Siamo vittime del totalitarismo digitale

Tutto passa. Anche l’idea che per anni ha imperato:  quella che attribuiva alla rivoluzione digitale una importanza gigantesca, quella per cui i social network avrebbero cambiato la nostra vita. Tutti i teorici dei social hanno spiegato per anni che il mondo non sarebbe più stato uguale, che vivere le proprie vite non era più possibile in modo semplice, perché la mediazione del web sarebbe stata invasiva e disarmante.

Questo è accaduto, e in buona parte accade ancora, ma le cose stanno cambiando, e non è per niente detto che i social saranno davvero una leva indispensabile per vivere, produrre, capire e muoversi nel mondo. La regola dei social è in una formuletta semplicissima. Più si allarga il bacino di coloro che li utilizzano, più il sistema diventa idiota. E non perché il mondo sia fatto da ebeti, ma perché l’ebete non è mai sommerso, non scompare nel profondo mare della rete, affiora, si mostra, come le buste di plastica gettate in mare.

Ma tutto passa per un motivo ancora diverso. Non esistono sistemi che rendono intelligenti i cretini, e non esistono sistemi in rete che abituano le persone che stanno sui social a essere più sensate, a non ascoltare notizie che notizie non sono. Ma esistono quelle che potremmo definire delle destinazioni d’uso. Il grande mito del social come surrogato della vita, addirittura parte integrante di esistenze moderne che non si declinano soltanto nelle conoscenze reali, nelle poche strade che percorriamo ogni giorno per fare le cose necessarie alla nostra quotidianità, si sta sfaldando.

L’idea che il social sia un modo di aggiungere intensità a vite non proprio intense, o un modo di esprimere le proprie opinioni liberamente, quando un tempo non era possibile, insomma, una forma di modernità irrinunciabile, non è più credibile.

Intendiamoci, non è la vittoria dei luddisti del social, quelli che non ci stanno, che non lo vogliono, che li combattono, quelli che parlano solo con gli amici veri, condividono le proprie esistenze selezionando, quelli che preferiscono una stretta di mano sincera a un like, e se hanno qualcosa da dire, organizzano un covegno o una riunione. Loro sono una minoranza, degli hamish antisocial che fanno parte di una riserva indiana che conosciamo bene.

Parliamo dei nuovi diffidenti: ovvero persone che non hanno preconcetti, che su facebook operano e agiscono da anni, che hanno condiviso, hanno scritto, hanno polemizzato con sconosciuti, e qualche volta hanno finito per mettere in rete anche la foto del tinello di casa e della torta di compleanno del bambino. I nuovi diffidenti hanno intuito qualcosa di importante: non tanto che i social generano leggende metropolitane, sono inaffidabili, e rendono stupidi. Ma che i social si stanno trasformando in strumenti commerciali. Non sono fatti per contribuire, anche stoltamente, a rendere più ampio il respiro del mondo. Sono fatti per venderti qualcosa, per promuovere la tua azienda personale, quello che produci, e quello che vorresti produrre. E naturalmente sono fatti per vendere i tuoi dati personali e sensibili.

È un dato di fatto. Ma un negozio non è un circolo intellettuale, una chiesa, un consultorio psicologico. E il libero pensiero non è uno slogan pubblicitario. Un negozio vende prodotti. Anche se si tratta di prodotti importanti come quelli di una libreria o di una galleria d’arte. Questa ambiguità si sta sciogliendo una volta per tutti. L’ebete è ebete anche perché pensa di tenere discorsi alla nazione mentre si trova soltanto alla cassa di un grande magazzino.E senza neppure rendersene conto sta pagando qualcosa con la sua carta di credito. I luddisti rifiutano di vivere tutta la loro vita dentro un immenso grande magazzino. Mentre i nuovi diffidenti del social stanno cominciando a capire che il tempo della libertà non può essere soltanto il tempo dello shopping.

E il tempo della libertà coincide con la consapevolezza che la vera nuova schiavitù viene dal cosiddetto mobile. Dal portarseli in tasca i social, con tutte le notifiche del caso. La vera rivoluzione, una cattiva rivoluzione, un totalitarismo digitale inquietante, non è il web, non sono i social, non sono le informazioni che corrono per il mondo. E il vero pericolo non sono le fake news. Puoi difenderti dalle fake news perché si impara a discernere e distinguere. Ma non puoi difenderti da qualcosa che suona nella tua tasca, che ti avverte di continuo, che ti somministra testi, video e immagini senza darti tregua, senza che tu abbia pace, e soprattutto senza che tu lo voglia davvero, ovunque tu sia, in qualunque luogo del mondo. È questo il vero dramma, ed è da questo che dobbiamo cominciare a difenderci, prima che sia troppo tardi, da questo totalitarismo digitale e sociale che rischia di annientarci.