Gli scienziati dell’università della California lo chiamano ancora il caso AJ. Il vero nome di AJ era Jill Price. Jill ha la capacità di ricordare tutto della sua vita e di quello che è accaduto nel mondo da quando aveva 14 anni, ovvero dal 5 febbraio del 1980. Si chiama Ipertimesia (da iper, eccessivo, tymesis, ricordare) è una sindrome non certo frequente ma piuttosto conosciuta dal 2006. In questi dieci anni nel mondo sono stati registrati 21 casi. È qualcosa di tremendo avere una memoria eccezionale, poter tenere a mente ogni evento con cui vieni in contatto, non poter dimenticare nessun giorno della tua vita.

All’inizio in pochi ci credevano, sembrava più un trucco; una di quelle solite cose che si inventano dei medici bizzarri e che piacciono tanto ai media. Finché il dottor John McCaugh pubblicò uno studio sul caso AJ sulla rivista Neurocase. Svelando al mondo questa sindrome. Ed era tutto vero. Anche se ancora oggi nessuno sa esattamente perché accade questo. Poi, come spesso succede, la paternità di scoperte come questa viene contesa. I russi hanno detto che il primo caso fu osservato a Mosca nel 1965. Altri cercano storie analoghe precedenti al 2006. E come al solito quando mancano risposte scientifiche arriva in soccorso la grande letteratura. Un caso di Ipertimesia letteraria si ritrova in Jorge Luis Borges. In Finzioni, pubblicato nel 1944,  il grande scrittore argentino racconta di “Funes, il memorioso”. Un uomo la cui mente viene continuamente distrutta dai ricordi.

Il problema dei rari Ipertimesici è che non riescono a considerare il mondo, il presente, la realtà, se non come forma di conoscenza da archiviare. Non c’è un sapere presente vissuto in uno spazio e in un tempo che si ferma di quel tanto che serve. Ma è come se tutto fosse preda di un vento fortissimo che allontana le cose che ti passano vicino, permettendoti, attraverso una vista molto acuta, di non perdere niente di quello che è passato accanto a noi e di quello che si è visto.

Forse un giorno si dimostrerà, ed è una tesi che alcuni ricercatori considerano probabile, che il nostro cervello è sempre in grado di ricordare ogni cosa e ogni giorno della nostra vita. Ma attraverso un procedimento sano non ci permette di riutilizzare tutto, ma soltanto quello che ci è utile a vivere in una maniera normale. Poi saranno i sogni, la meditazione e quant’altro a risvegliare ricordi che nessuno cancella, ma che non sono ritrovabili.

In realtà tutto questo ha delle analogie fortissime con le memorie digitali. Quando un hard disk si rovina, quando cancelliamo qualcosa dal nostro computer per errore andiamo dai tecnici che ti spiegano che non si cancella mai niente, ma al massimo si spostano parti di memoria digitali in ripartizioni inaccessibili. Semmai piuttosto che cancellare, si finisce per sovrascrivere, che è un’altra cosa. La nostra mente sovrascrive molte cose, e in questo modo cancella ricordi che non servono e che non si vuole rendere utilizzabili: per inutilità come per dolore.

Tra questi ricordi lontani però c’è tutto un mondo che i più adulti hanno frequentato e che stentano ormai a mettere a fuoco. Non è un mondo fisico, è un mondo digitale. Non sono luoghi geografici, paesaggi o città, sono luoghi del web: ovvero siti internet, domini e indirizzi ancora attivi che un tempo erano molto diversi, percorsi di sistemi operativi con cui eravamo in confindenza e sono finiti chissà dove. Si tratta di vent’anni e più di web, di grafiche antiche, di parole che sembravano irrecuperabili e che ora possono tornare.

Un’associazione no profit, la Internet Archive, ha inventato “Way Back Machine” raccogliendo e mettendo online 491 bilioni di pagine web. Basta digitare un indirizzo web e il sistema ti permette di muoverti nel tempo, e vedere cosa esisteva nel passato e come era fatto. Questa Ipertimesia digitale è meno grave: non ti permette di dimenticare nulla, ma la fermi quando vuoi. E sarebbe la cosa migliore. In fondo i ricordi più vaghi e frammentari sono quelli a cui ci affezioniamo di più.

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