Ogni giorno, alla più grande biblioteca del mondo, la Library of Congress di Washington, arrivano circa 22 mila nuove opere a stampa pubblicate negli Stati Uniti e 10 mila vengono conservate e catalogate. Il patrimonio librario della Biblioteca del Congresso è di di circa 160 milioni di volumi: tra manoscritti, opere a stampa, e altre varie ed eventuali. Ma è del tutto evidente, che entro vent’anni, se il ritmo sarà questo, la Biblioteca del Congresso avrà come minimo (ma il numero potrebbe essere molto più alto) 80 milioni di nuove opere. Ovvero la metà di quello che possiede oggi.

Cosa significa tutto questo? Significa che l’ecosistema culturale è in grande pericolo. Da una parte conserviamo circa due milioni di manoscritti e testi dalle origini della civiltà umana fino all’inizio del Novecento. Dall’altra 250 milioni di opere degli ultimi cento anni. La proporzione è spaventosa perché mette a rischio il sapere antico e il sapere moderno. Quello antico perché sommerso da una frana immensa di testi contemporanei. Quello moderno perché la quasi totalità di quanto si pubblica è votata all’oblio immediato. Nessuno leggerà mai quanto si è pubblicato negli ultimi vent’anni. Eppure al di là di qualsiasi pessimismo, si continuerà a studiare la Repubblica di Platone o a rileggere le tragedie di Shakespeare.

Non tutto è perduto, quindi. Ma a questa frana immensa non si aggiunge, e si dovrebbe, tutto quanto si pubblica in rete. Il problema non è da poco. L’ecosistema culturale dice che una civiltà è fatta anche di testi, e vanno preservati, conservati. Possiamo rinunciare ai tweet di questo decennio? No che non possiamo, anche quelli sono la storia dei nostri anni. E possiamo abbandonare all’oblio bacheche, pagine personali e pagine pubbliche di Facebook? Ovvero migliaia di parole e immagini che rappresentano il mood di questa epoca? Impensabile. Per cui ai documenti e ai testi conservati in tutte le biblioteche del mondo dobbiamo aggiungere la memoria gassosa dei social planetari. È possibile? O sarebbe meglio cancellare qualcosa e limitare i danni?

Sarebbe meglio ma non si può fare. Nel senso che Facebook, ma presto questo trascurabile dettaglio sarà di tutti i social, è il padrone vero delle nostre immagini, delle nostre idee, delle nostre parole e sfoghi, ma soprattutto dei nostri ripensamenti. Provare a cancellare i vostri post da Facebook è un’impresa disperata. Lo si può decidere per mille motivi. Per fare dispetto a una vecchia fidanzata alla quale avevamo dedicato post svenevoli prima che fuggisse con un altro, a un datore di lavoro verso cui ci eravamo esposti con elogi pubblici sul suo talento imprenditoriale e non ci ha pagato la liquidazione. O perché siamo diventati vegani e tutte quelle bistecche, polpette e salsiccie fotografate sulla nostra tavola ormai ci fa orrore rivederle. Insomma i motivi sono molti, e tutti legittimi. Facebook ci dice che la nostra pagina è personale. Dunque possiamo.

In realtà si può soltanto in parte. L’algoritmo di Facebook, questo gendarme sbadato, ha la stessa intelligenza della pallina di una roulette. Il numero che esce è quello giusto per cancellare la salsiccia, ma il piatto precedente, che mostra il maialino con la mela in bocca, me lo lascia sulla pagina. Ma senza farmelo vedere. Riapparirà a caso, in un altro momento, quando meno te lo aspetti. In questo gioco d’azzardo della nostra coscienza e del nostro passato non siamo in grado di scegliere. E neppure di rifarci una reputazione. Anzi accade il peggio. Si cancellano alcuni post e quelli che restano diventano più leggibili, più consultabili, e più visibili. Perché sono pochi.

Hai voglia a postare il ragù di tofu. A seguire, in un post di un anno prima ma ormai immediatamente collegato, ci sarà la costoletta di agnello in crosta di carciofi o il coniglio alla cacciatora. Lavoisier diceva che nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Non con i social: tutto si crea, poco si distrugge, e riguardo al trasformarsi non contateci troppo.

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