L’applicazione Whatsapp ha ormai una diffusione universale. Funziona bene, ha una grafica gradevole, e soprattutto mandare messaggi non costa nulla. Molti hanno però qualche dubbio sul far sapere quando il messaggio viene letto, a che ora, e fino a che punto della notte li mandiamo. Come tutti sanno, è possibile eliminare questa opzione, impedendo agli altri di conoscere le nostre abitudini e il modo in cui usiamo il web attraverso il nostro smartphone. Ma questi sono metadati che in ogni caso rimangono a disposizione ai gestori dei social, dei blog e a chi ci fornisce questi servizi. Chi ci permette  gratuitamente di usare Whatsapp, il nostro profilo Facebook, Instagram o Twitter, o la piattaforma WordPress per scrivere i blog, sa sempre quando scriviamo, a che ora, per quanto tempo.

È grave? Forse grave no, certo è fastidioso. Come è fastidioso lasciare tracce dei luoghi che frequentiamo attraverso i sistemi di geolocalizzazione che permettono di sapere non soltanto a che ora si è postata una fotografia, ma anche da quale luogo. Ed è ancora più fastidioso far sapere a Google o a Facebook quali siti frequentiamo, quali fotografie ci piacciono (Instagram ci mostra fotografie sempre simili a quelle che apprezziamo con un like), quale musica ascoltiamo, e quali viaggi vogliamo fare.

Sono anni che si dibatte su questo, ma lo si fa come fosse una cosa accessoria, lontana. Se io non uso tutte queste diavolerie tecniche nessuno può infastidirmi con consigli su cosa comprare, con offerte di vario tipo, e nessuno può intercettare i miei movimenti e sapere quando scrivo e come mi muovo. Ma in realtà non è possibile evitarlo, perché il mondo ha sempre più bisogno delle applicazioni, e siamo dentro un sistema progettato per sapere più cose possibili di quello che facciamo.

Non è un film di fantascienza, non si tratta di un controllo individuale inquietante. È un controllo collettivo, apparentemente meno terrorizzante. Si tratta di capire come renderci tutti attivi 24 ore su 24: attivi sulla rete, attivi sui social, in grado di non staccare mai, di leggere ogni notifica che arriva, ogni commento aggiunto, di sapere che c’è un mondo che non stacca l’interruttore. Poi non ha importanza sapere chi, individualmente, ha l’interruttore acceso, e chi sente i suoni carini che produce il suo smartphone anche di notte quando a qualcuno viene in mente di mandare un like, un messaggio, un allegato, con l’idea che sarà forse letto l’indomani, ma senza rendersi conto che verrà registrato la notte stessa.

È importante restare accesi, è importante che i flussi di informazione non si interrompano. È importante non riposare. E non per diventare degli stakanovisti del lavoro, non per una passione che brucia più della stanchezza, perché si deve portare a termine un progetto a cui si tiene molto. La distinzione lavoro/riposo  non ha più motivo di essere nel mondo digitale. C’è il lavoro e c’è il non lavoro, non c’è mai il riposo. Ovvero la possibilità di non esserci, di non restare accesi. E se questa possibilità è contemplata, la è in una forma provocatoria e paradossale. Genere: ha fatto l’esperimento di stare senza internet per una settimana, e lo racconterà in un articolo. Un atto eroico, difficile, quanto la scalata di una parete impervia.

In questa zona grigia che avvolge tutte le nostre vite connesse non esiste più la normalità del riposo, delle città che un tempo si spegnevano, dello staccare, non come un gesto di grande coraggio ma come un’alternanza naturale. L’aver tolto al lavoro il suo recinto, la sua scena naturale, rendendolo ambiguo, delocalizzato, presente dove non dovrebbe, possibile anche quando sarebbe impossibile, è una della grandi trappole di questo nuovo mondo dominato dagli algoritmi. Un mondo che sa tutto di quello che facciamo, e niente di quello che siamo veramente.

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