Nel mondo antico gli uomini si muovevano assai poco, e immaginavano moltissimo. Nel medioevo non mancavano i viaggiatori e tantomeno gli esploratori, ma la maggior parte delle persone viveva l’intera vita in uno spazio minimo, talvolta di pochissimi chilometri, e tutto quello che veniva a sapere gli veniva raccontato, oppure, se era in grado, lo leggeva sui libri. Il medioevo, ma anche l’età moderna, sono luoghi, prima che epoche. Sono costellazioni isolate una dall’altra dove solo ogni tanto, per un caso, per una bizzarria, arrivavano informazioni dal mondo. Informazioni portate da qualche viandante, da un soldato, da qualcuno che era partito e poi tornato. Ma erano notizie per lo più inservibili, perché di fatto troppo vaghe, leggendarie, poco comprensibili.

Però quel mondo era anche un mondo pieno di immaginazione. Non era da tutti, se non ti chiamavi Marco Polo, raggiungere luoghi lontani, ma era da tutti, o forse da molti, sfogliare bestiari, o atlanti immaginari, dove erano segnati luoghi e terre mai esistiti, dalle forme più strane, mappe inverosimili nelle quali riuscire a muoversi. Il mondo del passato, anche del passato recente, era un mondo di storie fantasiose e vertiginose che però avevano una loro compiutezza, o meglio una loro finitezza. Gli atlanti contenevano 100 terre esistite e mai esistite, ma non 101. I bestiari altrettanto, il pensiero era abituato a sapere che i libri avevano un certo numero di pagine, così come le immagini, che erano quelle che si potevano vedere nelle chiese. In epoca recente, con l’invenzione dei giornali e l’avvento dell’informazione, accadeva all’incirca la stessa cosa. Quando si voleva dire di qualcuno meticoloso e rigoroso si portava ad esempio la sua tenacia nel leggere tutto il quotidiano dalla prima all’ultima pagine, dove di solito venivano stampati gli annunci mortuari. Riga per riga, pagina dopo pagina si poteva leggere tutto. E riga per riga e pagina dopo pagina si sfogliavano i romanzi o i trattati. E c’erano i matti che cercavano di imparare le enciclopedie a memoria, o tenevano a mente i nomi delle città o dei laghi e dei fiumi stampati sugli atlanti.

In quel mondo finito, l’immaginare l’altrove aveva una sua logica. Esistevano terre lontane e irraggiungibili, però stavano comunque dentro i libri, esistavano moltissime notizie, anche troppe, ma finivano tutte alla pagina 24 del giornale. Si sapeva del mondo, ma nel tempo chiuso di un notiziario. E quello che stava fuori dai libri, dalle opere pittoriche e dagli affreschi, dai bestiari dagli atlanti, dai quotidiani e giornali radio e dai telegiornali, non c’era, non serviva, non era necessario.

Una vecchia canzone dell’inizio degli anni Sessanta si intitolava appunto Il mare nel cassetto. Tutto era perimetrabile, anche quello che per definizione sfiora l’infinito.

L’era del web ha capovolto questa idea. Non c’è nulla che finisca veramente, le informazioni girano continuamente, spesso sempre le stesse e ti danno la sensazione che non si compiano mai. Il vecchietto pignolo non può leggere un giornale dalla prima all’ultima pagina, perché non basterebbe, e dovrebbe continuare sul sito web della testata, le informazioni hanno una circolarità che impedisce di mettere la parola fine a quello che possiamo e vogliamo sapere. L’idea di ripetersi non è più un errore concettuale, ma una necessità dei contenitori, che non si riempiono mai e hanno bisogno di sommare idee, scrittura, immagini ed esperienze perché sennò vivremmo in un vuoto insopportabile.

La tragica fatalità ha voluto che molti divi della musica siano morti nel 2016. È stato uno stillicidio di giornali, televisioni, programmi radiofonici, che davano sempre lo stesso elenco, legando assieme destini e storie che avevano solo un punto in comune: che era scomparsa gente importante che suonava e cantava. Ci dicono che siamo dentro un universo di possibilità che non ha fine, ma ci sentiamo dentro un mondo piccolissimo dove nulla è immaginario e tutto è ripetuto fino allo sfinimento. E più sappiamo quello che accade, più quello che accade ci viene detto come non lo avessimo mai sentito.

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