A Roma le stagioni sono emotive. Domenica 28 maggio era una primavera d’altri tempi, quando a primavera non fa caldo. Quando a primavera c’è spesso vento, e le cicale non si sentono ancora. Quando la luce non brucia le cose e ti dà quella sensazione della potenza della natura, e il cielo è di un blu immobile, un colore dato a pennellate spesse. La primavera è verde e azzurra, non è gialla come l’estate. Non è rossa come la passione che metti nelle cose. E domenica era primavera in quasi tutto, eccetto per il giallo e per il rosso che metti nelle cose se hai una passione, se hai un sentimento che ti corre dentro veramente.

Già dalla mattina c’era come un’attesa. La senti addosso anche solo arrivando all’angolo per prendere un caffè e i cornetti ripieni di pere e noci che i miei figli amano molto. Francesco dormiva ancora, Andrea, che vive con la madre, ci avrebbe aspettato più tardi.

Noi tre. È una lunga storia. Quando Francesco Totti esordisce in serie A  il mio Francesco non ha ancora compiuto un anno. Andrea sarebbe nato tre anni dopo. Per tutti questi anni la domenica c’è stata la Roma, qualche volta, anche se raramente, allo stadio. Ho ancora nella memoria quando sono andato per la prima volta all’Olimpico. E mi sono accorto che è uno stadio molto diverso da tutti gli altri. Perché lì, e forse soltanto lì, c’è un vero, democratico, livellamento sociale. Non ci sono differenze, non ci sono redditi, mestieri diversi, studi, quartieri, classi sociali: ci si dà del tu, si commenta, si scherza, ci si riconosce.

Non cominciate a storcere la bocca. Come cantava Francesco Guccini: «gli intellettuali hanno deboli sorrisi solo se si parla di strutturalismo». E figuriamoci poi uno che fa l’apologia dello stadio, dove i canti e i cori hanno qualcosa di bellico e di arcaico, dove negli anni è accaduto quello che è accaduto. Dove la domenica le forze dell’ordine devono stare con mille occhi per evitare il peggio. E se aggiungiamo poi che subiamo tutto questo per della gente che guadagna in un anno quello che noi non vedremo mai in una vita intera, viziata e pronta a cambiare casacca, anche a campionato in corso, per un contratto migliore, e dunque per soldi, di cosa stiamo parlando?

Voglio aggiungere ancora un elemento. Queste squadre, con i nomi delle città, con queste identità campanilistiche, comunali, hanno poi degli spogliatoi dove nessuno, o quasi nessuno, parla italiano. Insomma la sequenza di luoghi comuni sarebbe assai lunga. Ma sono luoghi comuni. I luoghi comuni sono infidi perché contengono pezzi di verità, indiscutibili, ma non contengono le istruzioni per l’uso, le viti e i bulloni per unirle assieme e soprattutto il cuore, la passione per applicarsi e capire come smontare un congegno per poi rimontarlo meglio.

Il congegno dei luoghi comuni non mi basta. Oltre tutte queste cose ci sono stati anni di campionati, di coppe, di mondiali. Non temete, tra una partita e l’altra c’era spazio per Eco, per Foucault, per Barthes, per Sloterdijk, per Koudelka, per Cartier Bresson, e tanti altri. Ma c’era quel chiedere a mio figlio: «France’ quando gioca la Roma? Sabato. Ah tu parti? Sì, ma torno per vederla».

Sono stati anni per cui Daniele era Daniele. Figuriamoci, nessuno di noi lo conosce lo ha mai incontrato –  me, i miei figli gli amici dei miei figli – ma se dicevamo «gioca Daniele», non c’era altro da aggiungere. Poi i calciatori cambiano squadra, lo sappiamo quello che sono, ma Daniele è Daniele, Florenzi è Florenzi (nonna inclusa, abbracciata in tribuna dopo un gol) e il capitano è il capitano, anzi è il Capitano. E per uno cresciuto con Walt Withman, il termine Capitano mio Capitano significa davvero tanto.

