Nel 1994 pubblicai per Frassinelli un libro in forma di lettera. Si intitolava Se una mattina d’estate un bambino. E il sottotitolo era: Lettera a mio figlio sull’amore per i libri. Di fatto è stato il mio primo libro, un saggio sulla lettura e sulla letteratura. Dedicato a mio figlio Francesco, che allora aveva soltanto due anni, fu un libro che ebbe molto successo. E forse ancora oggi è tra i miei libri più tradotti nel mondo. Per 20 anni è rimasto in catalogo ma da alcuni anni non è più ristampato. Alle volte il web è anche questo. La possibilità di regalare una lettura di un testo a cui sono affezionato. Che precede di un anno il mio romanzo Presto con fuoco, e che racconta del perché i libri servano a capire le nostre vite e a muoverci meglio nel mondo. Pubblicherò ogni giorno un capitolo di questo saggio sperando che i lettori che ancora non lo conoscono possano leggere qualcosa di nuovo e diverso. Il secondo capitolo si intitola: L’inquietudine.

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Qualche volta hai paura: anche se non si può dire tu sia un bambino pauroso. E mi chiedi di ac­compagnarti, mi prendi la mano e un po’ perplesso dici: “Vieni, papà”. Perché non vuoi entrare in una stanza buia o arrivare da solo in fondo al corridoio. Cerco di spiegarti che non si deve avere paura, ti invito a sperimentare il tuo co­raggio ma senza forzarti perché una  parte di paura ti farà bene: ti aiuterà, ti renderà più forte. Specie se le tue paure saranno ragionevoli, se riuscirai a vin­cerle, rispettandole. Quando mi prendi la mano e mi porti in fondo al corridoio vuoi che io ti conduca in un luogo avventuroso. Sei così piccolo che la tua isola lontana dove tutto può accadere è la cucina o lo studio buio. Ma in quella cucina e in quello studio c’è un mondo con cui dovrai fare i conti; ci saranno i pirati. Potresti trovare trappole impreviste. Nei luoghi più lontani si fanno i conti con la vita. Non è un caso che Jim Hawkins inizi il suo racconto con un’espressione: “Lo ricordo come fosse ieri”. Le cose che più colpiscono rimangono ferme nella mente,  non perdono di colore, non sfumano. Sono lì, immobili: come i ri­cordi più belli o come gli incubi.

L’isola del Tesoro  è la storia di un incubo: un incubo dai colori forti, un incubo esotico, un incubo avventuroso, ma sem­pre un incubo. Ti diranno che è un libro per bambini. A casa ne abbiamo molte edizioni, alcune illustrate, anche una vecchia e bella edizione Salani, che tua madre ha trovato in una banca­rella a Bologna e mi ha regalato con una bellissima dedica. Le guarderai presto e all’inizio ti convincerai che è una storia di pirati. E tutte le storie di pirati piacciono ai bambini. E nell’Isola del Tesoro c’è un ragazzo simpatico, Jim, che ha sempre vissuto in un modo normale, senza preoccupazioni. Finché un giorno bussa alla porta il capitano, con il suo codino incatramato, il suo baule il coltello e quella terribile canzone:

Quindici sopra il baule del morto,
Yò-hò-hò – è una bottiglia di rum!
Satana agli altri non ha fatto torto,
Con la bevanda li ha spediti in porto.
Yò-hò-hò, e una bottiglia di rum!

Non è una bella canzoncina, Francesco ma i pirati, quelli veri, sono crudeli, talmente crudeli da finire per essere degli stupidi. E sono deboli e avidi, insomma: quanto di peggio si possa incontrare. Se ne deve essere accorto anche Jim quando vide quell’uomo dalle “mani rugose e ragnate di cicatrici, dal­l’unghie rotte e orlate di nero; e attraverso la guancia, il taglio del colpo di sciabola d’un bianco livido e sporco”. Era Bill, il vecchio lupo di mare, il capitano, come si faceva chiamare. Bill è uno straccio d’uomo, ha navigato con Flint, il più temibile pi­rata di tutti i mari, e ha con sé una carta molto importante, una carta che porterà al tesoro di Flint. Eccetto gli altri pirati nes­suno lo sa. Tanto meno Jim, suo padre e sua madre che gesti­scono la locanda all’Ammiraglio Benbow.

Il capitano beve troppo, non paga quello che deve, e ha un carattere violento. Son le prime pagine, Francesco: il terribile Bill si annuncia in tutta la sua prorompente e tronfia banalità. È un pirata da barzelletta. O meglio: così deve apparire. Quando prova a tirare troppo la corda, una sera che il rum aveva lasciato più segni del solito, viene prima minacciato e poi zittito dal dottor Livesey. Ma chi è Billy Bones? Niente altro che un tramite perché Jim di­venti un uomo, perché attraversi l’adolescenza con il dolore e i danni inevitabili. Con l’arrivo di Bill si ammala il padre di Jim: morirà qualche tempo dopo e alla locanda diventa tutto più difficile. Jim e sua madre fanno sempre più fatica a sopportare un ospite scomodo come il capitano. Anche perché da qualche tempo sono iniziate le visite: Cane-Nero, prima e poi il cieco Pew.

