Le scuole montessoriane più osservanti hanno sempre fatto attenzione al ruolo delle saponette per lavarsi le mani. Un’attenzione che si è resa necessaria dopo l’invenzione del dispenser. Quella cosa per cui con un movimento dall’alto verso il basso, lineare, oserei dire ortogonale, puoi far scendere sulle mani del sapone liquido. La saponetta è un sistema analogico. Chiede le tre dimensioni, devi muoverla tra le mani e fare in modo che si sciolga il detergente. Il dispenser è lì: piatto e senza profondità. Naturalmente è molto più igienico, ma produce nei bambini una significativa perdita di manualità.

Il mondo digitale è pieno di dispenser e di saponette se ne trovano poche. Persino la cosa più semplice del mondo, quella che tutti fanno dalla notte dei tempi, ovvero scrivere, perde attraverso la tastiera una serie di caratteristiche. La prima ha a che fare con il modo di incidere sulla carta, la pressione del pennino, o della sfera della biro, il graffiare la pagina attraverso la punta della matita. Non si tratta solo di calligrafia, ma di movimenti nello spazio che hanno tre dimensioni, che sono orizzontali, verticali, ma vanno anche in profondità.

I curatori di mostre sanno bene che le opere da scegliere per un allestimento non possono essere decise attraverso il monitor di un computer. C’è bisogno di stampare in piccolo le riproduzioni e affiancarle, metterle in fila su un tavolo, e vedere se l’effetto visivo è quello giusto. Gli scrittori, di norma, hanno bisogno di stampare sulla carta e rileggere. Eppure i monitor, con gli anni, sono diventati nitidissimi, arrivano al 5k, permettono di leggere con eccellenti ingrandimenti, di vedere opere pittoriche o fotografie con una definizione strabiliante.

Ma non si stampa perché si vede meglio, si stampa perché il nostro mondo resta tridimensionale, per fortuna. E il bisogno delle tre dimensioni si fa sempre più pressante proprio nel momento in cui siamo costretti a perderle per molte ore della nostra giornata. Ovvero le ore che passiamo al computer, allo smartphone, davanti a un televisore, o a una macchina che comunica con noi attraverso un monitor o un display: dagli strumenti digitali per la microchirurgia ai pannelli del traffico ferroviario, per fare un esempio.

Ecco perché è un continuo ricercare la manualità attraverso la carta. I nostri movimenti non possono essere soltanto quelli piatti, simulati sullo schermo. I lettori di ebook hanno certo delle buone ragioni a scegliere il formato elettronico piuttosto che il cartaeo. I libri costano meno, i caratteri si ingrandiscono, il peso è irrilevante, tutte cose che sappiamo. Ma poi vivono sperduti in un testo in cui non sanno orientarsi: quante pagine mancano? Dove sono le pagine lette prima? Come faccio a guardare il libro attraverso la prospettiva che mi permette di vedere i segni lievi delle pagine? L’ebook è un vuoto testuale, tutto uguale, un universo nero dove le distanze, anche concettuali, sono impossibili da misurare.

Pochi giorni fa, passando per un paese del Salento, Corigliano d’Otranto, ho visto davanti a un negozio uno strano oggetto: era un distributore automatico di sigarette ma al suo interno aveva degli strani pacchetti colorati, non le solite marche. Ho messo le monete e ne ho comprato uno. Si chiamano “Canne pensanti”, dentro ci sono dei veri e propri filtri. Ma al posto del tabacco c’è un foglietto arrotolato, con passi delle Lettere a Lucilio di Seneca. Dieci sigarette: ognuna con una citazione. Mi hanno spiegato che è un’idea dell’ex sindaco del paese, Ada Fiore, che insegna filosofia nelle scuole e che si possono comprare tutti i pacchetti assieme e avere le lettere a Lucilio complete. È un’idea curiosa. Ha a che fare anche con i movimenti perduti. Ci vuole manualità per srotolare questi filtri. Forse sarebbe più facile scaricarsi un pdf di Seneca sul web. Ma qui c’è la carta, lo spazio e persino il tempo: c’è la saponetta contro il dispenser. Perché da quando lo spazio del web è diventato infinito il tempo del pensiero si è ristretto.

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