Alessandria, in Piemonte, può essere una città dai grandi spazi. Soprattutto quando si è bambini i luoghi possono sembrare smisurati: le case più grandi di quello che sono, le piazze diventano luoghi in cui perdersi, i viali paiono strade che non finiscono mai. Ad Alessandria esisteva ed esiste ancora una piazza, intitolata a Giuseppe Garibaldi, tutta a portici, con un grande spazio che, soprattutto con la nebbia di un tempo, la faceva sembrare sconfinata, senza bordi e senza confini.

Siamo negli anni della seconda guerra mondiale, un bambino corre con una bicicletta. Ha poco più di dieci anni, e si dirige verso l’edicola della stazione ferroviaria dove qualche giorno prima aveva visto un fascicolo Sonzogno, con una storia tradotta dal francese: «costava una lira, e io avevo una lira in tasca».

Molti anni dopo, quel bambino, diventato uno dei più grandi scrittori di questi tempi dirà che quel fascicolo «era la sola promessa di narratività e di fantasia». Lo dirà in un piccolo racconto uscito su una pubblicazione a carattere locale, dedicata alla sua città natale, Alessandria, appunto. Era il 1981, Il nome della rosa, uscito solo da un anno, lo aveva trasformato in uno degli autori più famosi del mondo. E la vita di Umberto Eco stava cambiando. A 48 anni entrava nel mondo letterario, dove la parola mondo non è un modo di dire, è esattamente quello che significa: milioni e milioni di copie, traduzioni in tutte le lingue, conferenze ovunque, articoli, interviste, convegni e saggi.

Ci sono state due italie in bianco e nero. Quella di tutti e quella di Umberto Eco. Quella a colori è figlia dell’Italia di tutti. Quella di Umberto Eco, la migliore, è rimasta in bianco e nero. E doveva accadere il contrario. Nella confusione che avviene tutte le volte che muore una persona importante escono sempre dettagli, storie, letture che definiscono le cose. È una nebulosa confusa di riflessioni, di pensieri, di tributi, ma poi quella polvere che si alza finisce per depositarsi in modo piuttosto ordinato, e allora le cose sembra che si capiscano, diventa tutto troppo semplice. Ma con Eco la polvere finirà per depositarsi in un modo diverso: vertiginoso e affascinante.

L’uomo delle liste e dei cataloghi, delle strutture narrative, delle impalcature, delle architetture concettuali, l’uomo della biblioteca di Babele, del sapere sconfinato eppure rigoroso, lascia un sistema di pensiero, una filosofia del mondo quantistica e inafferrabile. Perché diversa da tutte. Ma se torniamo a quel fascicolo Sonzogno, e al piccolo Umberto Eco sulla bicicletta, con una lira in tasca, lo facciamo perché lui funziona in un modo più imprevedibile di quanto si pensi. I suoi pensieri, da lucido intellettuale, si mescolano di continuo a epifanie, passaggi di senso, a vaghezze nitide come sa essere la nebbia quando avvolge ogni cosa. La nebbia delle pianure e delle campagne alessandrine, su cui ha scritto molte volte.

© Roberto Cotroneo - Umberto a Camogli, 2015.

© Roberto Cotroneo – Umberto a Camogli, 2015.

Se si legge con attenzione, tutta la scrittura narrativa di Umberto Eco, è su questo crinale: tra la limpida ragione del semiologo e l’inquietudine di un mondo che può apparire indecifrabile. Al punto tale, che il fascicolo Sonzogno, di cui Eco racconta per spiegare dove fosse l’origine della sua passione per la letteratura, la fantasia e il racconto, si completa con una storia di molto tempo dopo: «Tanti anni dopo ho avuto come una intermittenza del cuore, un corto circuito tra ricordi e immagine presente, atterrando con un aereo barcollante, al centro del Brasile, a San Jesus da Lapa. L’aereo non poteva prendere terra perché due cani sonnolenti stavano sdraiati in mezzo alla pista di cemento, e non si muovevano. Qual è il rapporto i due eventi? Nessuno, le epifanie funzionano così».

La morte di Umberto Eco è già di per sé un’accezione non prevista. Lo credevamo immortale, e non avevamo torto. La morte ha a che fare con la finitezza, ed Eco non aveva nulla a che fare con la finitezza. Perché era sempre capace di fare la mossa del cavallo. Di scartare, di saltare i pezzi avversari, di prolungare le partite, di muovere in un modo imprevedibile. Di allungare gli scaffali della sua biblioteca e del suo sapere portando tutti a perdersi.

