È probabile che la serie di Paolo Sorrentino The Young Pope diventerà un traguardo fondamentale per molti. Perché in quella serie ci sono alcune cose che hanno a che fare con le nostre vite smaterializzate, con le nostre identità digitali e con le nostre solitudini da social network. In quella serie il primo degli elementi di cui tenere conto non è tanto l’idea che possa salire al soglio pontificio un papa giovane e bello. Ma è che i valori della contemporaneità, ovvero la giovinezza, la bellezza, il carisma, persino l’opulenza e la ricchezza, non sono liquidi, sono fisici, sono dentro un luogo chiuso, dentro le mura vaticane, che diventano l’ultimo dei luoghi, o se preferite: il luogo dei luoghi.

La serie di Sorrentino è la risposta allo smarrimento contemporaneo nella rete, nel web. La sua ossessione per i chiostri, per i luoghi protetti, per i rituali, per le radici, per la spiritualità è diventata un evento per un mondo di spettatori che non hanno più luoghi, che non sono più da nessuna parte, e al tempo stesso sono dappertutto. E che parlano di riti collettivi per qualsiasi cosa venga condivisa nel mondo, ma poi i riti finiscono per essere solo una connessione virtuale. Un mondo dove il corpo non c’è, non c’è la carne, non c’è la fisicità della materia, perché la carne, il corpo, la materia sono ormai soltanto estetica e narcisismo.

Il grande antropologo René Girard diceva che il sacro era un modo per l’umanità di nascondere la violenza originaria. Attraverso il sacro e la religione il genere umano cela la sua brutalità, la sua violenza, e la media attraverso il sacrificio. Rendendo così più tollerabile il nostro stare su questa terra. La religione nasconde nel sacro quella violenza che la società non potrebbe sopportare se la riconoscesse come tipica della natura umana.

Le teorie di Girard sono dibattute in tutto il mondo. E le sue lezioni a Stanford erano leggendarie. Ma il sacro, che Sorrentino mette in scena nella sua serie destinata a tutto il mondo, ha bisogno di qualcosa che Girard forse ignorava. Di riportare nella fisicità dei luoghi proprio quel sacro, di renderlo materiale. Per questo il papa di Sorrentino fuma, il papa ha un corpo, il papa fa continui riferimenti alla sensualità e alla bellezza. Quel papa è dentro i luoghi fisici, e non è mai con la folla. Quella folla che ormai siamo abituati a pensare come il popolo del web. Quella folla di cui facciamo parte e non sopportiamo, perché è una folla senza sacro, senza riti, senza luoghi, senza altrove dove poter essere.

È di pochi giorni fa la notizia, forse l’ennesima, che si può sparire dal web. Con un tasto si possono cancellare tutti i nostri account che abbiamo sparso nell’iperuranio della rete: parlo dei social in cui non ci riconosciamo più, delle iscrizioni a mail che non utilizziamo da anni. Come satelliti lasciati al loro destino nello spazio dell’universo, andiamo a cercare relitti di noi e li distruggiamo con un pulsante che si chiama Deseat.me ed è stato creato da due sviluppatori svedesi: Willie Dahlbo e Linus Unneback.

Il pulsante Deseat.me non è riprendersi la propria identità, non è tornare a quello che siamo davvero. Ma è l’illusione che possiamo restare qualcosa anche se il nostro mondo non ci permette più di sentire la terra sotto i piedi. Il nostro mondo ha talmente tanti luoghi condivisi da non averne più nessuno. Distruggeremo tutti i nostri account, spariremo dal web con un solo pulsante. Poi ci chiederemo dove sono finiti tutti gli altri. Tutti quelli che avranno fatto la stessa cosa. E ora felici di non esserci non sapranno più dove andare.

Le mura vaticane sono alte e protettive. I luoghi di meditazione sono spesso monasteri chiusi e isolati o chiostri nascosti al mondo. Non sono aperti. Non sono impalpabili. Sono incenso e pietra, ombre e vetrate. Sono i corpi che abbiamo dimenticato. Sono questo futuro liquido che non ci permette di riconoscerci davvero.

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