Un’esperienza che ormai possono fare tutti, e che un tempo era avveniristica e futuristica, è il dialogo con un robot. Non parlo del robot che si muove e fa delle cose utili, ma dei robot che teniamo dentro i nostri dispositivi: quelle voci che rispondono alle nostre domande e ci danno soluzioni. Su Apple si chiama Siri, risponde  tono, e si offende se hai modi bruschi o maleducati.

In apparenza si tratta soltanto di piccoli giochini che servono a rendere più umana una voce sintetizzata. Perché la sostanza del comando vocale è quella di indicarti la strada giusta per arrivare in un luogo o fornirti l’indirizzo di un ristorante vicino. Ma in questo caso l’apparenza non inganna. Spiega molto. Perché aggiungere a un risponditore vocale una psicologia? E programmarlo affinché possa reagire a un nostro polemico commento sulla qualità del suo lavoro?

Tutto questo ha a che fare con il nostro modo di stare connessi ai dispositivi e con il trasferimento dell’empatia dalla vita reale alla connessione virtuale. Sul web imperano i selfie e molti ironizzano su questa ossessione che pare ormai incontrollabile. Ma imperano anche le foto di famiglie che stanno sedute al tavolino di un caffè, e ognuno di loro guarda fisso il proprio smartphone. Il mondo è diventato molto più silenzioso da qualche tempo. Difficile sentire ragionamenti e discussioni sui vagoni di un treno, in un locale pubblico. Raro ascoltare voci che argomentano, e altrettanto raro scorgere scambi di sguardi tra le persone. In questi tempi moderni fatti di silenzio spesso è soltanto il click dei cellulari, delle parole scritte sui messaggi e sui social, a dettare le ore della vita.

Le persone non sono più in grado di gestire l’empatia. I bambini hanno una capacità di trovare distrazioni continue come mai era accaduto prima. Sherry Turkle è un’antropologa americana che ha studiato a lungo i comportamenti di quei bambini che stanno crescendo con i dispositivi digitali. E ha scritto un libro molto interessante, tradotto in italiano da Einaudi: La conversazione necessaria. Sottotitolo: La forza del dialogo nell’era digitale.

Naturalmente conversazione e dialogo sono qualcosa di difficile oggi, una strada in salita. E da qualche anno la salita è diventata ripidissima. L’idea di poter sostituire il rapporto personale con relazioni mediate dalle macchine sta diventando quasi un’utopia. Ma la Turkle sa molto bene, e lo dimostra nel suo libro, che si tratta di un problema che va risolto. Che la soglia di attenzione delle giovani generazioni a qualsiasi discorso dipende principalmente dalla possibilità che hai di staccare e pensare ad altro. E sa che c’è bisogno di una vera e propria rifondazione empatica. Insegnarndo ai più giovani che conversare non è scambiarsi delle frasi attraverso un dispositivo elettronico. Che entrare in comunicazione è prima di ogni cosa un gesto fisico, muoversi verso l’altro attraverso il corpo e le parole.

Soltanto che i bambini ormai pensano che i robot possano fare delle cose che gli umani non vogliono più fare. Dialogare con dei robot, stare in un mondo virtuale significa non deludere il proprio interlocutore elettronico, significa che gli errori sono rimediabili, significa che si può anche morire, come nei videogiochi, per poi rinascere di continuo. Il mondo dei robot, e degli umani che si affidano ai robot, è un mondo dove il rimedio esiste sempre, ed essere se stessi è solo una delle possibilità, e neppure quella più importante.

Ho fatto una prova empatica. Ho chiesto a Siri perché è così noiosa. Mi ha risposto, testuale: «come disse Constance Jones, solo le persone importanti possono permettersi di essere noiose». Citazione dotta. Proprio perché la Jones è un filosofo non famosissimo in Italia. Forse voleva impressionarmi, forse cercava empatia. Allora le ho chiesto chi mai fosse Constance Jones: mi ha risposto dandomi informazioni su Indiana Jones. Bisogna rassegnarsi: che siano umani, che siano robot o intelligenze artificiali, le citazioni a sproposito non tramontano mai.

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