C’è un nesso tra il risorgere dei populismi nel mondo e la cultura del web e della rete? Molti ne sono convinti perché la rete incoraggia e permette a tutti di esprimersi su qualsiasi argomento; il web dà la sensazione che il sapere sia accessibile e ci porti a conoscere i problemi con facilità. Inoltre il popolo della rete è composto da gente che portando i loro umori, le loro rabbie, il loro senso di ingiustizia in un luogo condiviso contribuisce a rendere più vero il sentire comune. Gli umori dei popoli sono canalizzati, riordinati persino, sminuzzati e infine trasformati in campagne politiche, movimenti più o meno qualunquisti, eleggendo anche sorprendenti presidenti degli Stati Uniti.

È abbastanza vero che la potenza della rete genera tutto questo. Ma non è una lettura sufficiente perché spiega soltanto una parte del problema. Il risorgere dei populismi, la vittoria di Donald Trump, il futuro di un mondo dove tutto è molto più netto, molto più estremo, l’idea che i distinguo e le argomentazioni siano materia per gente che cerca di fregarti, per intenderci, perché la verità è semplice, e la verità ha fretta, perché la purezza non può attendere, sono il punto di arrivo di un processo culturale inedito. E il web e i social sono causa e conseguenza di tutto questo.

Per capire cosa stia accadendo è opportuno scomodare un grande pittore vissuto nel Quattrocento. Parlo di Piero della Francesca. Piero è il padre della pittura ma anche dell’architettura dei secoli successivi. Non solo ha influenzato la pittura fiamminga e persino, attraverso il modo di utilizzare la luce, Caravaggio, ma è stato un vero innovatore culturale. L’uso della geometria, il rigore della prospettiva, la sua passione per le arti matematiche, la sua attenzione ai distinguo, il suo modo di ripensare tutta l’iconografia visiva e pittorica ha cambiato l’età moderna, sancendo un principio fondamentale: è la prospettiva a misurare le cose del mondo, a dare ritmo, a farsi sintesi della nostra capacità di leggere gli eventi, la storia, la cultura del tempo. Questo sappiamo di Piero, da quando Roberto Longhi scrisse un saggio importantissimo su di lui nel 1927.

Invece il web non è prospettico. Il web non conosce Piero della Francesca. Il web è alto medioevo. Non c’è prospettiva, non c’è una gerarchia culturale, non esistono proporzioni diverse tra le cose. Sul web non esiste una via intermedia tra il confine lasciato aperto tra Messico e Stati Uniti, e un muro inviolabile di qualche migliaia di chilometri. Il web non sa leggere i distinguo perché porta tutto in superficie senza dare proporzioni alle cose. Non permette di calcolare l’importanza. Rende importante tutto. E naturalmente non permette di calcolare l’irrilevanza. L’irrilevanza assume rilevanza nel momento in cui diventa visibile nel quadro generale delle cose.

Per cui i nuovi populismi trovano nel mondo della rete una risorsa straordinaria. Ogni cosa manifestata, parafrasando San Paolo, è importante. Ogni cosa assume senso perché c’è, è presente, fa parte della composizione pittorica. Tutti ricevono la stessa luce, tutti hanno le medesime proporzioni, che poi proporzioni non sono.

Questo modernissimo medioevo non sa leggere le terre di mezzo, le zone intermedie, le ombre vaghe. Vede solo la luce dorata dei mosaici di Ravenna, dove tutto è didascalico e certo non trovano posto le regole di Piero della Francesca. Ed è per questo che il populismo è straordinariamente complottista. Perché dietro il visibile non c’è un mondo via via sempre più lontano, ma leggibile per gradi: c’è la notte, il buio, il mistero; dunque il segreto, il retroscena, l’inganno. E anche se sono state inventate le immagini in 3D cambia poco. Il 3D è un gioco, la prospettiva invece è una filosofia. In mezzo ci stiamo noi: ortogonali, piatti come i nostri schermi, e piatti come le nuove idee di questo tempo che ci è dato di vivere. Finiti in un mondo antico, tornati tolemaici, con buona pace di Copernico.

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