È proprio vero che l’ultima cosa che si riesce a cambiare nelle persone sono gli schemi mentali. Sono i più resistenti, per certi versi i più ripetitivi, e forse rassicuranti. Quando accade che il mondo prende a mutare con estrema rapidità, diventa davvero difficile adattare il proprio modo di pensare ai radicali mutamenti che avvengono attorno a noi. È accaduto al crepuscolo di civiltà alle volte millenarie, è accaduto al verificarsi di sconvolgimenti epocali come la rivoluzione industriale, è accaduto naturalmente con la nascita delle società di massa. Accade oggi con l’avvento della società fluida e tecnologica. Il web, e non è certo una notizia, ha capovolto il mondo con la stessa forza dell’invenzione della macchina a vapore. Ma lo ha fatto con una velocità esponenziale: come una macchina che accelera sempre di più su un rettilineo. E la mente non riesce a seguire tutto questo.

Non stiamo parlando di persone che per motivi culturali e anagrafici fanno una comprensibile fatica ad adattarsi alle novità che li circondano. Ma parlo delle nuove generazioni, delle classi dirigenti, di tutti quelli che hanno il compito – anche morale – di contribuire a sviluppare al meglio le potenzialità di questa epoca.

Non basta la solita retorica sulle startapp o sull’innovazione. Due etichette buone per qualche convegno alla moda. Si tratta di nuovi modi di pensare:  di entrare in un mondo più immaginifico della fantascienza, più rapido del pensiero creativo. Abbiamo pensato il futuro come il punto di arrivo di una linea di pensiero. E invece il futuro è un reticolo complesso dove il guardare a domani non è il raggungere un luogo davanti a noi, ma spostarsi di lato, vedere altrove, capovolgere quello che si osserva.

Non ci riesce quasi nessuno. I futurologi, tanto di moda qualche anno fa, hanno sbagliato su tutto. Quelli che si sono riempiti di parole come innovazione e startapp sono dentro i luoghi comuni di questi anni. Ma questo dipende da uno scollamento tra il nostro modo di ragionare e il nostro essere nel mondo.

Giuliana Bruno, è una studiosa napoletana che insegna al Department of Visual and Environmental Studies dell’Università di Harvard. Scrive saggi molto interessanti, pubblicati da piccolo editori (Johan & Levi). Il suo ultimo libro, scritto in inglese e poi tradotto in italiano, si intitola: Superfici.

Quando incroci pensieri come quelli di Giuliana Bruno hai come una scossa cognitiva, capisci che nel mormorio di banalità sul futuro, innovazione, modernità, ci sono persone che sanno regalarti un punto di vista che fa a meno di tutto questo. Viviamo dentro un mondo di superfici. La rivoluzione digitale è tutta nell’idea che conosciamo solo quello che tocchiamo, solo quello che sta sopra. La dinamica tra interno ed esterno è saltata completamente.

Per intenderci un uomo nato dentro la rivoluzione industriale impugnava la chiave inglese, si pensi alla celebre fotografia di Lewis Hine. La chiave inglese svitava i bulloni, apriva i congegni, li mostrava al suo interno. La rivoluzione industriale è sapere materiale: è il cofano del motore che si apre per riparare quello che c’è dentro. Mentre la rivoluzione digitale non prevede l’interno (se non per pochissimi), ma solo l’esterno. Il nostro smartphone obbedisce alle dita, il nostro televisore è sempre più sottile, la nostra automobile non mostra la sua tecnologia se non con comandi superficiali. Ma anche l’arte contemporanea è sempre più visiva e passa sempre più dagli schermi. Per non dire del cinema e della socialità permessa da tutti gli schermi della nostra vita.

Resta l’aptico, ovvero la percezione tattile, a tracciare una linea di demarcazione tra reale e virtuale. Ma bisogna arrivare a un nuovo virtuale, che la nostra mente non deve più interpretare come una copia fittizia, per quanto molto fedele alle volte, all’esistente. Bensì come un reale che non copia quello che già esiste, ma inventa quello che ancora non c’è.