Pochi giorni fa, su un treno per Milano una viaggiatrice parla al telefono. Le parole che ricorrono di continuo sono: esatto, certamente e assolutamente. Poi alla fine un po’ di volte dice: è sicuro. Con il finale lapidario di: è improbabile. Seguito da un grappolo, in coda, di impossibile.

La ragazza è giovane, una giornalista, visto che parla di articoli da pubblicare. La ragazza dunque ha una dimestichezza con le parole, con le frasi di senso compiuto, con il ragionamento. E forse tra i suoi compiti c’è quello di capire il mondo per riportarlo ad altri. Ma esatto, certamente, assolutamente sono un non linguaggio, e un non ragionamento. Non c’è nulla di esatto nel mondo, nulla di certo e nulla di assoluto. E fin qui non è difficile intuirlo.

Ma è sull’improbabile che mi è tornata alla mente una frase di Yves Bonnefoy, citata in un saggio di Maurice Blanchot di mezzo secolo fa. Bonnefoy, scomparso da poco, il Nobel lo sarebbe andato a ritirare, se non altro perché lo avrebbe meritato. E Bonnefoy dice qualcosa di interessante sul concetto di improbabile: «Dedico questo libro all’improbabile, ossia a ciò che è. Ad uno spirito vigilante. Alle teologie negative. Ad una poesia desiderata, di piogge, di attesa, di vento. Ad un grandioso realismo che aggravi invece di risolvere, che indichi l’oscuro, per cui le certezze siano nubi che è sempre possibile lacerare. Che abbia l’ansia di un’alta e impraticabile certezza».

Bonnefoy pone un problema di linguaggio. Colloca l’improbabile non dentro un sistema di calcoli o di opportunità che rendono probabile o meno probabile qualcosa. Ma lo sposta altrove: in un punto di incontro, in una terra di mezzo. Nell’indeterminato, nel non esatto, nel non conseguente. E trasforma il realismo in un punto di osservazione per quello che di oscuro c’è nel mondo.

Mentre rileggo queste magnifiche parole mi risuona in testa il linguaggio della ragazza sul treno: assolutamente, certamente, esattamente. È il linguaggio della politica, dell’economia, della giurisprudenza, della letteratura, del cinema, e della storia che diventa racconto.

Il nostro grandioso realismo non può indicare l’oscuro, perché salterebbero le regole di questi anni. L’oscuro non è una categoria narrativa. Il realismo deve risolvere, non aggravare e indicarci le certezze. Ed è per questo che siamo invasi da giallisti che raccontano di commissari di polizia che risolvono tutto, da politici concreti che non devono aver dubbi e che formulano di continuo una teologia della realtà, da economisti  e finanzieri che praticano il problem solving, da una giustizia che non soffre l’indeterminato, l’inesatto, l’incerto.

La grandiosa realtà, essendo chiara, probabile, possibile finisce per generare una profonda ansia e inquietudine. I problemi si risolvono, il mondo è sempre leggibile, l’esatto impera dentro di noi, ma anche l’assoluto. Ma poiché è impossibile sopportare l’esattezza e la certezza laddove non esistono, l’unico modo è trovare dei compagni di strada, degli alleati che rafforzino questa profonda debolezza a cui ci hanno costretti.

I vecchi totalitarismi e i nuovi populismi hanno in comune questo. Il convincimento che il mondo sia esatto, e che le cose si risolvano nell’ambito del possibile e del probabile. Il mercato ha questo tarlo: leggere il probabile per realizzare vantaggiosamente le proprie possibilità. La letteratura, la parola in generale, ha questo compito: risolvere una storia date certe premesse. La storia, nel senso popolare e non storiografico chiede questo: capire in che direzione stiamo andando partendo dalla consapevolezza del possibile e riconoscere le probabilità per prevenirle o assecondarle.

La poesia sa invece che l’improbabile è una terra di mezzo, indeterminata, curva come l’universo. La cultura, la filosofia, la fisica e l’arte hanno svolto questo compito per secoli: farci convivere con  l’oscuro, l’inesattezza, l’improbabile e l’indeterminato. Oggi che la purezza ha scacciato l’oscuro, e la realtà è il potere della concretezza, tutto questo ci ha portato dritti dentro una nuova età dell’ansia.

© 2017 Roberto Cotroneo. Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency