importante, che ogni tanto ti faccio ascoltare: si chiama Paolo Conte. Un verso di una sua canzone, Boogie, dice: “Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti”. Diventare grandi vuol dire cambiare il modo di guardare il mondo, e cambia persino il modo di fare errori, di sbagliare. Non sempre è bello, ma è quasi sempre necessario. L’importante è sapere, caro Francesco, che da qualche parte c’è qualche acchiappatore in uno sterminato campo di segale. Pronto a salvare i bambini – almeno loro – prima che cadano in quel dirupo pazzesco. È solo un sogno. Contro tutte le realtà stupide con cui Holden deve continuamente avere a che fare. Ma a lui è servito, e può servire anche a te. Anche se poi, qual­che volta, sognando troppo, ti prenderà la malinconia, quella malinconia della frase finale del romanzo. “È buffo. Non rac­contate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti”. Ed è vero Francesco.