L’Ottocento fu certamente il secolo del progresso, della scienza e della ricerca. Furono decenni di grande fermento, in cui si formò e stabilizzò la società borghese. Fu il secolo del positivismo. Probabilmente tutte le invenzioni e innovazioni basilari dell’umanità sono di quegli anni: dalla medicina alla tecnologia, all’industria moderna, alla comunicazione e i trasporti, alla nascita delle identità nazionali. Anche per l’arte e la letteratura fu un periodo estremamente vitale e importante. Eppure proprio l’Ottocento è un periodo che ha un lato oscuro. Mai come in quel secolo proliferavano sette, esoterismi, spiritisti, teosofi, e seguaci di discipline irrazionali in ogni parte d’Europa.

Sembra sia una forma di compensazione, di contrappasso, la limpida ragione genera un mondo capovolto che è sempre un mondo reazionario dove impera l’arcaico, l’antico, e quella che chiamiamo genericamente: la tradizione.

Questo doppio binario esiste anche nei nostri tempi, dove esoterismo e irrazionalità convivono con la nostra modernità. Ma siccome tutto è più visibile, la diffidenza è più palpabile e il livello culturale in genere porta a una credulità minore, nel Novecento quel mondo sommerso è diventato un’altra cosa. È diventato un tipo di reazionarismo leggermente diverso. Basato tutto sulle categorie e il rispetto delle tradizioni.

Gli ultimi vent’anni hanno visto una rivoluzione copernicana non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche nel modo di pensare, di vivere, di immaginare. La rete di Internet è paragonabile, per certi versi all’invenzione della ruota. Come la ruota il Web porta tutti ovunque, permette connessioni, ci mostra il mondo, e mostra noi stessi nel mondo. Più questo procede bruciando le tappe e più il rovescio della medaglia si fa più nitido. Non è più quello dell’Ottocento oscuro e un po’ grottesco, ma si ostina a difendere punti fermi, a consolidare ancor di più vecchie regole: è il decidere che le priorità sono conservare, ma soprattutto tutelare, tutto quello che è vecchio rispetto alla grande confusione dei nuovi paradigmi contemporanei.

Il vento della modernità è così forte e imprevedibile che non ci si può più permettere – per utilizzare un paradosso – di essere troppo moderni. La potenza comunicativa e culturale dei nuovi mezzi ci porta ad arrancare e a mettere trincee e sacchi di sabbia simbolici sul nostro cammino per proteggerci dal diluvio prossimo venturo. Questo genera società conservatrici e diffidenti, paura verso l’ignoto, un po’ come si ha paura quando si viaggia su un’automobile a grande velocità. Questo impone di cristallizzare e cementare tutto quello che è stato. Anche se poi a parole sono tutti per l’innovazione e per il futuro.

È curioso che mentre la scienza e la tecnologia, la fisica come la robotica, procedono, innovano e ricevono riconoscimenti condivisi da tutti, proprio le arti, che nel passato erano innovative e d’avanguardia, quando non rivoluzionarie, siano oggi un giacimento assolutamente reazionario, ripetitivo, gelido e rigido. Parlo di letterati ma anche di artisti, parlo di un mondo che ha preso a difendersi quando dovrebbe fare il contrario. L’esempio più lampante è il conferimento del Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan. Molti scrittori, autorevoli e noti in tutto il mondo, hanno criticato questa scelta dicendo che i testi di Dylan non sono letteratura. Dimenticando che lo sono così tanto da far sì che il signor Robert Allen Zimmerman cambiò il suo cognome in Dylan proprio in omaggio a Dylan Thomas, uno che il Nobel lo avrebbe meritato, dando un segnale chiarissimo sulla letterarietà e poeticità del suo lavoro. Eppure questo Nobel a Dylan oggi ha generato diffidenza perché nell’era del web, della libertà di comunicazione globale ci si chiude, ci si appella alla tradizione, ai saperi poetici di un tempo. Dimenticando che un poeta indiscutibile come Ezra Pound era assai più rivoluzionario e più lontano da certa letteratura nei suoi Cantos, di quanto lo sia oggi il cantante Bob Dylan.

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