È importante avvertire tutti quelli che hanno un atteggiamento distaccato, persino snobistico, nei confronti del web, che è arrivato il momento di capovolgere i giochi, e fare attenzione. I social non sono un giochetto per nullafacenti, e internet non il paese delle meraviglie di Alice. Il web è un affare molto serio, su cui ragionare a lungo. Interessa anche quelli che «non hanno internet», e riguarda anche quelli che non hanno mai aperto un profilo Facebook, e persino quelli che non hanno un computer e non possiedono una televisione. Fabrizio De André cantava negli anni attorno al 68: «anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti».

E allora facciamo ordine. Google non è una strabiliante enciclopedia e banca dati del nostro mondo; un qualcosa che ci facilita le ricerche di quello che ci serve. Google è un’azienda, e non è affatto neutrale. Non è una sorta di tutore che garantisce a tutti informazioni e saperi ma fa un altro mestiere: quello di decidere quali saperi e quali informazioni darvi. Qualche anno fa, uno dei più importanti esperti del web al mondo, Siva Vaidhyanathan, pubblicava un saggio intitolato: The Googlization of Everything: (And Why We Should Worry), La googlizazione di tutto: e perché dovremmo preoccuparci.

Era il 2012, e le cose erano molto diverse da oggi. Google decideva, mostrava risultati, teneva in secondo piano quelli che riteneva meno interessanti, e decideva il nostro sapere. Ma era ancora il mondo orizzontale in cui hanno vissuto tutti gli utenti che si collegavano alla meglio e cercavano risposte in un modo nuovo per un mondo nuovo. Il web orizzontale funziona come la gramigna, una pianta infestante molto nota perché in grado di attecchire ovunque e perché si sviluppa strisciando lungo il suolo, generando prati erbosi molto resistenti che non vanno molto innaffiati. I prati di gramigna sono ruvidi e resistenti.

Google è la gramigna. E funziona tutt’ora attraverso il sistema dei link: scrivo un nome, Google mi risponde e mi informa su quel nome, all’interno della risposta trovo un link che mi porta altrove, e altrove trovo un altro link che mi manda ancora da un’altra parte. Alla fine è probabile che io sia partito dal nome Albert Einstein e sia finito a leggere dettagli sulla riproduzione delle tartarughe delle Galapagos.

È il metodo orizzontale. Ma Google sta perdendo la sua guerra contro Facebook. La sua orizzontalità, i suoi link non servono più. Il web dei social è un web verticale. Io parto da un nome e resto su quel nome. Non cerco, ma trovo quello che mi viene proposto attraverso un processo complesso e pericoloso, che sta fagocitando tutto. I giornali sono inglobati, embedded, non più attraverso aggregatori, ma pubblicati direttamente dai social network attraverso un sistema verticale. Tra pochissimo anche gli utenti comuni dei social potranno farlo. Non linkeranno più l’articolo, il testo di un loro blog, per postarlo su un social, ma sarà il social a farlo suo attraverso l’algoritmo. Tutto diventa identico. Due giornali opposti politicamente avranno lo stesso sistema di pubblicazione, come se fossero la stessa cosa. Nessuno sarà più in grado di distinguere. Ma anche di opporsi a questo nuovo potere. Pubblicare notizie embedded attraverso i social dà una velocità di risposta e una potenzialità di diffusione imparagonabile rispetto al vecchio modo dei link.

Solo che tutto è deciso dall’algoritmo. Non è vero che internet ci permette di poter acquisire i mezzi di produzione e ci rende tutto più semplice. È una bella favola. È vero che il potere del web è quello di chi decide per noi. E la stanza dei bottoni, che pensavamo fosse solo un ingenuo e fantasioso luogo comune, oggi sta diventando realtà. Per cui le menti critiche intellettuali che alzano le spalle alla parola web per dedicarsi al loro amato mondo analogico dovrebbero cominciare a sentirsi più coinvolte. È una faccenda che riguarda tutti.

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