Tutto passa. Anche l’idea che per anni ha imperato:  quella che attribuiva alla rivoluzione digitale una importanza gigantesca, quella per cui i social network avrebbero cambiato la nostra vita. Tutti i teorici dei social hanno spiegato per anni che il mondo non sarebbe più stato uguale, che vivere le proprie vite non era più possibile in modo semplice, perché la mediazione del web sarebbe stata invasiva e disarmante.

Questo è accaduto, e in buona parte accade ancora, ma le cose stanno cambiando, e non è per niente detto che i social saranno davvero una leva indispensabile per vivere, produrre, capire e muoversi nel mondo. Nelle ultime settimane sono state molte le polemiche, in Italia, sul modo di affrontare il terremoto di Amatrice, sulle chiacchiere senza senso, sulle idiozie che attraverso i social si diffondevano in rete. Enrico Mentana ha persino coniato un neologismo efficace: il webete. Un idiota da rete che crede a tutto quello che legge, e soprattutto amplifica e diffonde.

Esiste, certo che esiste. E a essere sinceri esiste sempre di più. Perché la regola dei social è in una formuletta semplicissima. Più si allarga il bacino di coloro che li utilizzano, più il sistema diventa idiota. E non perché il mondo sia fatto da webeti, ma perché il webete non è mai sommerso, non scompare nel profondo mare della rete, affiora, si mostra, come le buste di plastica gettate in mare.

Ma tutto passa per un motivo ancora diverso. Non esistono sistemi che rendono intelligenti i cretini, e non esistono sistemi in rete che abituano le persone che stanno sui social a essere più sensate, a non ascoltare notizie che notizie non sono. Ma esistono quelle che potremmo definire delle destinazioni d’uso. Il grande mito del social come surrogato della vita, addirittura parte integrante di esistenze moderne che non si declinano soltanto nelle conoscenze reali, nelle poche strade che percorriamo ogni giorno per fare le cose necessarie alla nostra quotidianità, si sta sfaldando.

L’idea che il social sia un modo di aggiungere intensità a vite non proprio intense, o un modo di esprimere le proprie opinioni liberamente, quando un tempo non era possibile, insomma, una forma di modernità irrinunciabile, non è più credibile.

Intendiamoci, non è la vittoria dei luddisti del social, quelli che non ci stanno, che non lo vogliono, che li combattono, quelli che parlano solo con gli amici veri, condividono le proprie esistenze selezionando, quelli che preferiscono una stretta di mano sincera a un like, e se hanno qualcosa da dire, organizzano un covegno o una riunione. Loro sono una minoranza, degli hamish antisocial che fanno parte di una riserva indiana che conosciamo bene.

Parliamo dei nuovi diffidenti: ovvero persone che non hanno preconcetti, che su facebook operano e agiscono da anni, che hanno condiviso, hanno scritto, hanno polemizzato con sconosciuti, e qualche volta hanno finito per mettere in rete anche la foto del tinello di casa e della torta di compleanno del bambino. I nuovi diffidenti hanno intuito qualcosa di importante: non tanto che i social generano leggende metropolitane, sono inaffidabili, e rendono stupidi. Ma che i social si stanno trasformando in strumenti commerciali. Non sono fatti per contribuire, anche stoltamente, a rendere più ampio il respiro del mondo. Sono fatti per venderti qualcosa, per promuovere la tua azienda personale, quello che produci, e quello che vorresti produrre.

Non c’è nulla di male in questo. Ma un negozio non è un circolo intellettuale, una chiesa, un consultorio psicologico. E il libero pensiero non è uno slogan pubblicitario. Un negozio vende prodotti. Anche se si tratta di prodotti importanti come quelli di una libreria o di una galleria d’arte. Questa ambiguità si sta sciogliendo una volta per tutti. Il webete è webete anche perché pensa di tenere discorsi alla nazione alla cassa di un grande magazzino. Mentre si strisciano le carte di credito, e si espongono le merci. I luddisti rifiutano di comprarsi i prodotti dei grandi magazzini. Mentre i nuovi diffidenti del social stanno cominciando a capire che il tempo della libertà non può essere soltanto il tempo dello shopping. Con buona pace di tutti quelli che si illudono del contrario.

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