Colpiva la sua straordinaria erudizione, ma non era l’unico erudito. Colpivano le sue competenze eclettiche, na non era l’unico eclettico, colpiva la sua sensibilità verso i nuovi saperi e modernità, ma anche altri avevano questa particolarità, colpiva la sua passione per la maieutica e per l’insegnamento, ma anche altri erano e sono eccellenti professori, colpiva la sua sapienza narrativa, ma ci sono scrittori nel mondo (non molti, certo) che possono dialogare con lui alla pari. Ma nessuno possedeva tutte queste cose assieme. E soprattutto nessuno aveva quel microprocessore, quella capacità di elaborazione del sapere, dell’uso dell’intelligenza, come il suo.

La velocità di pensiero di Eco era una cosa talmente tangibile, talmente fisica che ti sembrava che la sua mente avesse ingranaggi, suoni, consistenza da poterla sentire. La rapidità, la sintesi, la velocità, e lo spiazzamento erano una dote che doveva esserci ancor prima che Eco diventasse l’uomo celebre, l’intellettuale famoso che poi è diventato. Se c’è stato un momento in cui Eco non era ancora colto, e di certo almeno nella sua infanzia c’è stato, doveva esistere ugualmente quella velocità, quella rapidità di elaborazione, quella mente sorprendente che lasciava ammirati. Perché, per tutti quelli che lo hanno pianto e omaggiato a Milano, per l’ultimo saluto, Eco era qualcosa di meno quello che era, e allo stesso tempo qualcosa di più.

Qualcosa di meno perché non puoi conoscere Eco in tutte le sue declinazioni: lo scrittore, e l’autore del best seller in giallo come Il nome della rosa, e ancora lo scrittore di libri più complessi come L’isola del giorno prima e Il pendolo di Foucault. E il semiologo, l’autore del Trattato di semiotica generale o dei Limiti dell’interpretazione. E il giornalista, l’opinionista, l’uomo che collaborava ai giornali. E ancora: il presemiologo, con i saggi di Opera Aperta e Apocalittici e integrati. E il filosofo: perché quella è la sua formazione e a quella stava tornando negli ultimi anni della sua vita. E non è ancora finita: il medievista. Nel 2012 Bompiani ha raccolto i suoi saggi di medievistica di una vita in un solo volume. Erano 1500 pagine. E inoltre: il dirigente editoriale, l’uomo che ha fatto pubblicare centinaia di autori, e non tutti dello stesso tipo. Per intenderci: da Paolo Villaggio a Roman Jacobson, da Charles Schultz ad Achille Campanile. E il traduttore. La Sylvie di Gerard de Nerval e soprattutto quel colpo di genio della versione italiana degli Esercizi di stile di Raymond Queneau. E non è ancora finita. L’autore di libri per bimbi e di filastrocche, e mi riferisco ai libri con Eugenio Carmi. E poi la collaborazione con Luciano Berio, la musica, il flauto barocco, la didattica, la Rai.

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Umberto Eco

Tutto questo ha portato Umberto Eco a diventare l’uomo dalla cultura smisurata, l’uomo di successo. Perché un uomo che fa tutte queste cose è un uomo di successo. Solo che lui era molto più di un uomo di successo: era una star, con le milioni di copie del Nome della Rosa, le lauree honoris causa, quasi 50, e peraltro di Oxford, Harvard, Cambridge, Complutense, Torino, e via dicendo.

Eppure non è solo qui la grandezza di Umberto Eco, perché la sua grandezza non è una somma. È una lunghissima nota a margine, un marginalia, come si sarebbe detto nel medioevo, di quelli che piacevano proprio a lui. La sua capacità di tenere staccate le cose e di unirle in un modo tutto suo, che non era il modo degli altri. Qui c’è il vero punto, il miracolo che ha compiuto.

È in questo suo modo di procedere a salti, come fosse la mossa del cavallo negli scacchi, che va raccontato Umberto Eco. Era nato ad Alessandria, il 5 gennaio del 1932, dalle parti di piazza Genova (ora piazza Matteotti), da una famiglia della piccola borghesia; una sorella più piccola di tre anni, molta normalità, formazione cattolica, liceo classico Plana, studi di filosofia a Torino, tesi sull’estetica di San Tommaso d’Aquino discussa con il grande Luigi Pareyson (controrelatore Augusto Guzzo), già brillante da giovanissimo, curioso, attento.

Entra in Rai dopo la laurea. Leggende raccontano che scrivesse le domande per i quiz di Mike Bongiorno, assieme a Gianni Vattimo, Furio Colombo, Andrea Barbato e altri. All’incirca era così. Ma la cosa, che non aveva certo tutta questa importanza nella sua biografia, rimase impressa perché qualche anno dopo pubblicò in Diario minimo quella Fenomenologia di Mike Bongiorno che, con L’elogio di Franti, sarebbe diventato uno dei suoi primi testi più famosi. Non ci volle molto per accorgersi del suo acume della sua ironia, e della sua cultura enciclopedica. Ma soprattutto della capacità di guardare le cose del mondo in modo originale.