Il calcio è un gioco meraviglioso perché nonostante delle volte ci faccia paura, ci deluda, ci lasci un po’ disgustati, resta tutto dentro, specie se gli interpreti sono straordinari. Erano giorni che ci pensavamo. Cosa sarebbe accaduto, cosa avrebbe fatto Francesco Totti? Come ci avrebbe salutati? In un mondo, in una vita quotidiana piena di profonde divisioni, aggressiva, rancorosa dove conta la rabbia e la delusione, ma anche la paura per il futuro, si era certi che sarebbe stato non qualcosa di diverso, o di speciale, ma qualcosa di vero. Totti avrebbe giocato, certo: speravamo in un gol, ma non era neppure importante. Ma sapevamo che sentirsi parte di 75 mila persone, le più diverse e lontane – dai super vip della tribuna d’onore agli ultimi tifosi aggrappati agli anelli più alti delle curve – era qualcosa di straordinario, e per una volta questa parola non è usata a sproposito, come purtroppo quasi sempre.

Poi c’era un aspetto privato. L’idea che fossi assieme ai miei figli, era qualcosa di indimenticabile, a questi miei figli che hanno tifato Totti mentre la loro voce piano piano cambiava, da quella squillante di bambini, a quella da uomini che hanno oggi, a questi miei figli che hanno portato da bambini la maglia di Totti, e la cambiavano via via che le taglie crescevano.

E poi c’è Roma: Roma per un non romano che ama profondamente questa città. Roma per un non romano che ha due figli romani e nati a Roma. Roma per uno come me che passa tutto il suo tempo possibile a fotografare questa città, i suoi musei, le sue opere d’arte. Una città che ho sempre pensato di raccontare prima o poi in un romanzo ma non ci sono mai riuscito perché è troppo bella. Roma è realmente un mondo diverso dagli altri, è davvero un luogo dove il tempo è tutto assieme, ammucchiato a strati, dove il passato e il presente sono costantemente rivolti al futuro. E anche quando il futuro mostra degrado e decadenza, Roma resta una città impressionante.

«Spalletti lo fa entrare al Sessantesimo», mi dice Francesco mentre beviamo il caffè. Si è alzato tardi, ha lavorato per quasi tutta la notte al montaggio di un cortometraggio che ha finito di girare. La luce fuori è spettacolare. Con il suo vecchio motorino ci avviciniamo alla casa dove abita l’altro mio figlio, che è distante dieci minuti a piedi dall’Olimpico. Poi è una passeggiata lunga, quasi silenziosa, mentre attorno file di ragazzi e uomini adulti con la maglia numero 10, o con maglie dove si legge “C’è un solo capitano”, camminano malinconici e sorridenti, come una saudade tutta capitolina verso i cancelli di ingresso.

E arrivati dentro si attende. Con una misteriosa felicità di esserci: noi, assieme, in quel momento. Con l’idea di quel tempo quando tempo significa davvero qualcosa. Che nessun filmato, nessun video, nessuna fotografia, nessun tweet o post di Facebook può restituire. L’essere lì, in quel momento e in quel tempo. Ognuno di noi con i propri pensieri e con le proprie storie. Le mie personali non solo della Roma, ma anche dei Mondiali, un Mondiale quello di Germania dove sono stato inviato dal primo giorno fino alla finale di Berlino, e dove Totti è stato risolutivo. E forse è stato risolutivo anche per la mia vita personale, perché dopo il mio ritorno sono accadute cose che mi avrebbero lasciato un segno profondo, che porto addosso ancora oggi. Ognuno di noi a pensare a dove aveva messo il cuore in questi anni, tutti certi che un lo spazio per la Roma e per il suo capitano non è mai mancato.

La cosa che più mi commuoveva non era solo essere all’ultima partita di Totti, ma esserci con i miei figli. E poi esserci con tutta quella gente che in forme diverse, con diverse consapevolezze stava rendendo omaggio a un artista, e dunque alla bellezza, meglio: alla Grande Bellezza. Perché Roma è sempre Grande Bellezza, anche quando gioca la sua squadra. Ma era la nostra Grande Bellezza a tornare in gioco in quel pomeriggio. Ognuno a cercarsi e a capire un quarto di secolo, che per Francesco e Andrea, e tutti quelli della loro età, coincide con quello che hanno vissuto, e per quelli come me forse il meglio della propria esistenza, quella della propria giovinezza, quella dove i sogni sono più nitidi. E ognuno a cercarsi in quello che si è stati, a scandire assieme storie e altre storie, prendendo Totti come una pietra miliare, o una bussola per orientarsi, per ritrovarsi, persino per capirsi, per sentirsi.

Non c’è da stupirsi. Il calcio diventa davvero importante quando sappiamo farne buon uso. Quando sappiamo riconoscere in quel gioco una identità e una forza, ma soprattutto un’estetica. Non si tratta di citare Adorno, e fare i colti con il calcio. Anche questo è uno sport intellettuale rispettabile che però non mi piace. Il calcio è la cultura popolare che è mancata altrove nel nostro paese, è il sentirsi fratelli, simili, senza conoscersi mai, senza mai incontrarsi.

