Potremmo chiamarlo tempo narcisistico del nuovo sottoproletariato culturale. È una modalità della giornata che ha a che fare con il modo in cui poniamo noi stessi davanti agli altri. I social dicono chi siamo perché noi diciamo ai social quello che riteniamo fondante, importante, perché il mondo esterno possa capirci. Viviamo in un sistema dove conta pubblicare, rendere pubblico, ma senza alcuna percezione e capacità di capire quello che si sta facendo. Perché dopo anni di annichilimento se non disprezzo della cultura umanistica e classica è stato dato in mano a una massa vera e propria, a un quarto stato moderno, uno strumento che ha bisogno disperatamente di una serie di nozioni e di conoscenze culturali si ritenevano inutili e da dimenticare.

Dopo aver raccontato per anni che la passione per l’arte era un passatempo per ragazze di buona famiglia dall’animo delicato, la poesia una merce per sfaccendati con il pallino di vedere grazia e bellezza nelle parole e nei sentimenti, la letteratura una fissazione di gente pronta a non vivere nella realtà, la filosofia una disciplina per gente che non solo non aveva i piedi per terra, ma non sapeva neppure cosa mai fosse il terreno dove poggiarli. E gli architetti dei matti che pensano edifici poco concreti, e gli attori, i registi, i teatranti, dei guitti e saltimbanchi che passano le notti in bianco e si svegliano tardi la mattina.

Dopo aver mostrato il mondo come un’opportunità solo per i mestieri concreti, quelli che contano davvero, accrescono il pil e rendono solido un paese, sono arrivati un po’ di giovani scapestrati, a cominciare da Mark Zuckerberg per continuare con Steve Jobs e via dicendo: tutta gente che di concreto nella vita non aveva mai immaginato nulla. E hanno consegnato un kit in ogni casa dove esisteva un computer, un collegamento di rete, uno smarphone, dicendo: entrate nei social, fotografatevi, raccontatevi, inventatevi qualcosa.

Solo che per farsi un selfie serve conoscere qualcosa di storia dell’arte e iconologia, per scrivere sui social sarebbe meglio non ignorare Saussure, come d’altronde sarebbe necessario sapere qualcosa di ermeneutica se postate un commento che vi piace e non sapete esattamente il perché. Ed è utile avere coscienza che non si può prescindere da Shakespeare o Dostoevskij quando cominciate a raccontare le vostre passioni, che siano nitide o che siano fosche, e che se volete essere seduttivi e interessanti, e farlo in una maniera equilibrata, non dovete dimenticare che Caravaggio non va preso troppo alla lettera, per non dire del manierismo.

E non c’è da storcere la bocca davanti alla retorica antica: non è soltanto una perdita di tempo che vi intralcia la partita a golf, il bridge al circolo o una cena in un ristorante stellato con gli amici. Perché se non si sa nulla di retorica tornando dalla cena e confortati da una buona bottiglia di Amarone si postano sdolcinature esagerate e incontrollate.

Questo grande mondo dove tutto è pubblicabile prima ancora di essere pubblico, è diventato un campo di segale, direbbe Salinger, che termina con un burrone,  e il rischio di precipitare è assai alto. Dove ogni selfie, ogni postura, ogni sguardo rivela molte cose, come rivelano molte cose i post isterici sulla politica o sulla cronaca, le poesie citate e attribuite erroneamente a poeti che mai le avrebbero scritte, le narrazioni del mondo di cui si potrebbe fare a meno. Ogni azione sul web e sui social è un sistema culturale da riconoscere, ma che in troppi ormai ignorano.

Questo nuovo mondo ha generato passo dopo passo, post dopo post, un nuovo sottoproletariato culturale fondato sulla precarietà narcisistica e sul disorientamento. L’imbarazzo è nel capire che l’analfabetismo non è soltanto quello di sbagliare un congiuntivo, è anche quello di non saper declinare i tempi e i verbi della nostra cultura e della nostra storia.

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