È il primo che fa pubblicare Charles Schultz in Italia. Nessuno sapeva chi fosse Charlie Brown, e tantomeno quel signore sorridente che aveva inventato i Peanuts. Eco, scriverà la prefazione al suo esordio italiano raccontandolo con questo incipit: «Non beve, non fuma e non bestemmia».

Comincia a collaborare con Valentino Bompiani, che gli pubblica Opera aperta nel 1962. Ed è il suo vero battesimo intellettuale. Si arrabbiò un sacco di gente per quel libro così fuori dagli schemi, così moderno: «mi dicevano che non è così che si parla di arte. Mi ricordo che il critico Vittorio Saltini mi beccò su una frase in cui apprezzavo un verso di Cendrars dove si paragonavano le donne amate a dei semafori sotto la pioggia, e osservava pressappoco che io ero tipo da avere reazioni erotiche solo sui semafori, per cui nel dibattito io gli rispondevo che a una critica così si poteva obbiettare solo invitandolo a mandarmi sua sorella. Questo per dire il clima».

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Umberto Eco in una foto della fine degli anni 70

In quel 1962 mettere assieme la teoria dell’informazione con le poetiche di James Joyce, guardare a tutto quello che di culturalmente nuovo circolava nel mondo, appassionarsi agli esperimenti di Luciano Berio che componeva le sequenze per la moglie soprano Cathy Berberian, frequentare il centro di fonologia musicale della Rai dove passava spesso Pierre Boulez erano tutte cose, che facevano di Eco un innovatore. Forse troppo per certi ambienti.

Nei giorni immediatamente successivi alla morte sono stati mandati in onda dalle televisioni vecchi filmati dove si vede un Eco giovane che parla di temi culturali, con quella erre, con quell’accento leggermente snob, con quella capacità di ragionare con proprietà ed eleganza. Erano il segno della sua allergia alle ideologie, ai dogmi, all’adesione incondizionata, alla retorica politica, non poteva essere una buona merce per un mondo culturale che, tra gli anni Sessanta e Settanta, era tagliato in due con l’accetta: tra marxisti, in tutte le declinazioni possibili, e reazionari, di cultura moderata e cattolica.

Il cattolicesimo giovanile di Umberto Eco si era perso in pochi anni. Quando nelle Edizioni di Filosofia venne pubblicata la sua tesi di laurea, nel 1954, Tommaso d’Aquino nel titolo era ancora “San Tommaso”. Nell’edizione Bompiani ripubblicata nel 1970, San Tommaso d’Aquino era diventato semplicemente “Tommaso d’Aquino”. In mezzo c’era un percorso personale e intellettuale. Una volta ha detto: «Se un giorno arriverò in Paradiso e potrò incontrare Dio ho due possibilità. Se è quello vendicativo dell’Antico Testamento, volto le spalle e me vado all’inferno. Se invece è quello del Nuovo Testamento, beh allora abbiamo letto gli stessi libri e parliamo la stessa lingua. Ci intenderemo».

Lucido, curioso e spiritoso, aveva un’ammirazione per il conte Valentino Bompiani, che era un uomo colto, squisito e quanto di più lontano dagli opportunismi ideologici e politici dell’epoca. È una storia curiosa quella di Eco. Uomo di sinistra ma non appartenente a quella sinistra intellettuale che tutti conoscono bene. Un Eco che non ha mai suonato il piffero della rivoluzione (il flauto lo suonava, ma preferiva la musica barocca), che non ha reso omaggio alla cattedrale gauche di Einaudi, che non si è degnato di occuparsi troppo di Antonio Gramsci, che probabilmente lo annoiava assai, che ha polemizzato duramente con Pier Paolo Pasolini, che non ha mai creduto la cultura dovesse essere retorica rivoluzionaria, attrezzo sociale per il riscatto delle masse. Ma allo stesso tempo capace di polemizzare con forza anche con autori come Elemire Zolla: intellettuali élitari, reazionari, e staccati dal mondo. Scriveva sull’Espresso, è vero. Ma L’Espresso era un giornale conservatore dal punto di vista culturale. Non certo un avamposto della rivoluzione. Firmava sul Manifesto, ma il Manifesto, negli anni Sessanta e Settanta era attraversato sa molte inquietudini. Contribuì a svecchiare l’uno e l’altro.

Il fatto che Eco sia diventato un intellettuale di riferimento già negli anni Sessanta in un paese come l’Italia spiega moltissime cose del suo talento. Senza tessere, senza farsi intellettuale organico, e con l’uso dell’ironia in un mondo che l’ironia non l’aveva mai avuta era qualcosa di prodigioso. Italo Calvino lo rimproverava negli anni Sessanta, e severamente, di occuparsi di fumetti e di festival di Sanremo, vantandosi di non sapere neppure cosa fosse. Buona parte degli intellettuali di sinistra, di sinistra come era lui intendiamoci, lo avrebbero voluto trattare come un perditempo, troppo impegnato in calembour e in cose sospette come questi strani nuovi saperi, e poco incline al materialismo storico.

