Sta diventando un vero tormentone. Spesso e volentieri arrivano sulla casella di posta dei social offerte, secondo loro allettanti, sul come diventare popolari sui social: ovvero come aumentare il numero di follower, come avere persone che guardano le tue foto su Instagram, o leggono in tuoi post su Facebook. La nuova moda non è avere un profilo privato, ma una pagina pubblica. Non è condividere con pochi amici feste dei bambini e vacanze al mare, ma avere un proprio pubblico che obbedisce generalmente a regole binarie: mi piace, non mi piace. Il non mi piace è di fatto il silenzio, il mi piace è esprimibile con un click, con delle faccine allegre e con moltissime altre cose. Soprattutto con il numero di follower.

Ma è interessante capire come sia cambiata l’idea del pubblico in questi ultimi anni. Se mettiamo tutto assieme esce un quadro piuttosto spiazzante. Si cerca un pubblico per cercare un pubblico. Non ha molta importanza cosa si ha da offrire. È importante che qualcuno ci segua. Non perché predichiamo bene, scriviamo interessanti poesie, commentiamo la realtà in una maniera inedita. Non è questo. La fama oggi è costruita sulla non qualità, sull’assenza di talento. Non deve ingannare il fatto che i talent siano così diffusi e abbiano tutto questo successo. È una sorta di espiazione per giustificare un mondo che dell’assenza di talento ha fatto un credo.

Non è colpa dei frequentatori di social, di chi vuole essere famoso sul web, di chi posta selfie e fotografie per aumentare il numero di follower. Sono gli strumenti a generare questo. E a dettare le regole. Se provate a postare cose intelligenti e sofisticate, immagini non banali, pensieri interessanti, se provate a iniettare complessità nelle pagine di Facebook o di Instagram o anche di Twitter, troverete risposte assenti, o del tutto flebili. Non funziona. Non può funzionare.

Tutti sappiamo quanto Instagram sia importante, diventato in pochissimo tempo il secondo social più diffuso. Ma l’unico modo per aumentare i follower è avere poco più di 18 anni, essere donna, postare selfie a ripetizione, in pose ammiccanti. E poi trasformare tutto questo in un’attività vagamente redditizia, pubblicizzando il profumo, la borsa, l’orologio, e la t-shirt. Le chiamano fashion blogger. Un termine che con il tempo sta diventando un po’ grottesco e persino triste. Eccetto le poche che hanno un seguito e che hanno fatturati invidiabili, il resto sono persone che lo fanno per qualche spicciolo o per farsi regalare i prodotti.

Si potrebbe dire che è desolante. Ma è più desolante il pubblico. Fatto di persone che seguono soltanto queste cose. È desolante un pubblico smarrito che non sa cosa scegliere veramente. Eppure Facebook è pieno di pagine davvero interessanti. Intensissime. L’editore di Stile Libero Einaudi Severino Cesari, per fortuna molto seguito (ma assai meno dell’ultima fanciullina in bikini e orecchini etnici), tiene un diario bellissimo sulla sua grave malattia, sulle sue difficoltà fisiche, sui progressi delle cure, e anche sulle inevitabili cadute. È quasi una favola, con alberi che hanno dei nomi, con persone che lo aiutano, considerazioni sulla vita, dove trovi la sua intelligenza, la sua umanità e le sue solide letture. Consiglio a tutti di seguire la sua pagina di Facebook, è una scuola di vita, è un modo di raccontarsi facendo della propria esistenza un romanzo per tutti, un testo che ci appassiona, ci preoccupa e spesso ci consola.

Poi esci da queste straordinarie eccezioni e trovi il pubblico per tutti, trovi la banalità del tempo, trovi un mondo che non avendo grammatica, e non sapendo distinguere un pensiero vero da una frase qualunque e banale, si perde e si confonde. Instagram è pieno di grandi fotografi che postano e lavorano seriamente ma che hanno 300 follower. Ed è pieno di lolite da 100 mila follower che nessuno conosce.

Niente di nuovo sotto il sole, si dirà. E non è vero. Un tempo per il pubblico si costruivano ferrate per raggiungere vette difficili, si davano ganci buoni, corde a cui afferrarsi. Oggi, in questa pianura indistinta, nessuno rischia di cadere, ma non ci sono più luoghi dove andare.

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