Noi occidentali siamo abituati a un mondo dove la trasmissione del sapere, l’informazione, la cultura e la ricerca devono costare sempre meno. Perché non producono utili accettabili. Le informazioni vengono soprattutto dai Social Network. La ricerca è sempre una scommessa difficile, e anche i paesi che mostrano interesse e attenzione per la ricerca hanno il problema dei costi, del tempo, del know how. Siamo rassegnati a occuparci soltanto di quanto produce utili, e possibilmente utili consistenti. Per cui va bene l’arte e la cultura se sono veicoli forti di guadagno, va bene la tecnologia e la ricerca quando ha un’applicazione industriale quasi immediata. Il resto è internet. Noi occidentali viviamo negli agi e, potrebbe dire un polemista d’altri tempi, nelle mollezze di Facebook e Twitter. Dove tutto è gratis, dove tutto è approssimativo, dove nessuno studia, dove la parola ricerca è usata solo per i risultati di Google.

La sintesi di tutto questo è piuttosto desolante. Il sapere e la conoscenza non interessano più a nessuno. D’altronde i Social sono dei simulatori di conoscenza formidabili. E nessuno si accorge del danno di tutto questo.

Ma alcuni paesi se ne sono accorti benissimo. E da alcuni anni, per ragioni diverse, e non tutte propriamente nobili, stanno andando in direzione contraria. È di qualche giorno fa una notizia che interessa a prima vista poca gente, ma che è un segnale chiaro di quello che sta accadendo nel mondo. Esiste una multinazionale dell’editoria: la Thomson Reuters. La Thomson è proprietaria, tra le altre cose della rivista Web of Science.

Bene, la Thomson ha venduto alla Baring Private Equity Asia (BPEA) tutta la parte di editoria accademica e scientifica. La cassaforte di una buona fetta del sapere occidentale, per capirci. Il prezzo è proporzionato all’affare: a conti fatti 3,6 miliardi di dollari. La BPEA è un fondo di investimento. Base a Singapore. Ma è strategico per il mercato cinese, per l’India e per il Giappone. E probabilmente per la Russia.

Mentre l’Occidente non sa raccapezzarsi su come investire in sapere e in conoscenza, e delega l’informazione all’improvvisazione, i cinesi, gli indiani e persino i russi fanno una cosa diversa. Stanno lontani dai Social tradizionali e da Google (i cinesi perché li censurano), rifiutano le proposte di Mark Zuckerberg di assicurare connessioni per tutta l’India. Ma nello stesso tempo investono in sapere.

Il rifiuto del governo indiano del Facebook Free Basics, una piattaforma che avrebbe portato la connessione a circa 800 milioni di persone e assieme alla connessione un profilo Facebook, è stato uno smacco vero. Gli analisti di Facebook sanno benissimo che il 30 per cento dei loro prossimi utenti non potrebbe che venire dall’India. E non è solo l’India: anche la Cina ha propri accessi ovviamente, e persino i russi preferiscono il loro motore di ricerca Yandex al nostro Google.

Ma quei 3,6 miliardi di dollari alla Thomson è un segnale chiaro. Non basta un possibile predominio economico dell’Asia nei prossimi anni, ma serve un predominio sul sapere, ovvero: un predominio intellettuale. All’Asia, che cerca un ruolo mondiale serve quello che ai nostri manager e ai nostri governi sembra inutile e poco redditizio, se non vecchio e senza futuro.

La cultura occidentale, la scienza occidentale, hanno preso una direzione diversa: vanno a Oriente. Noi restiamo coi nostri buoni luoghi comuni, con i nostri Social a trastullarci tra un commento estemporaneo e una notizia farlocca. A immettere sapere e conoscenza a costo zero sul web, convinti che nessuno possa più permettersi il lusso di pagare le idee. E invece quel lusso è a Singapore, a Shangai, a New Delhi, forse anche a Mosca. Finiremo così: a imbottirci di video di YouTube e a navigare nel vuoto pneumatico dei Social. Convinti che possa bastare a renderci consapevoli, a darci conoscenza. Ma se non si comincia a invertire la tendenza ce ne pentiremo presto.

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