È possibile che si possa arrivare a una sorta di svuotamento completo del linguaggio? Di paralisi del senso? Ormai da un secolo intellettuali e scrittori si sono domandati se il linguaggio avesse ancora forza e modernità, se riuscisse a a raccontare e spiegare il mondo, o se invece stesse prendendo una strada diversa. Una strada densa di suggestioni, di significati, di potenza descrittiva, che non conduce a nulla, se non a un luna park dove niente è più raccontabile, niente ha un significato nuovo, ma resta tutto senza spessore, senza importanza.

Il 3 maggio 1923 Jean Cocteau tenne una lezione al Collège de France. Il tema, il titolo della lezione era: Il richiamo all’ordine. A un certo punto Cocteau afferma: «Ci siamo messi a scrivere poemi regolari, a bandire le parole rare, la stravaganza, l’esotismo, i telegrammi, i cartelloni, e altri accessori americani».

È passato quasi un secolo, e il richiamo all’ordine per Cocteau resta quello della semplificazione e della disciplina. Il linguaggio smette di essere eccentrico, stravagante, irregolare, perché ha il compito di assecondare un mondo di bisogni e di emozioni. Il linguaggio si mette a servizio della sterilità, si fa inganno perfetto. Cocteau diceva, continuando nella sua conferenza: «sono stato costretto a dare un nome agli oggetti, così ricoperti di immagini e di aggettivi che non li si vedeva più».

Non ci prova più nessuno a dare al mondo nomi diversi, parole inedite che indichino una via. Nel mondo moderno tutto quello si fa per comprendere quella che generalmente viene chiamata realtà. Il giornalismo ha riempito il mondo di tante immagini e aggettivi da impedirci di vedere qualsiasi cosa. Ha nascosto le cose con la pretesa di mostrarne i suoi aspetti più autentici. Il giornalismo ha appiattito la narrativa, ha insegnato ai comunicatori, ha dato le fondamenta più convincenti ai blogger e ai frequentatori dei social. Ha trasformato tutti, anche i politici, in seduttori contemporanei. È stato, suo malgrado, e drammaticamente, troppo spesso la falsificazione più potente della contemporaneità. Ma soprattutto ha modificato per sempre l’uso quotidiano del linguaggio.

Oggi viviamo dentro una prigione difesa da mura invalicabili. La prigione di un linguaggio che nel voler essere incisivo scivola su ogni cosa. Non c’è più una corrispondenza tra quello che diciamo e quello che sentiamo. E non perché vogliamo ingannare i nostri lettori, i nostri interlocutori, gli amici, i colleghi di lavoro. Ma perché man mano che pensiamo di controllare il nostro mondo con un linguaggio che si adatta sempre di più alla sua complessità, le parole si rivelano sbagliate, inadeguate. La retorica, lo stile, il verbo generano polveroni soffocanti.

Abbiamo barattato il tempo in nome di imprecise verità, e con il tempo la ricerca delle linee, la geografia delle cose. In cambio di sentimenti ed emotività, abbiamo tolto al corpo la capacità di sapere, obbligandolo a un ruolo subalterno. In cambio delle pulsioni di morte e di vita abbiamo inventato una letteratura che raccontando pretende di  assolverci, una letteratura priva di profondità: inventando emozioni ci tutela dalla notte, dalle radici profonde, dalle strade sotterranee.

Abbiamo capito, anche se malamente, che il mondo si domina con il dire, con il verbo: oggi sempre più sospeso, più falso. E ci muoviamo come automi senza più quelle parole che un tempo si potevano ancora trovare. In quel tempo che già Cocteau rimpiangeva, quasi un secolo fa.

© 2017 Roberto Cotroneo. Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency