Nell’elenco delle cose che ci ripetiamo come fossero degli assiomi c’è l’idea che la nostra cultura sia smarrita dentro un enorme pentolone globale dove il  prevalere del profitto, del commercio, dello show business e della popolarità non possono che fagocitare ogni cosa. E che esiste un mondo di falsari che fingono di proporci cultura e invece ci invitano a consumare prodotti medi che servono ad arricchirli senza particolari qualità. A questo assioma, vero, si aggiunge quello opposto: a salvarsi da questa globalizzazione culturale sono piccoli gruppi che armati solo di lance spuntate riescono a vincere la loro battaglia contro l’esercito di tutti quelli che stanno uniformando il mondo verso il basso. Queste piccole comunità alle volte riescono a compiere il miracolo: un film povero di budget che arriva all’apice del successo, un buon libro stampato da un piccolo editore che ha vendite insperate, e via dicendo.

Sono favole con un fondo di verità.  La cultura globale ha bisogno di una base più larga, e quindi deve abbassare il livello per essere compatibile con il mercato. Ed è vero che esistono élite di editori, di registi, di attori in grado di non rassegnarsi. È vero inoltre che lo show business sta macerando tutto quanto viene prodotto anche di buono nei quattro angoli del pianeta e che il web e i social con il sistema dei like premia i prodotti medio bassi.

Ma è vera anche un’altra cosa: che tutte queste favole sono il risultato di una suggestione collettiva. E la responsabilità è dei media, dei giornali, delle reti televisive e del web. Non è mai esistita una cultura alta accessibile a tutti. Il successo commerciale non ha niente a che fare con la qualità, ma nella quasi totalità dei casi è l’esatto contrario della qualità. Non ci sono editori sofisticati e colti che stampano soltanto best seller. Ed editori di best seller che vorrebbero pubblicare invece letteratura colta. I produttori di cinema sperano sempre di guadagnare. E non hanno alcuna simpatia per le sperimentazioni. A meno che non intravedano nelle sperimentazioni un filone commerciale. Se ragioniamo in centinaia di migliaia di persone, anche milioni, dobbiamo mettere in conto che siamo su un terreno di medietà. Tanti anni fa Ennio Flaiano diceva che la televisione non aveva abbassato il livello culturale del paese, ma soltanto il livello culturale degli intellettuali. Questo oggi è applicabile a tutto, soprattutto al web e sl sistema dei social, non soltanto alla televisione.

Ma i numeri di persone colte e curiose, sorprendenti e intelligenti è rimasto più o meno lo stesso di sempre, e forse è lievemente aumentato. Niente che permetta guadagni enormi, niente che finisca nei programmi di punta delle reti televisive mondiali, o arrivi ai premi più ambiti. Ma non ha importanza. L’editore Giuntina di Firenze ha pubblicato, con testo a fronte in ebraico e aramaico, il primo volume del Talmud. Più di 400 pagine di un progetto ambizioso forse in 20 volumi. Un testo per niente semplice che costa 42 euro. Prima tiratura: 3000 copie, tutte vendute. Seconda: 2000 copie, già tutte prenotate, e ora si pensa a una terza edizione. Non sono soltanto studiosi dell’ebraismo quelli che spendono i 42 euro.

Clamoroso, si direbbe: non si è mai vista una cosa simile. E già si parla di Talmud-mania: riportando tutto ai soliti schemi, quelli commerciali. Ma questi sono i numeri di una classe intellettuale, di gente che vive in tutta Italia, e che coltiva i propri interessi. Non sono molti, non saranno mai moltissimi, e non sono in grado di fare delle loro curiosità un evento su cui edificare la solita retorica del successo. Non sono neppure lo spunto per una sociologia della cultura a uso dei giornali, né per apporsi sul petto medaglie di fierezza, con frasi tipo: c’è un paese che sottovalutiamo… c’è un mondo che andrebbe scoperto… e via dicendo.

C’è da sempre quel mondo. Che poi non faccia i numeri delle pop star della cultura tanto care ai media, o i milioni di like e di followe sul web, pazienza. Si va avanti comunque.

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