Umberto Eco: Balkan je imao više revolucija nego Italija i Francuska

Umberto Eco

Era un guru della comunicazione, un esperto di mass media, parole dette con rispetto e sospetto. Forse i due termini del suo pendolo del gradimento culturale: rispetto e sospetto. Leggenda dice che in cattedra è arrivato più tardi di quel che avrebbe meritato (nel 1971) perché nel mondo accademico torinese non fu visto bene quel suo Filosofi in libertà, pubblicato presso un piccolo editore di Cuneo nel 1958, e poi introvabile per molti anni (oggi lo si può leggere ne Il secondo diario minimo). Era una storia della filosofia in versi, anche con vignette disegnate da Eco: «San Tommaso l’Aquinate / le due Summe ha elaborate / con il fare suo giocondo / per ridurre tutto il mondo / a un sistema di risposte / calibrate e ben disposte…».

L’Accademia le trovò goliardiche, ed erano invece un gioco lieve di uno che in quel periodo lavorava a saggi serissimi sull’estetica medievale o sulle poetiche dell’opera aperta. In questo rappresentava davvero un’eccezione: uno studioso di filosofia e medievista che però lavorava in Rai, un luogo a quei tempi decisamente all’avanguardia e futuristico, quella che oggi chiameremmo una startup. Non aveva mai disdegnato di pubblicare articoli per i giornali (e non era così consueto, allora), mostrava una predisposizione per una cultura che era quanto di più lontano dal crocianesimo imperante si potesse immaginare ma anche dal marxismo-leninismo. Nel frattempo dirigeva la saggistica Bompiani, si sposava con Renate Ramge, una redattrice editoriale originaria di Francoforte (la battuta di Eco fu che subito dopo il matrimonio sarebbero partiti per il «giro di bozze»), e divideva i suoi libri tra scritti scientifici e scritti occasionali. Negli scritti occasionali, dal Diario Minimo a Il costume di casa, Dalla periferia dell’impero a Sette anni di desiderio, ci sono i saggi che lo renderanno famoso. Soprattutto uno, che pubblicò nel 1965, e intitolato: Pochi clamori tra la Bormida e il Tanaro.

La Bormida e il Tanaro sono i due fiumi che scorrono ad Alessandria. E i pochi clamori sono il racconto dell’educazione intellettuale e interiore di Umberto Eco. Dopo aver spiegato quanto gli alessandrini siano distaccati, lontani dalle retoriche e incapaci di far tesoro di mitologie e leggende (san Francesco ammansisce un lupo ad Alessandria prima ancora che a Gubbio, ma nessuno se ne ricorda, era solo un vecchio frate un po’ bizzarro), Eco conclude in questo modo: «Gli alessandrini non si sono mai entusiasmati per nessuna Virtù Eroica, nemmeno quando questa predicava di sterminare i Diversi. Alessandria non ha mai sentito il bisogno di imporre un Verbo sulla punta delle armi; non ci ha dato modelli linguistici da offrire agli speakers radiofonici, non ha creato miracoli d’arte per cui far sottoscrizioni, non ha mai avuto nulla da insegnare alle genti, nulla per cui debbano andar fieri i suoi figli, dei quali essa non si è mai preoccupata di andar fiera. Sapeste come ci si sente fieri nel riscoprirsi figli di una città senza retorica e senza miti, senza missioni e senza verità». È quella che chiama: la diffidenza per il Noumeno degli alessandrini. Il Noumeno, la cosa in sé kantiana, l’inconoscibile, per intendersi.

Mentre l’Italia si riempiva di cattivi maestri, lui continuava a fare il buon maestro. Tutti sanno che arrivava a lezione anche sfidando nevicate e bufere di vento e pioggia, oppure con la febbre. Ma il punto, ancora una volta, va oltre tutto questo. Il punto è in cosa diceva, è in come spostava quel pezzo degli scacchi, quel cavallo che gli permetteva di vincere le partite.

Professore esimio, anche. Per niente barone, certo. Ma neanche di quelli che la prendono in modo troppo facile. I rimproveri di Eco erano proverbiali. Niente a che vedere con un uomo sempre mite e sempre accomodante.

Con lui tutto funzionava al contrario. Il successo planetario del Nome della Rosa ha tenuto lontano gli invidiosi. Quando invece di norma il successo genera invidia. Non dico che non ci fosse gente invidiosa di Eco. Ma era troppo difficile farlo contro di lui, era come andare alla guerra con un mestolo al posto della spada e uno scolapasta per elmo. Era troppo lontano dall’invidia per temerla.

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Umberto Eco nella sua casa di Milano

È stato la modernità. Il più moderno di tutti. Senza mai mostrare il fianco a chi associa moderno con superficialità, con leggerezza (e non nel senso buono), con inconsistenza. Come fai a snobbare quell’Eco che scrive di James Bond, che scrive di Peynet, quello dei fidanzatini, che racconta della scrittrice di romanzi di appendice come Carolina Invernizio, o dei feuiletton di Eugene Sue, se poi devi ammettere che fu allievo di Luigi Pareyson, che ha studiato la Patristica, che è in grado di scrivere saggi sofisticati, studiati in tutto il mondo?

Come è possibile questo strano abbigliamento culturale fatto di smocking rigorosi e t-shirt con scritte fosforescenti? Che peraltro abbinava benissimo? Non potevi, certo che non potevi.

Negli anni Settanta, quando tutti gli intellettuali scrivono cose di cui pentirsi a lungo, lui studia Charles Sanders Peirce, la linguistica, Saussure, Greimas, e la semiotica. Quando il mondo culturale si alleggerisce, si libera del piombo, e si dà al privato, al cosiddetto edonismo reganiano, lui pubblica un romanzo medioevale di seicento pagine, testo pieni di ossessioni e di complotti.

Ed è in quegli anni che la sua vita cambia. Merito de Il nome della rosa. Merito di un romanzo. Un professore che scrive un romanzo. Niente di più ovvio oggi, in tempi in cui i romanzi li scrivono manager e giornalisti, professori e presentatori, attori e politici, scrittori sempre più raramente.

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Umberto Eco e Roberto Cotroneo. Auditorium di Roma, marzo 2015.

Ma allora non funzionava così. Siamo nella seconda metà degli anni Settanta, gli anni del terrorismo, per capirci. Quando il libro uscirà, nel 1980, molti giornalisti diranno che era un romanzo «scritto al computer», suggestionati dall’idea ormai diffusa, che Eco fosse una specie di stregone, di mago della modernità. In realtà lo scrisse per buona parte a mano, perché nessun computer allora aveva un programma di scrittura capace di gestire un testo di quel genere.

Prima di pubblicare il romanzo Eco lo spedisce a cinque o sei amici, con una domanda: «mi può danneggiare pubblicare un libro di narrativa? Un professore autorevole può darsi alla scrittura letteraria?». Domande lunari oggi, dove il narcisismo autoriale non permette di porsi domande del genere. Gli amici rispondono che un libro di 600 pagine, con molto latino, dispute medievali, niente sesso, e ragionamenti sulla Poetica di Aristotele, non poteva certo metterlo in cattiva luce. Perché non erano poesie giovanili alla maniera di Prévert. Così quando arrivò tra le mani di Valentino Bompiani decisero che se ne sarebbero vendute, forse (e sottolineo forse) trentamila copie. E sarebbe stata già una gran bella soddisfazione.

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La firma di Umberto Eco

 

Si sa poi come è andata. Furono milioni di copie, divenne il libro del decennio, tradotto in centinaia di lingue. Un caso negli Stati Uniti, un paese dove i lettori medi non avevano certo dimestichezza con Aristotele, per non dire di Fra’ Dolcino o l’inquisitore Bernardo Gui. Comincia il diluvio del successo. A meno di 50 anni Eco è ricco e celebre. Comincia a difendersi dagli assalti. Firma una nuova rubrica sull’Espresso, giornale a cui ha sempre collaborato: “La Bustina di Minerva”. Ma il romanzo successivo, Il pendolo di Foucault, forse il più bello di tutti i suoi libri, esce solo dopo otto anni. È il suo tempo di scrittura, quando in quegli anni, e anche oggi, gli autori di best seller pubblicano un libro l’anno.

Dentro tutto questo c’è un uomo che nel non voler mai lasciar trapelare emozioni, autobiografia, sentimenti personali, ossessioni della sua vita, tipiche di moltissimi, se non la quasi totalità, scrittori del mondo, ha cercato di depistare i suoi lettori in tutti i modi. Sconvolto dalla violenza e dal sangue degli anni di piombo, di cui era stato testimone negli anni Settanta a Milano e Bologna, pubblica un romanzo medievale, dove un frate che assomiglia a Sherlock Holmes scopre una catena di omicidi innescata da un bibliotecario intollerante e dogmatico. Invece di raccontare quanto le ideologie possano uccidere con la P38 e la mitraglietta Skorpion si sposta di 650 anni indietro, e spiega il nostro paese con una storia medievale di veleni, biblioteche e labirinti.

Ossessionato dalle derive interpretative, dal rischio di una lettura complottista e paranoica della realtà, dal fatto che non sempre soltanto la notte della ragione genera mostri, ma anche certe albe, e di come anche la sua semiotica poteva diventare un’arma a doppio taglio, racconta il fascismo eterno, le teorie del complotto, nel Pendolo di Foucault. Romanzo capolavoro. Tornerà a questi temi ne Il cimitero di Praga, e nel suo ultimo romanzo, Numero zero, svelando chiaramente quale siano i suoi argomenti preferiti, quelli su cui gli studiosi dovranno insistere di più.

Come torna al medioevo, dopo Il nome della rosa, con Baudolino. Per poi raccontare lo struggimento del tempo e del passato ne L’isola del giorno prima, e interrogarsi sul senso della memoria e della tradizione nel catalogo dei ricordi de La misteriosa fiamma della principessa Loana.

Sono temi, apparenti applicazioni della sua intelligenza a sviluppi narrativi. Il teorico della narratività (proprio su questi argomenti tenne le sue lezioni americane ad Harvard, le Norton Lectures), applicava il suo genio teorico in romanzi lontani da lui, metteva in pratica la sua anima semiotica, il suo sarcasmo, la sua sconfinata erudizione e la traduceva in forma narrativa. I suoi romanzi diventavano così un arsenale di possibilità per studiosi che avevano la voglia e il tempo di trovare riferimenti, citazioni, omaggi, autori reali e inventati, riferimenti. Jorge da Burgos, il bibliotecario cieco del suo romanzo di esordio, ad esempio, non poteva essere altro che Jorge Luis Borges. E chi si nascondeva nel personaggio di Roberto de la Grive, ne L’Isola del giorno prima? Lo stesso Eco?

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Umberto Eco con il suo amico di sempre, il musicista Gianni Coscia

Si può continuare a lungo. Giochi, di parole calembour, enigmi indovinelli. Si scrivono saggi sui significati sommersi dei suoi libri. (ad esempio: Il mistero decifrato del Nome della Rosa) ma tutti restano abbagliati dalla soggezione, dalla distanza, dal voler tenere lontani da sé i lettori. Anche in questo caso una vera eccentricità. Gli scrittori muoiono dalla voglia di far entrare i lettori nelle loro stanze, nei loro luoghi, persino nella loro camera da letto, se è possibile. Il narcisismo di Eco, che esiste, è un narcisismo rovesciato, come il binocolo: anziché avvicinare e mostrare, allontana il soggetto lo sposta verso l’orizzonte. E lui si è sempre compiaciuto di questo. Quando sua moglie Renate lo rimprovera, dopo aver letto Il nome della rosa, dicendogli: «ma allora non è vero che tu in campagna non vedevi le scintille del fuoco acceso, e che non ti interessavano, perché nel romanzo le racconti benissimo». Lui fiero del suo modo di raccontare le risponde: «non ho mai fatto caso alle scintille del fuoco in campagna, ma sapevo come le avrebbe viste un uomo del medioevo». Ovvero la mia vita non c’entra, tutto quello che leggete e leggerete è quello che viene dai libri che ho studiato, perché, e questo si sa, i libri si parlano tra di loro, forse meglio delle persone.

Ma non è del tutto vero. Questa distanza,  questo distacco, questo sistema della diffidenza che Eco ha costruito come fosse un fortino per proteggersi per fortuna è pieno di falle, di luoghi che lascia aperti, alle volte come un qualcosa di voluto, altre senza neanche rendersene conto. I suoi libri, compreso il suo ultimo, uscito un anno prima della morte, sono pieni di riferimenti personali, non soltanto quelli ai suoi romanzi preferiti, ma anche alla sua infanzia, alla sua giovinezza, alla sua vita in generale. D’altronde è sempre stato inconciliabile il fatto che uno dei suoi testi narrativi prediletti sia la Sylvie di Gérard de Nerval. Racconto indecifrabile, sospeso, struggente, romantico, che puoi analizzare quanto vuoi, e con grande raziocinio, ma resta un testo inafferrabile, in cui puoi solo perderti.

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Umberto Eco

Eco che si perde sembra un ossimoro, ma è il vero senso di tutto quello che ha scritto. I suoi romanzi sono frammenti di pergamena, di biblioteche bruciate e perdute, luoghi esoterici che «non hanno fatto dormire il suo autore», per citare l’aletta de Il Pendolo di Foucault, romantiche colombe color arancio che sulla linea del cambio di data il suo protagonista Roberto de la Grive guarda con rimpianto e melanconia. È la perduta memoria autobiografica, che Yambo, il protagonista della Principessa Loana, è costretto a ritrovare: ricorda la storia, sa chi è Giulio Cesare, ma non sa più il nome della moglie e dei figli. È il protagonista del Cimitero di Praga, che si presenta in questo modo: «Chi sono? Forse è più utile interrogarmi sulle mie passioni che sui fatti della mia vita».

Più timido di quanto si pensi, non ha frequentato salotti se non per caso. La famosa frase di Groucho Marx, non farei mai parte di un circolo che accetterebbe uno come me, poteva farla sua, se non altro per ironia. A Roma scendeva poco. Ma con il primo romanzo riesce persino a vincere il premio Strega. Una cosa impossibile per chiunque non fosse dentro il mondo culturale e intellettuale romano. Eppure scende da Milano e gli danno lo Strega, con la benedizione e l’entusiasmo di Maria Bellonci.

La celebrità, prima ancora del successo, gli permette di continuare a fare quello che gli piace. Ovvero studiare, raccontare e sentirsi libero. Era un uomo intelligentissimo con un’etica ferrea. Un uomo che non obbediva a compromessi, che non ha usato l’arma della lusinga. E lusingarlo peraltro, non funzionava. Qualcuno può anche averlo trovato antipatico: perché poteva essere brusco e irrituale. Ma era anche di una simpatia senza paragoni. Divertire gli altri era la cosa che prendeva con maggiore serietà. Lo scherzo, il motto di spirito, il comico erano una cosa serissima, e anche in questo c’era una di quelle sue cose che negli altri chiameremmo contraddizione, e in lui chiamiamo complessità.

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Umberto Eco a Firenze negli anni Sessanta.

Per giorni, dopo la sua morte, tutti si sono esercitati nell’equazione più approssimativa del mondo. Eco aveva mescolato cultura bassa e cultura alta. Aveva sdoganato, termine mai così in voga da quando le dogane sono sempre meno frequenti e le merci circolano liberamente, il fumetto, il romanzo popolare, il telequiz, e non so che altro. Così dopo di lui tutti hanno pensato di poter leggere e interpretare la cultura bassa, quella popolare, con gli stumenti della cultura bassa. Con un risultato patetico.

Ma lui non ha mai sdoganato nulla. Ha soltanto riletto la cultura popolare con gli strumenti della cultura alta, ha usato Aristotele per capire Ian Fleming e Duns Scoto per arrivare a Superman o Flash Gordon. Ma i piani restavano diversi e lontani.

In questo non solo fu modernissimo, ma anticipò molte cose. Il dualismo tra apocalittici e integrati, il concetto di opera aperta, il monito contro le derive interpretative, la semiotica come disciplina del futuro, l’abduzione, la capacità di leggere la realtà, il suo rifiuto di ogni forma di snobismo intellettuale nei confronti della letteratura popolare, dei media, anche della televisione. Ma queste sono cose che si sanno.

Quello che va detto è che in un certo senso con Umberto Eco ci è andata bene. Eco, assieme a Federico Fellini, è l’italiano più famoso nel mondo. Rappresenta la ricchezza culturale del nostro paese, rappresenta un’idea di umanesimo, che dal medioevo di Petrarca in poi ha un suo filo e una sua ragione. Eco ha retto questo testimone, in un modo tutto suo, è stato quel filo perché sapeva leggere il presente nelle diverse lingue della modernità. E ha rappresentato pienamente questa modernità. Una modernità distante, molto distante dal mondo culturale italiano, che Eco rispettava ma probabilmente non amava.

Ma se volete il punto di inizio, la chiave per capire la scrittura di Eco non è in un bestiario medievale del Beato di Liebana, ma in quel fascicolo Sonzogno: il punto più lontano, forse il più antico, il filo di Arianna che serve a uscire dal suo labirinto. In quell’antico racconto, in quel gioco di ricordi, Eco parla di un episodio minimo, marginale, di un ricordo di bambino.

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Umberto Eco, al centro, con Edoardo Sanguineti e Furio Colombo.

«Era una mattina della primavera del 1943. La decisione era stata presa, si sfollava definitivamente. Era di prima mattina, e ci si avviava alla stazione, la famiglia al completo, in una carrozza di piazza. In quell’ampio spazio che a quell’ora era deserto mi parve, lontano, di scorgere il mio compagno delle elementari Rossini. Saltai in piedi gridando il suo nome, la carrozza traballò, il cavallo quasi si imbizzarriva. L’altro non si voltò, e in quell’istante ebbi la certezza che non fosse Rossini. Mio padre si irritò. Mi disse che ero il solito sconsiderato, non ci si comporta così, e non si grida come un pazzo “Verdini”. Io precisai che era Rossini, lui disse che Verdini o Bianchini, faceva lo stesso. Alcuni mesi dopo, quando ci fu il primo bombardamento di Alessandria, appresi che Rossini era morto sotto le macerie con sua madre».

Un ricordo privato, un’intermittenza. Lui la chiama un’epifania. Un racconto di spazi larghi, di miraggi strani e, come ho detto prima, di cani su una pista di atterraggio in Brasile, di collegamenti, di corto circuiti mentali. Eco continua e aggiunge: «Mi rimane nella memoria la visione di quello spazio urbano troppo largo, come una giacca passata di padre in figlio, in cui quella piccola figura si stagliava troppo distante dalla carrozza, e di un incontro dubbio con un amico che non avrei mai più rivisto. Alessandria è più vasta del Sahara, attraversata da Fate Morgane slavate».

