Ho avuto un’infanzia di letture incoerenti; con libri presi dalla biblioteca di casa che potevano essere un romanzo di Hemingway, una enciclopedia per bambini, o persino, ma solo a sfogliarli per curiosità, il libri di medicina di mio padre. Tra questi libri ce n’era uno che mi piaceva molto, si intitolava: Trattato di semeiotica medica. Cosa fosse la semeiotica (termine utilizzato in medicina) o meglio la semiotica lo avrei capito qualche anno dopo. Ma l’idea che il sintomo fosse un segno, un elemento da cui partire, per aggiungere altri segni e arrivare a una conclusione diagnostica aveva qualcosa di molto attraente.

Nella semeiotica medica, ovvero la scienza dei sintomi per curare gli essere viventi, c’era tutta una mitologia del mestiere di Ippocrate che aveva un suo fondamento e che riguarda i diagnostici. Mio padre era del 1921, quindi era un medico di una generazione che non aveva certo strumenti, analisi e macchine come quelle di oggi. Per cui si trattava di capire, di mettere assieme, di non trascurare dettagli minimi. Ogni tanto mi spiegava come da un sintomo piccolo, unito a qualcosa invece di più concreto, si potesse arrivare a una conclusione che neppure certi metodi diagnostici sofisticati erano in grado in quel tempo di mettere a punto.

Poi è arrivato il dottor House, che era lo Sherlock Holmes della medicina. L’uomo che, neanche dotato di camice ma solo del suo cervello, era in grado di sbaragliare tutti i  colleghi arrivando a soluzioni inaspettate per malattie rarissime e decisamente improbabili. Ma piaceva perché era semplicemente uno spostamento della semiotica e dell’ermeneutica in un campo diverso.

Il mondo va pazzo per i segni. Generalmente li interpreta malissimo e predilige le teorie del complotto, altre volte gli servono per capire le logiche mentali del commissario Montalbano, altre ancora per seguire House nelle sue grandi capacità.

Oggi è un po’ diverso, e medici come House, o più semplicemente come mio padre, sono un po’ perduti. Il livello di precisione di macchine e di analisi è tale che non c’è bisogno di immaginare, ipotizzare, provare, e anche persino sbagliare. Ma Google Medicina, servizio attivo per ora solo negli Stati Uniti ma presto disponibile in tutto il mondo, chiude il capitolo dell’arte diagnostica, del medico di famiglia che capisce tutto immediatamente, della saggezza dei vecchi pediatri che interpretavano i sintomi anche se i bambini piccoli non sapevano spiegarli, e apre quella dell’algoritmo ipocondriaco.

Si tratta di questo: si digitano i sintomi su Google, l’algoritmo per ipocondriaci, messo a punto da un team di medici (e sull’espressione “messo a punto” si potrebbe scrivere un intero libro) connette un po’ di cose e poi ti dà la diagnosi. A titolo informativo, s’intende, perché da Google avvertono che poi bisogna andare da un medico. Ma vogliamo mettere il vantaggio di arrivare in ospedale con la diagnosi già fatta?

I disastri di tutto questo sono talmente evidenti che non ci sarebbe neppure bisogno di spiegarli. Ma come sempre nulla accade a caso. E se si passa dal giuramento di Ippocrate a quello di Google vuol dire che alcune cose sono accadute. La prima fra tutte è che l’algoritmo del più importante motore di ricerca è diventato un dogma teologico, una credenza ferrea, una religione incrollabile. È teologico perché comprende il nostro essere nella sua interezza: dalla ricerca delle pinne da sub per questa estate nei mari tropicali alla scoperta della malattia più rara (anche se magari innocua) del mondo. Nella stessa casella dove si scrive magari emicrania a grappolo qualche ora prima avevamo cercato i risultati della prima partita del campionato di calcio, oppure avevamo chiesto se il gruppo Bildeberg domina il mondo.

L’idea che l’algoritmo possa dare risposte così complesse è una ingenutà. Per verificarlo basta provare una sola volta la precisione del traduttore di Google. Ma ormai siamo a una forma di divinizzazione del presente. Un modo oracolare di leggere il mondo come avveniva nei tempi bui in cui la scienza moderna ancora non esisteva. Un panteismo algoritmico che oggi copre anche la nostra salute. Aveva ragione Umberto Eco, semiologo insigne ma anche grande medievista: il medioevo è qui con noi. Solo che oggi potremo chiamarlo: Google Oracle.

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