Qualche pagina prima ti parlavo del bene e del male, e del perché questo libro è una sorta di viaggio di iniziazione alla vita. Un viaggio di iniziazione che mette in gioco molti personaggi. E che non è lineare. Perché i libri sono così Francesco: divagano, par­lano d’altro e poi tornano all’argomento principale, con qual­cosa di più. L’isola del Tesoro  ti racconta  la fine dell’ingenuità. E ti aiuterà a crescere.

Ma ora diamo la parola a Stevenson: “Verso le tre di un pomeriggio pungente di freddo e nebbioso, mi trattenevo un momento sulla soglia dell’albergo… scorsi sulla strada un individuo che lentamente si avvicinava. Di certo era un cieco, poiché picchiava  davanti a sé con un ba­stone e portava una mascherina verde che gli copriva occhi e naso. Incurvato dall’età o dagli stenti, indossava un ampio, vecchio e cencioso gabbano da marinaio, con un cappuccio, che gli dava un aspetto deforme. Mai vidi in vita mia figura più sinistra”.

Mai vidi in vita mia figura più sinistra. La narrazione ha contorni sfumati e ambigui. Il freddo è pungente, c’è nebbia. L’aspetto è deforme. Jim sta sulla soglia dell’albergo. L’uomo si chiama Pew, è un pirata, dei peggiori. Ma Jim naturalmente non lo sa. E Pew chiede aiuto, fingendo di non sapere dove si trova. Così il ragazzo gli risponde “Voi siete all’Ammiraglio Benbow”. E Pew mellifluo: “Sento una voce, una giovine voce. Vorresti darmi una mano, mio caro ragazzo, e farmi entrare?”. L’attesa è forte. Il mendi­cante è una figura sinistra, già lo sappiamo. Sappiamo anche che qualcuno cerca il capitano, ma ignoriamo che in gioco c’è una mappa del tesoro. Però Pew è là ad annunciarci la stupi­dità del male. La scempiaggine della cattiveria. Stevenson ti la­scia senza fiato e continua: “Gli porsi la mano, e la sozza crea­tura senz’occhi, dalle parole melate, l’agguantò di scatto come una tenaglia. Ne fui talmente impaurito che cercai di svincolarmi, ma il cieco mi strinse a sé con uno strattone. ‘E ora, ragazzo mio, conducimi dal capitano’.

Tutto si fa rapido. Il registro cambia. Il lento ticchettio del bastone, la voce “melata”, e la giovine voce che si contrappone. E poi la tenaglia, lo scatto. Spaventerà te come ha spaventato me, Francesco. E dopo sarà anche peggio perché al debole diniego di Jim (“Signore  vi giuro sulla mia parola che non oso”), Pew diventa terribile e ri­sponde: “Oh – ghignò lui – È così? Conducimi difilato, o ti rompo il braccio. Difatti me lo torse mentre parlava, così forte, che io misi un grido. ‘Signore – spiegai – è per voi che dico ciò. Il capi­tano non è del solito umore. Ha sempre il coltellaccio sguainato. Un altro signore… ‘Andiamo – incalzò lui. – Su!’. Voce così cru­dele, fredda e odiosa io non intesi mai”.

Fermiamoci qui, Francesco: Pew è un pirata terribile, che ha perso la vista in un arrembaggio, lo stesso in cui John Silver ci rimise la gamba. Navigavano con Flint, un nome che incuteva paura anche molti anni dopo la sua scomparsa. Ora Pew, as­sieme ai suoi compari, rivuole quell’oro e lo rivuole a qualsiasi prezzo. Ha sperperato tutto quello che si era guadagnato da pi­rata, e viveva come un mendicante, come Cane-Nero, il pirata con due dita in meno nella mano sinistra. Loschi figuri. Jim è un ragazzo, non ha mai visto gente simile.  Ma questi sono pi­rati veri, Francesco: non come capitan Uncino. Gli arrembaggi li hanno mutilati, hanno lasciato ferite profonde, a volte più profonde di quelle dell’animo. Pew consegnerà la macchia nera, una sorta di avvertimento, di ultimatum, al capitano, che ve­dendolo è sbiancato in viso ed è stramazzato a terra, morto. L’ha ucciso il rum, ma anche la paura. Da quel momento co­mincia l’avventura, da quel momento Jim ha una sola scelta, se vuole crescere, andare fino all’isola del tesoro, conoscere John Silver, capire cosa sia la doppiezza, e tornare indietro, a casa, con il rumore della risacca nelle orecchie, con la madre deve prima frugare nel baule del capitano, chiudendo con il chiavistello la porta dell’albergo. Deve farlo con la paura che ti chiude la gola: “D’un tratto, mentre eravamo a circa metà dell’operazione, posai una mano sul braccio di lei; un rumore da me inteso nella silenziosità dell’aria ghiacciata mi aveva fatto saltare il cuore in gola: il picchettío del bastone del cieco sulla strada indurita dal gelo. E il rumore si veniva sempre più avvicinando, mentre immobili noi trattenevamo il respiro. Poi un colpo violento fu sferrato contro la porta, si udì girar la maniglia e il catenaccio stridere mentre il miserabile tentava di sforzarlo…”. È tornato nell’aria ghiacciata, è arrivato fino alla porta, ma il chiavistello ha tenuto. Adesso per Jim e sua madre non c’è più tempo: tornerà, con altri pirati; tornerà sbraitando, ordinando di frugare dappertutto. Jim e sua madre fuggiranno, appena in tempo. E lui furibondo perché la carta di Flint non si trova più griderà: “È quel ragazzo. Ah! gli avessi cavati gli occhi”.

Non aver paura, Francesco, i tipi come Pew quasi sempre finiscono come è giusto, schiacciati dagli zoccoli dei cavalli dei soccorritori: sono troppo stupidi. Ma Jim non lo capisce: è ancora presto perché lui possa rendersi conto di cosa sia il male. È ancora un bambino. Lo troverà  nel personaggio di John Silver, il marinaio con una gamba sola. L’uomo gioviale che tutti chiamano “porco arrostito” e che distribuisce pacche sulle spalle e complimenti a chiunque. Quando Jim riuscirà a mostrare la mappa al dottore e al cavaliere, e si rendono tutti conto che è una mappa di un’isola dove è sepolto un tesoro viene armata una nave, si cercano buoni marinai e Jim, arri­vando al porto di Bristol viene incaricato di cercare John Silver. Bene, nemmeno a quel punto si rende conto di chi ha di fronte. C’è da imparare dall’ingenuità di Jim. “A dire il vero già dalla prima allusione a Long John Silver… m’era en­trato il dubbio che si trattasse del marinaio dalla gamba sola la cui apparizione avevo così a lungo spiata al vecchio Ammiraglio Benbow. Ma una sola occhiata all’uomo che mi stava dinnanzi m’era bastata. Avendo visto il Capitano, Cane-Nero e il cieco Pew, credevo ormai di sapere cos’era un pirata, una figura ben diversa, a parer mio, da questo aperto e gio­viale padrone d’osteria”.

È così, Francesco: il demonio si presenta sempre bene, inganna. Il male, tuonerebbe un predicatore, è più sottile dell’orrore, dei fantasmi, degli incubi che si spazzano via in una notte. No Francesco, non credere a queste cose: non devi temere nessuno, e mai diffidare senza motivo. Ma se pro­prio sarai costretto (e qualche volta lo sarai, anche se non me lo auguro), attento a uomini come John Silver. Stevenson te lo insegna, ti insegna anche molte altre cose. Ci arriveremo.

Avevamo lasciato Jim a Bristol a deliziarsi con i rumori, gli odori del porto, pronto a salire sull’Hispaniola, il grande veliero che dovrà raggiungere l’isola del tesoro. Lo abbiamo lasciato turbato ed eccitato; prima della partenza saluta la madre (i viaggi sono dei distacchi, Francesco, si cresce sempre da soli). Poi si salpa, l’equipaggio è al completo. Ormai sappiamo che quei marinai sono pirati, pirati che hanno capito chi possiede la mappa del tesoro. Stevenson lo lascia intendere a ogni pagina, e dunque ogni pagina diventa un’attesa. Il capitano della nave infatti intuisce qualcosa. Non gli piace quell’equipaggio non scelto da lui. Così chiede di incontrare il dottor Livesey e il ca­valier Trelawney per esporre i suoi dubbi. Ma viene preso per un insopportabile rompiscatole. Mentre invece si tessono le lodi di John Silver, considerato uomo onesto, e affidabile. Come si sa, è esattamente il contrario. Ma qui Stevenson capovolge un vec­chio detto: l’apparenza inganna. Non è vero: l’apparenza questa volta dice che quei marinai reclutati con troppa superficialità sono dei pirati. E che il capitano della nave, eccessivamente preoccupato da quell’equipaggio, è persona dabbene. Ma nes­suno vuole capire: perché partire è la cosa più importante, per­ché bisogna raggiungere l’isola ad ogni costo. Non è fretta: è necessità. Non è l’avidità di trovare il tesoro: è il bisogno che un ciclo si compia.

Ma ora stai bene attento, Francesco. Per molte pagine ti ho accompagnato per quella che i critici meno attenti chiamano avventura: quella più prevedibile, ma anche la più intensa. Ora cercherò di sostituire la paura con l’inquietudine e trasformare i fantasmi infantili in qualcosa di più adulto. Jim Hawkins smette presto di essere ingenuo. Lo fa quasi per caso, cadendo senza volerlo dentro un barile di mele ormai vuoto. E da lì  ascoltando una conversazione terribile. Non siamo ancora nep­pure a un terzo del libro, e il registro cambia ancora.

“No, non io – diceva Silver – era Flint il capitano; io ero quartiemastro a causa della mia gamba di legno. Io perdetti la mia gamba nella stessa bordata dove il vecchio Pew ci lasciò la vista. Era un dottore in chirurgia quello che mi amputò la gamba – uscito dall’Università con tutti i diplomi, latino a strafogare e non so che altro – ma fu impiccato come un cane, e seccò al sole con gli altri a Corso Castle”.