In questo spazio narrativo immaginario Eco ha costruito impalcature solide perché le sue ossessioni, le sue paure e le sue inquetudini fossero al sicuro. Non ha dichiarato se stesso, non si è messo a nudo, non ha raccontato della propria vita. Ma è solo apparenza. Il suo cannocchiale rovesciato ha reso più nitide le cose e nella distanza ha raccontato di lui molto di più di quanto ci si aspettasse. Senza autobiografie, senza autoritratti, senza narcisismi autoriali, senza i vizi e i tic di buona parte della letteratura di questi decenni.

La folla che lo ha salutato l’ultima volta a Milano nel febbraio scorso era fatta di gente che non sarebbe quello che è se non ci fosse stato Umberto Eco. Perché Eco ha cambiato il modo di pensare, di leggere il mondo e la cultura di molte generazioni. Gente che ha imparato da lui il gusto del paradosso e del calembour, l’intreccio narrativo e la cultura nel senso più largo del tempo. Che non ritiene di essere né apocalittica e neppure integrata, che ha assimilato il fatto che la cultura sia indagine, e che la lettura del mondo si regga sulla forza del dubbio, sul saper guardare. E ha imparato che i segni contano, e non sono tutti uguali. E che i complottisti sono gente da evitare, perché i complotti non fanno bene al pensiero e alle cose della vita.

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Umberto Eco

Ma ora che Umberto Eco non c’è più, il suo sguardo, la sua lettura del mondo resta nelle parole scritte, nei libri, negli articoli giornalistici, nelle interviste. E rimane una domanda formidabile, che sarebbe stata la domanda centrale anche per lui. Perché in un paese piegato dal nulla culturale come quello che abbiamo attraversato in questi anni, dentro un mondo culturale essiccato e intristito da furie ideologiche, da snobismi dell’ultima ora, da battaglie prive di spessore lui ha continuato a essere seguito e amato in un modo così vasto?

Perché il sapere e il carisma di Umberto Eco è stato come una luce accesa: un modo per orientarsi, un’intermittenza nel buio. Confortava e conforta sapere che c’era qualcuno che conosceva le cose che servono, che le ha insegnate, che le ha scritte, che non si è risparmiato, e che ha sempre parlato sapendo quello che diceva. Uno che non ha mai voluto imporre niente, che non ha mai pubblicato qualcosa se non ci credeva davvero, che non ha scritto per narcisismo. Uno che non aveva bisogno di pensarsi importante, perché lo era importante, e che non si è mostrato se non era proprio necessario. Uno che non ha mai rinnegato le sue passioni, le sue idee, ma senza retorica, senza supponenza. Uno che ha difeso la sua vita privata, i suoi affetti, da un mondo che si nutre di informazioni da poco e di gossip. Uno che non ha mai parlato di cose che non fossero pertinenti al suo ruolo e alle sue competenze.

Mentre invece attorno tutto si sbriciolava. Attorno gli scrittori si facevano sempre più insignificanti e più narcisi, i professori diventavano sempre più baronali e assenti, e tutto andava in una direzione che non era certo quella che si sarebbe augurato Umberto Eco. Il paese era cambiato: lo sapeva, lo capiva e probabilmente aveva anche qualche momento di malinconia. Ma Eco era un uomo che andava, che camminava a passo svelto (non solo metaforicamente, ma anche realmente), che aveva un’idea del giusto e del dovere. Era un retaggio della sua famiglia piemontese molto all’antica. Dove la misura contava. E andava trasmessa.

Adesso molti si dovranno mettere al lavoro. Le università, i lettori, i critici. Fare quello che si deve. Continuare a leggere, capire quelle pagine, i romanzi; c’è un patrimonio immenso, di testi diversissimi, dal saggio accademico, al romanzo, al pastiche. Una carta geografica per capire questo tempo, il presente e il tempo futuro. Una enciclopedia eccentrica, fatta di punti diversi, saperi che si formano e si ricompongono in modi inaspettati. È il suo modo per tenerci tutti incollati alle sue pagine. La sua ennesima mossa del cavallo.

Umb

Lettera autografa di Umberto a proposito di una mia recensione al suo romanzo “Baudolino”. Il tono è scherzoso ed è in dialetto alessandrino. 13 ottobre 2000.

Alcuni anni fa Eco ha scritto nelle sue lezioni americane, le Sei passeggiate nel bosco narrativo: «Talora speriamo di far coincidere la nostra storia personale con quella dell’universo». In tutta la sua vita ha continuato a farlo, lasciando credere che la sua storia personale restava sempre fuori dai suoi libri, e che i suoi libri non fossero altro che universi coltissimi. Non ci ha mai creduto, alla fine. Perché in fondo la cosa più vera che ha scritto è nel Pendolo di Foucault, e sintetizza il senso più autentico di tutto il suo lavoro intellettuale: «la verità è brevissima. Il resto è solo commento».