Facile la retorica dello stadio? Niente affatto, è molto più facile la retorica del cinismo, che impera in questi anni. Totti è stato un demolitore, alle volte con straordinaria ironia e autoironia, di questo nostro tempo. Un demolitore del cinismo di chi ha talento, ed è famoso, di chi vuole essere, senza averne i meriti, modello di riferimento, influencer, per tutti gli altri. Ma ora niente sarà più lo stesso, l’ultimo dei Mohicani ha appeso le sue scarpette al chiodo, il resto del mondo continuerà a cambiare maglia appena possibile. Le squadre saranno composte da giocatori che fanno il loro mestiere, e anche questo è giusto.

Ma il cuore non è solo un romanzo della Tamaro, non è solo una rubrica in rosa di qualche rotocalco, il cuore è la cosa che ci manca in modo sempre più insopportabile da anni ormai. Perché il cuore non è intelligente: è sapiente. Il cuore lo cercavano tutti, quei 75 mila dell’Olimpico, noi 75 mila dell’Olimpico. Non si cercava quel cervello, quel genio e quel talento che sarebbero merce per pochi. Ma il cuore: che è il motore di tutto, il motore primo, il motore immobile. Il cuore di Francesco Totti, che tutti a Roma sanno e conoscono senza che lui se ne vanti assolutamente, ha fatto di lui il calciatore che è stato e di noi persone migliori.

Purtroppo non siamo più capaci di cercare il cuore delle cose, soltanto le cose del cuore. Ma le cose del cuore sono solo amennicoli, sono una piccola posta sentimentale buona per sentimenti vendili al mercato globale delle emozioni. Mentre il cuore delle cose è un sapere potente e fragile al tempo stesso. Potente e fragile come ogni fede che si rispetti. Anche quella per l’eroe di un campo di calcio che dice, di fronte al suo pubblico: «Ho paura. Aiutatemi perché ho paura».

Eravamo tutti in piedi, e piangevamo tutti, fin dove ho potuto vedere non c’era nessuno che non avesse le lacrime agli occhi. Eppure lui ha chiesto al suo pubblico di essere aiutato, e ha ammesso di avere paura. «And in short, I was afraid», scriveva T.S.Eliot in The Love Song of J. Alfred Prufrock, uno dei suoi poemi più belli: «E a farla breve ho avuto paura». L’addio al calcio di Francesco Totti non aveva nulla di contemporaneo, nulla di spettacolare secondo le ovvie regole dello spettacolo, dei diritti televisivi, del merchandising delle magliette. E chi pensa questo se ne faccia una ragione. L’addio di Totti è stato antico, antimoderno, pieno di dolore e di tristezza, non emozionale: nel cuore delle cose, e non per le cose del cuore. Il suo giro di campo ha attraversato le nostre vite, una sconosciuta all’altra, in un modo che ognuno di noi si porterà sempre dentro. Dentro i portoni dei palazzi e delle case di questa città, dentro il cielo di Roma che non ti aspetti mai, anche quel poco di cielo che si riesce a vedere dalle tribune e dalle curve dell’Olimpico.

Alla fine come in una storia che nessuno ha più il coraggio di raccontare Francesco è sceso in quegli spogliatoi che lo hanno accolto bambino e che saluterà da uomo. Noi tre ci siamo guardati appena, mentre un lento flusso liberava il colore blu dei seggiolini dello stadio. E in questo mondo di retoriche sapevamo di non dover dire niente.

Andrea ha preso i cartoncini con il numero 10 che la società aveva predisposto per le coreografie. Ne ha presi tre, uno per ognuno di noi. Niente sarà più lo stesso. Gioca il Capitano? Un Capitano, c’è solo un Capitano. Lo racconteranno un giorno ai loro figli? E sapranno raccontargli anche i nostri silenzi, quel camminare lenti fuori dallo stadio, con quel vento di Roma intriso di vecchie pietre?

Francesco Totti ha detto: «Vi amo tutti». Lo sentiva profondamente. Io ho toccato i capelli ai miei ragazzi, solo un accenno, perché sennò poi loro dicono che sono troppo sentimentale. Dentro le nostre vite, dentro le nostre storie, nel tempo che siamo diventati e che volevamo essere. Nonostante questo mondo diviso, svuotato e senza cuore.

©2017 Roberto Cotroneo. Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency