Viviamo nel tempo delle narrazioni, delle storie, degli ipertesti. Tutto è più facilmente utilizzabile: internet è un ipertesto infinitamente consultabile, al contrario, le grandi biblioteche sono luoghi da raggiungere. Su internet non si viaggia, ci si sposta dentro uno spazio fermo. Per le biblioteche occorre invece andare, raggiungere, fermarsi e tornare. E sono cose per pochi, si fa fatica, ed è anche possibile che non si trovi quel che si cerca.

Ma la cultura globalizzata del mondo contemporaneo ha riscoperto la narrazione come forma di profitto. Parafrasando un celebre saggio dell’economista Piero Sraffa: Produzione di merci a mezzo di storie.  Che noi siamo sommersi di storie è cosa del tutto evidente. E siccome le storie di cui avremmo bisogno vanno assimilate rapidamente è preferibile raccontare con il cinema, e non con la letteratura.

Ovviamente nell’ideologia di questa modernità camuffata le storie devono essere sempre nuove, sorprendenti, devono affacciarsi sul futuro e – ancora meglio – prendere dal futuro, raccontarne i contorni prima ancora che si rivelino nella loro interezza. Chiamiamo tutto questo originalità. Nella percezione contemporanea, essere originali significa fare qualcosa che non è mai stato fatto prima. Una storia originale è qualcosa che non abbiamo mai visto o letto.

Ma anche i bambini capiscono l’etimologia di originale. Ovvero di origine, di passato, di arcaico, di ciò che ritorna e riafferma il proprio peso e la inevitabile tradizione. L’origine è questa. Il mondo gira attorno all’origine e lo traveste di futuro. Le storie sono sempre le stesse ma sembrano sempre diverse. Si cerca di raccontarle con strumenti nuovi, si inventano estetiche diverse. Si prova con quel mezzo non abbastanza antico come il cinema per non destare sospetti. Ma il risultato resta lo stesso.

Gérard Genette, tra le menti più lucide della cultura dell’ultimo mezzo secolo, ha pubblicato un libro molto importante nel 1982 che si intitola Palimpsestes. Palinsesti: parola abusata e poco compresa di questi anni. Nella penultima pagina del saggio Genette scrive una cosa importante: «L’ipertestualità ha il merito specifico di rilanciare costantemente le opere antiche in nuovi circuiti di senso. La memoria, si dice, è «rivoluzionaria» – a patto tuttavia che la si fecondi, e che essa non si limiti a commemorare».

Se possiamo definire il nostro tempo in una maniera semplice, possiamo dire che viviamo di illusione di futuro ma soprattutto di commemorazioni. L’uso del passato si limita a questo. Ma quello che commemoriamo finisce per tornare da altre parti, senza alcuna consapevolezza. Tutte le storie che vediamo, a cominciare dalle serie televisive, per finire al cinema e ancor peggio alla letteratura, sono commemorazioni continue di qualcosa che non si sa più, di qualcosa che si è perduto.

L’originalità è davvero un’origine che riaffiora come un fiume carsico. Ma fecondare la memoria significa mettere assieme e contaminare. E in questo mondo di competenze e non di saperi, le cose non vanno mai assieme. Se imparo a fare il cinema non avrò il tempo di sapere quel che combinano davvero i musicisti. Se scrivo letteratura non potrò avere la possibilità di comprendere l’architettura. Il tempo è poco, le tecniche sono tante, i saperi finirebbero per distrarci.

E invece i saperi servono. Borges diceva: «Il numero di favole o di metafore degli uomini è limitato». Ma sono i fili che connettono tutto assieme a essere infiniti. E questo è un tempo di intellettuali che non osano. Chi avrebbe mai chiuso un libro come Palimpsestes con una dedica alla fine anziché all’inizio del testo? Solo un genio come Genette, che nell’ultima pagina del suo testo scrive: «…a Thelonius Monk che se ne intendeva, 17 febbraio 1982».

Così termina un libro di 500 pagine sulle strutture narrative: con un capovolgimento, con un filo inatteso che ci porta altrove, al pianoforte di Monk e a un giorno di febbraio. Quell’altrove che è l’unica ragione vera che abbiamo per raccontare il mondo.

 

© 2017 Roberto Cotroneo. Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency