La fotografia ha una nuova vita. Inaspettata e sorprendente fino a poco tempo fa. Merito della facilità del digitale, merito degli smartphone che permettono fotografie amatoriali di qualità quasi accettabile, merito dei social di condivisione, a cominciare da Instagram, che dànno a tutti la possibilità di pubblicare, mostrare ed esibire i propri scatti. Ma sta accadendo una strana cosa. Più si moltiplicano i dispositivi fotografici e più si sviluppa una stranissima idiosincrasia per la fotografia.

Mi spiego meglio: più si pubblicano immagini, miliardi e miliardi di foto rintracciabili sul web, e più diventa difficile scattare fotografie come si è sempre fatto. Solo da poco tempo, e per merito di un decreto, è consentito scattare fotografie nei musei pubblici. Ma in quelli privati alle volte è ancora vietato. Ci sono musei a Roma dove non si può fotografare. C’è poco da obbiettare che tutte le opere d’arte di ogni tempo ed epoca sono scaricabili dai siti internet in tutti i formati che si vogliono. Ti rispondono che è impossibile, che ci vogliono permessi speciali, che è una questione di sicurezza, di copyright, e altre sciocchezze analoghe. Perché? Non si sa.

USA. New Orleans, Louisiana. 1963.

Robert Frank, USA New Orleans, Louisiana. 1963.

Nel mondo esistono cinque miliardi di dispositivi fotografici attivi, e i social di fotografia sono i più frequentati, ma non è possibile fotografare quasi nulla. Non si possono fotografare i palazzi pubblici, tantomeno le stazioni ferroviarie, le metropolitane, gli aeroporti. E questo per motivi di pubblica sicurezza. Per lo stesso motivo non si possono scattare foto sui treni. È vietato scattare fotografie di palazzi privati. Perché si viola la privacy. È vietato fare foto anche di un cortile interno, di un chiostro e quant’altro. Ma soprattutto è vietato e rischioso fotografare le persone. Se qualcuno mi fotografa per strada e io non so il perché posso protestare, arrabbiarmi, esigere il file, la scheda, e quant’altro. Non posso pubblicare immagini di persone fisicamente riconoscibili anche se sono in un luogo pubblico, o a una manifestazione aperta a tutti. Perché? Non si riesce a capire. E non posso fotografare i bambini. La polizia postale sconsiglia di pubblicare sul web foto di bambini, anche dei propri. Ci sono i pedofili in agguato. