Abbiamo uno strano rapporto con il sorriso. Perché il sorriso è sostanzialmente uno dei nodi più complessi e sfuggenti dell’animo. Il sorriso è divino, e il sorriso è umano, oltre a essere enigmatico. La storia dell’arte figurativa prima, e poi la fotografia, hanno fatto del sorriso un elemento di conoscenza, di intuizione, di verità e di reciprocità. Gli esempi dell’arte sono tantissimi, e non parliamo solo della Gioconda, certo il più celebre. Anche il sorriso dell’ignoto marinaio di Antonello da Messina dice molto dell’idea del sorriso come specchio dell’anima, come espressione di consapevolezza, di arguzia, di intuizione, di benevolenza, ma anche di ambiguità. C’è tutto questo in quel piccolo dipinto di Antonello, oggi forse tra i suoi più celebri.

Ma in realtà gli artisti raffiguravano soggetti sorridenti solo quando appartenevano alle classi sociali più basse, oppure quando volevano ritrarre degli stolti o degli ubriachi. I ritratti di uomini e donne virtuosi non sorridevano, tantomeno ridevano, era considerata una cosa disdicevole.

Andò così per molto tempo. Per quanto i grandi trasgressivi dell’arte, come Caravaggio, avessero fatto sorridere persino San Giovanni Battista. Così quando venne inventata la fotografia, il ritratto sorridente non era contemplato. C’era un motivo tecnico e anche un motivo culturale. Quello tecnico veniva dal fatto che i tempi di posa erano così lunghi che nessuno si sarebbe tenuto sul viso un sorriso che pareva una smorfia. Quello culturale lo sintetizzò benissimo un uomo che dell’ironia e del riso sapeva molto, Mark Twain, ma che inaspettatamente si lanciò in un’invettiva contro le foto sorridenti: «Una fotografia è il documento più importante e non c’è nulla di peggiore che passare alla posterità che con uno sciocco e stupido sorriso fissato sulla faccia per l’eternità».

In realtà, appena la fotografia lo permise, e gli scatti divennero rapidi e capaci di cogliere l’istante, il mondo si riempì di immagini sorridenti, di espressioni diversamente felici, ammiccanti, complici, comunicative, vere ma anche false, astute ma anche disarmate. Il mondo si abituò al sorriso dei potenti, a quello degli uomini retti e caricatevoli, i sorrisi dei papi, quelli dei politici in cerca di consenso, quelli dei bambini poveri eppure allegri dei luoghi disperati del mondo.

La severità dell’arte, il contegno fotografico che esigeva Mark Twain, avevano lasciato il posto a un mondo empatico, emotivo, leggibile finalmente attraverso una sensibilità nuova. Così, nel tempo di Krusciov e di John Kennedy, di papa Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II, delle nuove frontiere e delle marce per la pace, della musica dei Beatles e della giovinezza come motore per il futuro, un disegnatore americano che si chiamava Harvey Ball inventò alla fine del 1962 uno smile. Ovvero una faccina sorridente per un’azienda che aveva bisogno di risollevare il morale ai dipendenti.

Nacque quel simbolo allegro, semplice e solare per comunicare ottimismo e felicità. E da quel momento gli smile divennero un’icona universale: un’icona per un mondo di gente che si guardava negli occhi, e che sapeva quanto le diverse modalità del sorriso possono essere una mappa geografica dell’anima e del carattere, dei desideri e delle passioni.

Ma oggi, nell’era del web, il bollino giallo con il disegno della bocca non è più un’icona, e tantomento un modo per invitare al sorriso. Ma è il sorriso vero e proprio, la forma più diffusa, che non ha gli occhi dei ritratti di Antonello da Messina, che non ha la forza del sorriso di Martin Luther King in quel 28 agosto del 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington quando pronunciò la frase «I have a dream» o di Nelson Mandela quando venne eletto presidente. Ma è un sorriso muto e impacciato. Per questo siamo invitati di continuo a scaricare emoticon nuovi fantasiosi, colorati, di maggiore impatto emotivo. Il web è pieno di immagini da scaricare e portare con sé per regalare sorrisi quando occorre, senza sorridere mentre lo si fa. Ma forse c’è davvero un modo di ricominciare a sorridere senza digitare sulla tastiere quei due punti, quel trattino e quella parentesi che si chiude.

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