La domanda più importante di tutte è probabilmente questa: a chi stiamo cedendo la nostra memoria? E come ci siamo rassegnati a usarla? E che influenza ha tutto questo sulle nostre intelligenze?

Da un po’ di tempo gli studiosi del web e del mondo digitale dibattono sulle conseguenze dell’uso massiccio della rete. E non lo fanno attraverso la vecchia dicotomia: buono o cattivo. Neppure attraverso un dibattito sull’uso o l’abuso del web. Non si tratta di essere contro la rete o a favore. E neppure di decidere cosa fare di nuovo sul web e cosa evitare. Si tratta della nostra libertà: la nostra libertà mentale.

A tutti è capitato di incontrare qualcuno che si vanta di conoscere a memoria centinaia di numeri di telefono, mentre le nuove generazioni li hanno tutti memorizzati sul proprio cellulare. E a tutti è accaduto di incontrare persone, anche autorevoli, che facevano l’elogio delle poesie da imparare a memoria. Un tempo c’erano individui che potevano recitarti interi canti della Divina Commedia. Un tempo il mondo era fatto di persone che studiavano perché era meglio portarsi dietro il sapere sempre, perché poteva essere utile quando non avevi la possibilità di consultare i testi.

E un tempo i supermercati o le librerie la domenica restavano chiuse. Erano aperti i cinema, certo, ma solo perché la gente lavorava e al cinema ci poteva andare solo la domenica.

Ma oggi è tutto e sempre, attraverso un uso permanente dei mezzi che il mondo digitale ci fornisce. Sono notifiche, avvertimenti, pubblicazioni e condivisioni. Jonathan Crary, che insegna alla Columbia University e si occupa di queste cose, ha scritto un saggio proprio su questa forma di capitalismo che non ti permette di dormire mai. Perché non c’è divisione tra tempo libero e lavoro, tra riposo e fatica.

Se la posta è continua e arriva sempre, non c’è un tempo in cui non la aspetti per dedicarti ad altro. Se il telefono ti avverte sempre di tutto, non puoi decidere quando la tua intelligenza si può dedicare ad altre cose. Ennio Flaiano scriveva in uno dei suoi aforismi più celebri: «oggi il cretino è specializzato». Erano altri tempi: oggi il cretino è multidisplinare, è contaminato, è appassionato, è creativo. Cucina la maionese è controlla gli indici di borsa, si sveglia la mattina e scorre le notifiche, trova del tutto ovvio parlare di multimedialità, anche se ormai questa parola la usano solo più gli analfabeti digitali, assieme a multitasking.

Nessuno è più capace di ricordare qualcosa. Travolti da un ricordo più vicino, archivi e salvi senza leggere, tornerà utile anche se non sai quando. E nessuno riesce a gestire i ricordi se non attraverso un elenco di nomi e di file richiamabili all’occorrenza. Non fai in tempo a concentrarti su qualcosa che ti viene notificato qualcosa d’altro.

E qui il rapporto con l’intelligenza, con la focalizzazione, con l’attenzione diventa difficilissimo. In tutte le retoriche delle libertà del web, del mondo a portata di mano attraverso gli smartphone, del mercato totale che permette di comprare sempre e anche di notte, c’è soprattutto la volontà di utilizzare queste opportunità come armi di distrazione di massa. Siamo liberi fare e di sapere, di accedere al web in modo gratuito, di ottenere informazioni quando vogliamo.

Ma non decidiamo niente. Sappiamo poco dei sistemi operativi che usiamo, non siamo padroni delle applicazioni che possiamo scaricare, non possiamo sottrarci ai vincoli e ai cavilli dei social network. Il web 2.0 è gratuito, ma siamo costretti a fornire in cambio dati personali riutilizzati immediatamente dalle società. Possiamo sapere tutto ma non ci viene dato il tempo di ricordare niente, avere quello che desideriamo, ma senza gli spazi per poter dimenticare e concentrarsi su quello che si sceglie di fare.

La memoria e l’intelligenza sono intermittenze, possibilità improvvise che vengono dal nostro vivere ogni giorno nel mondo reale. Non si consultano come fossero dei file: affiorano. Non sono link: obbediscono a regole sommerse, come sogni da decifrare. Ma per quanto ancora ci illuderemo di essere i protagonisti di un mondo che cambia e non dei polli da batteria?

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