Ecco Silver, Long John Silver, che si rivela. Sta cercando di convincere un marinaio “onesto”. Anzi ormai lo ha convinto e come premio si abbandona ai ricordi delle sue gesta. È straor­dinario come, d’un tratto, il mondo infantile si sia trasformato in un mondo adulto. Dove il bonario Silver mostra disprezzo per tutto, anche per quel chirurgo a cui non è bastato il latino e la laurea per evitare di seccare al sole a Corso Castle. È un mondo dove tra pirati e persone dabbene non corre neppure un filo sottile, non corre nulla, dove tutto può essere corrotto, dove l’ammutinamento è sempre più vicino. Guarda Francesco che è così anche nella vita. Il difficile è correre su una strada dove non sempre c’è la linea di mezzo. E con Silver non c’è. Senti cosa dice al suo giovane ammiratore, lui pirata da anni, che ha visto morire i compagni di febbre gialla, rum e stenti: “Ho navigato prima con England, poi con Flint; questo è tutto; e ora qui, per conto mio, per modo di dire. Io misi da parte no­vecento sterline al tempo di England, e duemila dopo Flint. Non c’è mica male per un uomo di prua – e tutto in banca, al sicuro. Guadagnare non è niente; ciò che conta è mettere da parte: credete a me”.

Dove sono finiti, Francesco, quei gran pirati alla Cane-Nero? E quelle nebbie inglesi, e quegli improperi terribili di Pew? Tacciati dagli zoccoli dei cavalli. E come si era dissolto l’avvertimento del Capitano: “Guardati da un marinaio con una gamba sola”? E gli incubi di Jim? Che se lo immaginava come un mostro, con una gamba cresciuta proprio in mezzo? Chi è questo Silver che commenta: l’importante è risparmiare. Eppure era un pirata di Flint, il più temuto di tutti i mari: quanti arrembaggi avrà conosciuto Flint? Quanti uomini avrà visto impiccare, e quanti marinai onesti avrà ammazzato con il suo pugnale, con la sola forza delle mani, e che ghigno avrà avuto la sua faccia da Porco-Arrostito (questo era il suo nomi­gnolo tra i compagni di traversie)? Già Francesco, te lo aspet­tavi che l’uomo più temuto da Billy Bones era un signore che commenta: l’importante è risparmiare? No. Ma la grande lette­ratura insegna anche questo.

Insegna che i mondi adulti sono crudeli e monotoni che il male è stupido, per natura: che i grandi criminali e truffatori diventano grandi solo se hanno un fondo di mediocre controllo: una mediocre capacità di tenere la contabilità della vita. Si chiede Silver: “Cosa ne è degli uomini di England, ora? Io non lo so. E di quelli di Flint? Eh, la maggior parte son qui a bordo, contenti di pizzicar la torta, mentre ieri andavano mendicando, alcuni di loro. Il vecchio Pew, persa la vista, non ebbe vergo­gna di scialacquare milleduecento sterline in un anno, come un Lord del Parlamento. Dov’è ora? Ebbene, ora è morto e sotto coperta; ma nei suoi due ultimi anni il poveraccio crepava di fame. Mendicava, rubava, sgozzava, e con tutto ciò crepava di fame”.

Capisci Francesco perché L’isola del Tesoro è un libro im­portante? Perché ti insegna che l’avventura non è altro che un rito di passaggio, che le avventure della vita non servono a scoprire qualcosa di nuovo, non appartengono al fantastico, al sogno, ma servono a diventare grandi, costi quel che costi. Per Jim costa molto caro: conoscerà la violenza, la crudeltà, il tra­dimento; avrà a che fare con la propria indecisione, con i sensi di colpa. E infine, cosa più importante di tutte, vivrà la doppiezza, l’ambiguità. Saprà che tutto è appeso a un filo, ma, cosa che molti preferiscono non dire, questo filo non è mano­vrato da nessuno, è un filo casuale. Ho cominciato questo viag­gio insieme a te proprio da Stevenson, dal libro più fosco e ap­parentemente più giocoso e avventuroso.

Quando Jim arriva nell’isola  l’impressione è forte. È un momento di grande feli­cità, sembra una meta ma è solo un inizio. “Provavo ora per la prima volta la gioia dell’esploratore. L’isola era disabitata; i miei compagni di bordo li avevo lasciati indietro e nulla viveva davanti a me tranne mute bestie e uccelli…”. La descrizione è lunga e particolareggiata. Ma si fa via via sempre più dram­matica: “tutto a un tratto cominciò tra i giunchi una specie di tramestìo… Immaginai che alcuni dei miei compagni di bordo stessero avvicinandosi lungo i bordi della palude. E non mi in­gannavo poiché presto udii i lontani e sommessi accenti d’una voce umana… Un’altra voce rispose, dopo di che la prima, che ora riconoscevo per quella di Silver…”. È Silver dunque, che cerca di convincere uno dei pochi marinai onesti a passare dalla sua parte. Lo esorta, lo avverte: ormai tutto è deciso non servirà a nulla la tua opposizione. Ma Tom, così si chiama il marinaio non cede alle lusinghe: “Oh, no! Com’è vero che Dio mi vede, preferirei perdere questa mano… Se io rinnego il mio do­vere…”. Silver lo ucciderà. Colpendolo alle spalle con la gruccia. Non prima di averlo guardato “con gli occhi piccoli come capoc­chie di spillo nella larga faccia, scintillanti come pezzetti di ve­tro”. È lo sguardo dell’odio.

Jim non regge: “Io non so cosa sia veramente svenire; ma so che per qualche istante ciò che m’attorniava sparì dalla mia vista confuso dentro una nebbiosa ridda. Silver, e gli uccelli, e l’alta vetta del Cannocchiale turbinavano insieme confusi da­vanti ai miei occhi… Ogni altra cosa era immutata: il sole segui­tava spietato a splendere sullo stagno maleodorante e sui pic­chi delle montagne; ed io penavo a persuadermi che un assas­sinio era stato commesso…”.

Ho ripensato spesso a questa pagina. Ho letto una dozzina di volte L’isola del Tesoro, in età diverse. E quell’espressione, quegli occhi come capocchie di spillo, non l’ho mai dimenticata. Io, bambino, percepivo che la violenza doveva avere quella faccia. E stupisce che, “dopo”, tutto rimane uguale e il sole con­tinua a splendere nello stesso modo. Tutto scorre: anche i de­litti. E gli avvenimenti più drammatici non vogliono tempi di­versi da tutto ciò che è normalità.  Dunque? Dunque Francesco tu questa violenza la vedrai spesso, troppo spesso. La vedrai in televisione, anche se io e tua madre cercheremo di evitarlo. La vedrai facendo zapping con il telecomando. E ti capiterà di ve­dere facce terribili, occhi assetati di sangue. Ti ritroverai a guardare assai poco educativi telefilm americani. Ma non sarà la stessa cosa. La fantasia non prenderà il sopravvento, non immaginerai niente di più di quello che vedi. Rimarrà tutto in superficie. Molte volte L’isola del Tesoro  è diventato un film e molte volte questi film sono stati dati in televisione. Ne ricordo qualcuno: ricordo Silver biondo e agile sulla sua gruccia, e Jim vispo e avventuroso, e il dottor Livesey, autorevole, pacato e molto determinato. Tutto corrispondeva a una buona parte della mia immaginazione. Poi però qualcosa si inceppava: nei romanzi si sentono gli odori, nei film no. Il dottor Livesey guarda l’isola, “arriccia il naso più volte, come si fa quando si annusa un uovo guasto. – Non so nulla del tesoro – diss’egli – ma scommetterei la mia parrucca che qui c’è la malaria”. È vero Francesco: quelle “caratteristiche esalazioni di foglie im­putridite e tronchi d’alberi marciti” non te le regalerà nessun film. Lo imparerai presto, credo.

Ma torniamo a Jim. Sviene e diventa grande. Lui con tutti gli altri. Ma lui prima ancora degli altri. Gli elogi a John Silver non erano mancati, era l’unico uomo affidabile e onesto tra i marinai, nessuno avrebbe potuto dubitare della sua disponi­bilità. E John si rivolge a Jim con cortesia e modi affabili. Ha sempre una parola gentile e rispettosa per tutti. È straordina­rio nella sua astuzia e nel suo opportunismo.  Stevenson è bravo a cambiare registro al momento opportuno. Lo trasforma in un mostro in pochissimo tempo. Prima lo rivela, ci fa parte­cipi delle sue gesta. Ma fa sì che i suoi crimini vengano raccon­tati con una freddezza e con un cinismo che nascondono l’or­rore. Solo quando i giochi diventano espliciti, solo quando dalla nave si scende nell’isola, nel teatro vero del romanzo, allora il coltello di Silver si fa affilato e tagliente, al pari dei suoi occhi.

Ti dicevo che quell’isola è un teatro, una scena necessaria: tutto va consumato in quel luogo dalle montagne aspre, dagli stagni imputriditi dove regna la malaria. Jim ha tempo di scor­razzare solo qualche minuto, poi si compie la prima delle tante tragedie. Ma nonostante questo lo spirito di avventura di Jim, la sua incoscienza salverà la vita ai suoi compagni, ai pochi onesti, ai pochi che non facevano parte della flotta del terribile Flint. Eppure nonostante questo a Jim rimarrà l’amarezza delle cose incompiute, anche quando l’avventura sarà terminata, an­che dopo aver raggiunto il tesoro, e vinto contro i pirati. Ancora dopo molti anni quell’avventura rimarrà per Jim una sorta di angoscia profonda, e quell’isola un luogo da incubo. Perché? Perché ha rischiato di morire per mano dei pirati? Perché ha dovuto scoprire che le avventure sono, più che fonte di divertimento, una fonte di pericolo? No Francesco: perché tutti i tasselli del mosaico alla fine sono tornati al loro posto, tranne uno. Una volta scherzando ho paragonato John Silver al Conte di San Germano. Come lui sembra apparire dal nulla: come lui scompare nel nulla, non ha età. Potrebbe essere anche il demonio sceso tra i mortali. John Silver è l’imponderabile, Francesco, è l’uomo che non fa tornare i conti. È simpatico e crudele, è bravo a cambiare le carte in tavola all’ultimo mo­mento, potrebbe tradire tutti: i suoi compagni per passare coi nemici, salvo poi tradire i nemici per sé stesso. E tutto questo può avvenire anche in pochi istanti, in un bagliore, la puoi re­gistrare da un’espressione degli occhi.

Leggerai Francesco che sull’isola del Tesoro ci sarà un’a­spra lotta, che avverranno successivi e continui capovolgimenti di fronte, che Silver sarà alla testa dei pirati, che Jim sarà preso prigioniero, e ancora che Silver lo proteggerà. E leggerai molte pagine su Jim che va alla deriva con la canoa di Ben Gunn, l’uomo dell’isola, e della sua lotta con Israel Hands, e su come ebbe la meglio. Nonostante le pistole di Jim avessero le polveri umide e nonostante Jim soffrisse della ferita di una pugnalata alla spalla. Leggerai tutto questo ma non ti dovranno sfuggire due aspetti, davvero importanti.

