Tony Ann è un ragazzo canadese con la passione per la musica. Pochi giorni fa ha postato un video dove esegue una sinfonia per pianoforte scritta da lui; e in meno di 48 ore è stato visto da più di un milione di persone. La sinfonia è, nei fatti, un collage di tutte le più note suonerie dei cellulari di questi ultimi vent’anni: arrangiate e cucite assieme in un brano unico. Perno di questa sinfonia è la suoneria di tutte le suonerie: la Nokia Tune. La classica suoneria Nokia che ormai è il brano musicale più ascoltato di tutti i tempi. Perché nel mondo quel jingle suona 20 mila volte al secondo.

Difficile stabilire se rallegrarsi di questo oppure essere disperati. La suoneria del Nokia non è in realtà l’invenzione di un oscuro ingegnere finlandese che aveva bisogno di far squillare un telefono mobile in un modo diverso da quello fisso, ma è il passaggio di un brano di un celebre compositore per chitarra vissuto nella seconda metà dell’800: Francisco Tárrega. Spagnolo di Villareal, Tárrega è in un certo senso l’inventore della chitarra moderna: il primo a suonarla pizzicando le corde con i polpastrelli e non con le unghie, il primo a tenere quella postura, con lo strumento inclinato verso l’alto, che è tipico dei chitarristi classici. Il suo Gran Vals ha un passaggio di due battute (una dozzina di note) in La maggiore, e quel passaggio è diventato la suoneria del Nokia: il più famoso di tutti i tempi. Naturalmente la suoneria non riproduce  il suono della chitarra, ma è registrata con il sintetizzatore da Thomas Dolby, un famoso musicista inglese che si occupa proprio di suonerie polifoniche per cellulari.

Il giovane pianista Tony Ann è ora una star del web. Ma non deve sorprendere. Le suonerie dei cellulari sono per certi versi la musica del mondo. Le abbiamo con noi, le sentiamo centinaia di volte al giorno, le scegliamo persino, e in qualche caso le creiamo. E sono, per certi versi, la testimonianza culturale di un cambio di paradigma che andrebbe analizzato con attenzione. Perché le suonerie sono un richiamo, una notifica di qualcosa. Svolgono il ruolo che avevano e in certi casi hanno ancora le campane. Quelle che annunciano messa, matrimoni o funerali, quelle che in tempi antichi avvertivano delle pestilenze, dei pericoli, delle incursioni dei pirati. I suoni di avvertimento erano all’incirca sempre gli stessi, i trilli delle campanelle quando iniziavano le lezioni, il campanello assordante degli allarmi e quelli degli appartamenti, i suoni monotoni dei vecchi telefoni, dei citofoni, le campanelle liturgiche e quelle dei tribunali. E poi le sirene: quelle dei mezzi di soccorso, delle auto delle forze dell’ordine, delle fabbriche. Persino le sveglie sui comodini.

Tutti questi suoni rispondevano a una logica: quella di mettersi a disposizione. E tutti questi suoni avevano una matrice decisamente assertiva. Ti facevano sobbalzare, ti svegliavano, ti avvertivano che era arrivato il tempo di qualcosa: tempo di festa o tempo di dolore. E anche i telefoni erano questo. I primi telefoni, che ti costringevano a stare in piedi perché erano appesi ai muri, chiedevano che al trillo si rispondesse: pronto!

Poi è arrivata l’idea che le campanelle e le sirene non fossero troppo adatte a un mondo dove le obbedienze sono più ambigue e mascherate, un mondo di opportunità, scelte e possibilità. Così sono arrivate le suonerie. Non quelle monotone, ma i jingle come il Gran Vals di Tárrega. E ai telefoni non si dice più pronto, ma ognuno fa come vuole. E oggi le suonerie sono personalizzate sul chiamante, una melodia diversa per ogni persona in agenda.

Ora ci sono le colonne sonore dei film, le canzoni della propria giovinezza, gli standard musicali più amati. Ci si è illusi che il mondo delle campane e delle sirene, degli squilli di tromba e delle adunate si potesse stemperare con un po’ di note in La maggiore, o addirittura con delle lievi vibrazioni del proprio telefono cellulare. Abbiamo sostituito la ruvidezza del mondo con qualcosa di più gentile. Perché forse non siamo più capaci di dire pronto! a nessuno in questo mondo di doveri smarriti.

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