Ho un sacco di amici che ogni giorno sfidano il ridicolo senza neanche rendersene conto. Non parlo soltanto di quelli che sentenziano su mille argomenti di cui sanno poco, con frasi inequivocabili. O gente importante che si fa ancora i selfie come fossero un gesto simpatico da condividere. E non dico di quelli che fotografano piatti al ristorante, paesaggi incantati, e quant’altro. Queste sono abitudini dei social ormai consolidate, e nessuno ci fa più caso. Il nodo sono gli hashtag. Come tutti sanno gli hashtag sono delle parole chiave precedute dal simbolo del cancelletto, nient’altro che un aggregatore tematico. Servirebbe a orientare il mondo degli utenti, e permettere loro di leggere post o tweet su un argomento che interessa in particolar modo.

Sulla carta avrebbe una logica. Se avviene un fatto di cronaca rilevante, e ci interessa molto, possiamo andare a cercare gli aggiornamenti scrivendo l’hashtag e leggendo i post che si riferiscono a quel fatto. Twitter, che è un social amato moltissimo dai giornalisti, usa gli hashtag per qualsiasi cosa. Facebook assai meno, ma su Instagram sono usati in una maniera patologica.

Gli hashtag sono la dimostrazione del velleitarismo totale. Chi li usa ha una spasmodica voglia di raggiungere più pubblico possibile. E cosa fa? Siccome Instagram non ha limitazioni di spazio nei post, a ogni fotografia, che sia di una crema di bellezza come fanno le fashion blogger, che sia un libro, come fanno gli scrittori, che sia qualunque cosa, si aggiungono decine di hashtag che non hanno un senso, e che soprattutto nessuno cercherà mai.

Non è credibile che una persona sana di mente digiti sul suo smartphone l’hashtag #instamood oppure #verygoodtime. Perché lo dovrebbe fare? Per sapere quante persone in quel momento ritengono che sia un buon momento e lo comunicano? A cosa serve aggiungere a una fotografia parole come “beautiful”, “love” oppure “night”, precedute dal solito cancelletto? È il solito disperato tentativo di trasformare una narrazione, un racconto dei propri contenuti in qualcosa che ha a che fare con l’autopromozione, con l’ansia di raggiungere il maggior numero di persone, con la speranza di aumentare i follower perché quelli che contano hanno molti follower.

In realtà se si guarda con attenzione, hanno molti follower quelli che contano davvero (per dire, Obama o il papa) ma quelli che hanno soltanto molti follower non contano praticamente nulla. Le star di Instagram (e un tempo di Twitter) vantano seguaci contati a colpi di k: 25k vuol dire 25 mila. E funziona in questo modo perché hanno postato qualsiasi cosa, utilizzato hashtag di ogni tipo nel passato. Ma in realtà non hanno alcun peso, perché il numero di like è infinitamente basso rispetto al seguito che dovrebbero avere. Questo avviene perché gli utenti riconoscono perfettamente gli assetati di fama da social, e lo capiscono dal diluvio di hashtag unito a una continua autopromozione: di quello che si fa, di quello che si vuole vendere, dei propri contenuti.

Si potrebbe dire che il sistema dei social è più saggio dei suoi utenti. Qualche anno fa Daniel Victor, social media staff editor del New York Times, aveva previsto la fine di questa pratica dell’hashtag che finge di indicizzare e indirizzare, ma è solo un modo per catturare l’attenzione. Non siamo ancora a questo punto, ma si sta invertendo la tendenza: il diluvio di hashtag è ormai fuori luogo. In molti si sono accorti che non servono a niente, anzi sono un modo per sminuire e rendere persino ridicoli i propri contenuti. E in molti si sono accorti che non conta il numero dei follower ma la profilazione dei follower. Non quanti ti seguono, ma chi ti segue, e soprattutto perché? L’idea che gli hashtag catturino i contenuti del mondo è l’ultima ingenuità di questo mondo privo di contenuti. Dove tutti si promuovono e si vendono a un pubblico che ormai è indifferente e distratto.

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