Ricordi del serpente Kaa del Libro della Giungla, e di come Kaa ipnotizza Moogli e Baghera? Bene, tienilo a mente nel fi­nale de L’isola del Tesoro tutti i temi si confondono, si sfiora persino la magia, vengono evocati spettri e antichi ricordi, malefici e assassinii, ma nonostante questo Silver rimarrà lì, lucidissimo, a gestire una situazione difficile in modo magi­strale.

Siamo all’ultimo atto: John Silver sembra aver vinto. Ha la mappa dell’isola con le indicazioni per il Tesoro. Il dottor Livesey, il cavalier Trelawney, assieme a pochi uomini onesti  sembrano scomparsi. Jim è prigioniero di Silver. Alla buon ora i pirati – con Jim – si mettono in marcia per raggiungere il luogo dove il vecchio Flint aveva seppellito il suo immenso te­soro, il frutto di centinaia di arrembaggi. “Avevamo così per­corso circa mezzo miglio e stavamo per toccare il ciglio del pia­noro, quando all’individuo più lontano sulla sinistra partì un urlo di orrore a cui reiterate grida succedettero che fecero ac­correre i compagni”. Il pirata urla perché scopre lo scheletro di un uomo. Pare fosse un pirata. la sua posizione è innaturale: “l’uomo giaceva in una posizione perfettamente rettilinea”. Silver intuisce che quello scheletro non è lì per caso. La sua posizione indica la direzione in cui trovare il tesoro: “Flint. Questo è uno dei suoi scherzi”, dice Silver, “non c’è dubbio. Egli era solo qui con sei. Li ha uccisi tutti, l’uno appresso l’altro, e questo lo ha rimorchiato qui e orientato con la bussola, morte delle mie ossa!”. Comincia l’angoscia collettiva. I pirati sono come dei bambini, distrutti dall’orrore: cominciano tutti a ri­pensare a Flint e non riescono più a ragionare. Morgan è uno dei pirati, dice: “l’ho visto morto io, con questi occhi, Flint, l’ho visto. Billy mi condusse dentro. Egli era là coricato, con dei sol­doni sugli occhi”. E un altro: “Morto sì, certamente morto e sotterrato. Ma se ci sono spiriti che ritornano Flint dovrebbe esser di quelli. Perché, Dio mio, ha fatto una brutta fine Flint, ha fatto. E un altro ancora aggiunge: “Oh sì che l’ha fatta. Un momento delirava, un altro momento strepitava per del rum, oppure cantava Quindici uomini sopra il baule del morto… Era la sua unica canzone; e vi dico la verità, io non l’ho mai più potuta sentire, da allora”.

Vedi Francesco come sono i pirati? Parlano sempre di soldi. E quando il loro maggior filibustiere (oggi lo definireb­bero mitico) muore, gli mettono dei soldoni sugli occhi. Diffida di quelli che pensano troppo ai soldi: spesso sono dei pirati e nemmeno troppo mascherati. E hanno persino paura dei fanta­smi. Jim, che ascolta i loro discorsi spaventati, commenta sar­castico: “i pirati… procedevano stretti l’uno all’altro e parlavano sottovoce. Il terrore del morto filibustiere incombeva su di loro”.

Già. E nel capitolo successivo Stevenson compie il capola­voro, chiudendo il romanzo con grande maestria. In realtà, Francesco, il tesoro non è più dove dovrebbe essere. Il tesoro l’ha portato via Ben Gunn, un pirata di Flint che venne abban­donato sull’isola molti anni prima. Il dottor Livesey e gli altri lo sanno; per questo hanno dato ai loro nemici la mappa che rivela dove si trovi il tesoro. Silver lo sospetta, Jim non capisce. Ma ecco che d’un tratto, dagli alberi arriva una strana voce: “sottile acuta e tremula”, una voce che intona le famose parole:

Quindici sopra il baule del morto
Yò-hò-hò – e una bottiglia di rum!

Tutti i pirati cominciano a dare segni di squilibrio. Qualcuno grida: è Flint. La voce acuta è quella di Ben Gunn, che ha consegnato il suo tesoro a Livesey e ora vuole mettere in trappola gli ultimi pirati rimasti vivi. Assieme a lui sono pronti con i fucili lo stesso Livesey, Trelawney e pochi altri. La voce degli alberi ha il suo effetto, anche perché Ben Gunn cita nomi ed episodi che solo i pirati potevano conoscere. Ma il terrore dura poco: Silver riconosce la voce di Ben Gunn e i pirati si rin­cuorano. Non è dunque il fantasma di Flint a maledirli; così man mano che si procede prende ancora il sopravvento il pen­siero del denaro: delle settecento mila sterline d’oro sepolte da quelle parti. E la paura del soprannaturale lascia il posto all’a­vidità. Stevenson è molto chiaro: “Il pensiero del denaro, di mano in mano che essi si avvicinavano, assorbiva i loro terrori di poco fa. I loro occhi fiammeggiavano, i loro piedi correvano più lesti e leggeri: l’intera loro anima era incatenata da quella ricchezza che li attendeva là e prometteva a ognun di loro tutta una vita di piacere e di gozzoviglia”. Tutti tranne John Silver, l’astutissimo John Silver? Neanche un po’ Francesco. Anche il pirata più prudente, quello che ha cervello, “che parla come un libro stampato arrancava grugnendo, sulla sua gruccia; le sue narici dilatate tremavano; egli bestemmiava come un turco quando le mosche gli si posavano sul volto acceso e lucido di sudore… di tanto in tanto si volgeva verso di me con un’oc­chiata assassina. Nell’immediata prossimità dell’oro, tutto il resto egli lo aveva dimenticato: la promessa fatta al dottore, e il suo avvertimento appartenevano ormai al passato… senza dubbio egli sperava di impadronirsi del tesoro, ritrovar l’Hi­spaniola, imbarcarsi con il favor della notte dopo aver scannato ogni onest’uomo che lì rimanesse… filando via carico di crimini e di ricchezze”. Ma la macabra illusione finisce presto: quando un grido strozzato rivela una larga buca, una vanga spezzata e qualche tavola di cassa di imballaggio. in quel luogo, non ne era rimasta neanche una delle settecentomila sterline di Flint. Ed ecco che arriva il colpo di scena.

