È andata più o meno in questo modo. È come se i nostri genitori, i nostri fratelli maggiori, quelli che si sono occupati in modi diversi della nostra formazione avessero messo a punto negli anni una grande biblioteca di migliaia di volumi. Romanzi, saggi, volumi di arte, trattati di diritto, manuali di vario genere, e naturalmente enciclopedie e preziosi incunaboli, edizioni aldine, persino qualche codice miniato. Migliaia di volumi collocati in ordine, in un bellissimo edificio ultramoderno, e catalogati uno a uno e poi scannerizzati in modo da poterli consultare anche da un computer.

È un sapere culturale indispensabile che ha richiesto cura, denaro e attenzione. Solo che nell’accumulare tutti questi libri, nel riordinare questo sapere, ci si è dimenticati di insegnare a leggere a tutti quelli che ne dovranno usufruire. Tutti quelli che hanno la possibilità di consultare questa biblioteca non possono farlo semplicemente perché non distinguono una consonante da una vocale. Perché non sanno leggere i testi.

È quello che sta accadendo con i social. Quasi tutti ormai utilizzano i social ma quasi nessuno ha un’idea precisa di cosa siano. Perché si è molto trascurato un dettaglio, che dettaglio non è. La scrittura non è neutra. Le immagini non sono ininfluenti. I video hanno una grammatica. Le fotografie vanno lette per quello che sono. E le citazioni, il riportare video, foto e testi altrui ha un preciso significato.

Solo che questi significati non li capisce nessuno perché negli ultimi trent’anni abbiamo generato un popolo di analfabeti culturali che hanno soltanto una legge nella testa: essere popolari, godere di una fama, avere la possibilità di ottenere consenso. È un meccanismo un tempo tipico dei leader, dei conducador, dei populisti di tutto il mondo. E naturalmente dei divi popolari, degli attori di quel cinema che faceva sognare milioni di spettatori, per non dire degli archeiologici fotoromanzi, delle antiche soap opere, e oggi delle modernissime serie.

L’idea di piacere, di essere popolari, di avere seguito non è nuovissima. Ma come ormai si sa assai bene, i social hanno restuito vigore a questo tarlo. Lo hanno reso democratico, hanno compiuto il miracolo del populismo diffuso.

Oggi ognuno è il populista di se stesso. Non basta più ascoltare qualcuno che ci dice le cose che in politica o nella vita vorremmo sentire, ma ognuno di noi diventa pubblico e protagonista allo stesso tempo. L’autopopulista segue il pensiero dominante, e cerca di dominare con il pensiero qualcun altro che a sua volta fa esattamente la stessa cosa. Quando gli autopopulisti sono costretti a condividere la stessa orbita di pensiero accade di solito la rissa via social, via blog o via giornali. Ma di solito tutto resta abbastanza controllabile perché ognuno pensa a esprimere le opinioni sue, a mettere le foto che lo promuovono meglio, a fare della propria vita qualcosa di culturalmente reprensibile. Per dirla chiara.

Coloro che potrebbero usare i social in modo responsabile (come le pubblicità dell’alcol) riempiono i loro profili di fotografie con sguardo accattivante, e opinioni su qualsiasi cosa accada. Postano flussi emotivi improvvisi e incancellabili. Cavalcano megalomanie senza pari (genere: “vorrei dire al papa che non sono d’accordo…”) si fotografano troppo con un calice di vino in mano, si vantano di  ire fuori luogo, cedono a sdolcinamenti. Per non dire dei cacciatori di citazioni suggestive: ormai in raccolte facilmente consultabili per il web.

Ma il dramma è che tutto questo non lo fanno le persone comuni, che al massimo mettono la pizza con gli amici. Lo fanno le nuove classi dirigenti che nella loro formazione non si sono preoccupate di leggere di iconologia, di linguistica, o di semiotica: Saussure e Barthes, Genette e Roberto Longhi. Dunque nella voglia spasmodica di crearsi una reputazione, non fanno altro che rovinarsela. A loro insaputa, ovviamente.

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