“Non fu mai visto al mondo un simile capovolgimento. Tutti i sei uomini parevano fulminati. Ma Silver superò presto il colpo. Tutti i suoi desideri s’erano avventati verso quel de­naro come cavalli da corsa; e, per quanto fermato all’improv­viso, di netto, aveva mantenuto il suo sangue freddo, ricupe­rato il suo equilibrio, e modificato il suo piano prima ancora che gli altri avessero avuto tempo di afferrar le proporzioni del loro disinganno”. Straordinario Long John, proverai per lui un misto di ammirazione e orrore. Sarai attratto dal suo genio e al tempo stesso cercherai di cancellarne gli aspetti più terribili. Nella vita, caro Francesco, saper non cedere alla tentazione dell’ammirazione è un’arte difficile, ma è importante. John però non è solo un improponibile mascalzone, non è solo un criminale che sa anche essere simpatico; e non è neppure un banale traditore, un voltagabbana dei più visti. John Silver è qualcosa di più: è la vita, il mondo che svela il suo vero volto; è la complessità, la quarta dimensione, l’immoralità che galleggia nelle acque del buon senso. Riuscendo a non affondare. John, capito che il tesoro non c’è più, si rivolge a Jim: “mi disse sotto­voce – prendi questa e difenditi. E mi passò una pistola a due colpi… Il suo aspetto era adesso del tutto amichevole: e codesti cambiamenti mi indignavano al punto che non potei tratte­nermi dal mormorargli: – E così, avete di nuovo cambiato par­tito!”.

È l’ennesimo tradimento. L’ultimo, o quasi. Jim si indigna.  Al suo posto ti saresti indignato anche tu, Francesco: chi cam­bia partito, chi tradisce, chi passa sempre dalla parte opposta, secondo le convenienze, è uomo disdicevole. Ma non fidarti delle apparenze: John è un regista. non è una vittima. Non ar­ranca dietro ai vincitori. Capisce per primo e fa sì che i vinci­tori lo seguano, in un modo misterioso vanno dietro a lui. Per questo non ti devi fidare dei tipi come Silver, Francesco. Anche se ne incontrerai pochi. Perché il mondo è fatto di gente molto mediocre, molto diversa da Silver e molto più simile ai suoi stupidi pirati, a felloni, bucanieri di quart’ordine, incapaci di prendere da soli qualunque decisione. Silver li disprezza: “Scavate, ragazzi: avanti, scavate – disse Silver con tranquillis­sima insolenza – non mi stupirei che trovaste dei tartufi”. Inutile dirti come finisce, Francesco. John Silver e Jim, soli, contro l’ira dei pirati che non hanno trovato il tesoro se la ca­veranno con l’aiuto del dottor Livesey, del capitano della nave, del cavalier Trelawney, e di Ben Gunn, l’uomo dell’isola. Saranno loro, armati di tutto punto, a intervenire e mettere in fuga quei quattro mentecatti di pirati. Non poteva che finire così, vero Francesco. Non poteva che essere la vittoria dei buoni contro i cattivi, degli onesti contro i pirati. Anche se è stata una vittoria pagata a caro prezzo. Ma anche questa volta non essere troppo sicuro. Senti come va a finire veramente. Diamo ancora la parola a Stevenson, meglio a un suo perso­naggio, al capitano della nave: “John Silver – gli disse – voi siete un’inqualificabile impostore, un mostruoso impostore. Mi si è detto che devo astenermi dal farvi processare, me ne asterrò. Ma le vittime, signore, pesano sul vostro collo come macine da mulino”. Cosa risponde Silver? Risponde nel modo più preve­dibile: “Le mie cordiali – grazie, signore – replicò Long John con un nuovo inchino”.

John Silver ha vinto, Francesco: i tipi come lui vincono sempre, a patto che si tolgano di mezzo. Stacci lontano, se po­trai. Ma la lotta con tipi come loro non è mai facile. La lotta contro l’ambiguità, contro la parte più oscura dell’esistenza, quella che non è fatta di tinte forti, di linee nette, è quella più difficile. Quella sera, finita l’avventurosa storia sull’isola del te­soro, i pochi superstiti cenano allegramente. La storia è finita bene, tutto sommato. John Silver si adegua e da subito: “Rientro nelle file”, dice al capitano; e sta “seduto là in disparte, quasi fuori dalla luce del focolare, che però mangiava di gusto, pronto a slanciarsi quando si desiderava qualcosa; e accor­dando il suo riso – ma in sordina – al nostro: lo stesso calmo, garbato, ossequioso marinaio che era stato durante la traver­sata”.

Francesco non c’è libro di storia, né trattato, saggio, che ti possa dire di più dell’animo umano; non c’è televisione che te lo possa far leggere meglio: nemmeno quando le immagini che vengono dai telegiornali sono forti e commoventi. Qualche volta le immagini, insieme alla musica, possono trasmetterti delle emozioni ma la letteratura è un’altra cosa. L’altro giorno stavamo guardando assieme la televisione, una domenica po­meriggio un po’ sonnolenta. Su Raiuno davano un concerto: era la Messa da Requiem di Mozart trasmessa da Sarajevo, dalla biblioteca distrutta di Sarajevo. Dirigeva Zubin Mehta. Ti sei fermato, abbagliato. Si era al “Confutatis”. Non ti sei mosso per mezz’ora. E quando la musica si interrompeva, mi chiedevi: “papà, lalla-llà?”. Ovvero: papà, quando ricomincia la musica. Un po’ preoccupato. Stava accadendo qualcosa di straordinario: non ti staccavi per nessuna ragione dalle immagini dell’orche­stra, del coro, da quella musica, ma anche da altre immagini che venivano date in sovrimpressione: quelle dei bambini di Mostar, di Sarajevo, quelle delle donne bosniache. Cosa avrai capito, a soli due anni di tutto questo? Cosa avrai sentito in quel “Lacrimosa”? Non lo so. So che Sarajevo è piena di gente come Pew e Cane-Nero che obbedisce a individui, rari e perico­losi, come John Silver. Pew e Cane-Nero finiranno processati. Condannati. E sarà giustizia. Mentre quelli come John Silver se la caveranno comunque.

Anche Stevenson lo sa, e fa fuggire Silver, aiutato da Ben Gunn, che aveva verso lo stesso Silver un atteggiamento di profonda riverenza, se non proprio di terrore: “aveva chiuso un occhio su quella fuga avvenuta poche ore fa sopra un canotto, e ci assicurava d’essersi così comportato per salvaguardare le nostre vite, che sarebbero certo state compromesse qualora quell’uomo con una gamba sola  fosse rimasto a bordo. Ma ciò non era tutto. Il cuoco non se n’era andato a mani vuote. Aveva furtivamente praticato un buco in un tramezzo, e s’era impadronito di un sacco di monete, del valore forse di tre o quattrocento ghinee, per provvedere alle sue ulteriori peregri­nazioni”.

Silver scompare, con una parte di bottino, anche se piccola. Di lui non si saprà più nulla: “Di Silver non si seppe altro. Quel terribile uomo di mare dalla gamba sola è finalmente fuori dal cerchio della mia vita”, dice Jim. Siamo all’ultima pagina del romanzo, quella che annulla totalmente il luogo comune che pende da sempre su questo libro. L’avventura di Jim è finita, grazie a Dio. Lui lo sa e sa di essere cresciuto pagando dura­mente. Quell’isola, che tutti hanno pensato come un luogo di sogno è lontana. E Jim non ha dubbi: “Neanche un tiro di buoi potrebbe riportarmi in quell’isola maledetta; e i miei paurosi incubi sono quando sento i cavalloni che tuonano lungo la co­sta, o balzo d’improvviso sul mio letto, con negli orecchi la stri­dula voce del capitano  Flint: Pezzi da otto! Pezzi da otto! “. Non confonderti Francesco, il capitano Flint che dice “Pezzi da otto” questa volta è il pappagallo di Silver, battezzato con il nome del terribile pirata. E i pezzi da otto, sono monete d’oro che venivano contate dopo i sanguinosi arrembaggi; il pappagallo di Silver ripeteva queste due parole. Ma fai caso alle altre pa­role, quelle di Jim, a  quel “Neanche un tiro di buoi”, a quel “isola maledetta”, all’espressione “paurosi incubi”. A quel: “balzò d’improvviso sul mio letto”. La frase finale del romanzo la dice lunga, non lascia equivoci. L’avventura di Jim è finita. La sua vita dopo tornerà normale. Come quella di tutti gli altri. Lui si sarà lasciato alle spalle l’infanzia come fosse una malattia da cui bisogna guarire. E forse non si è neppure reso conto di quanto importante sia stato per lui im­parare a vivere sull’isola del tesoro. Jim e i suoi amici si sono salvati anche a causa delle sue intemperanze: è lui stesso a rendersene conto; lo sente, parla di “idee pazze che tanto con­tribuirono a salvarsi la vita”. Saranno molte le idee pazze che verranno in mente a Jim. Ed è stata una fortuna. Forse ci vo­leva l’ingenuità di un ragazzino per salvarsi dalla ferocia e dalla avidità dei pirati. Questo è un interrogativo che lascio a te, caro Francesco. Ma le idee pazze sono dell’infanzia e dell’a­dolescenza. Poi è solo un’isola: maledetta. E un uomo: il mari­naio con una gamba sola, il peggiore di tutti, che scompare. Impara Francesco. Impara dalle sue avventure, e dalle sue idee pazze. Ma sappi che quando sarai grande l’isola del tesoro non potrai rimpiangerla. Rimpiangerai altre cose, forse…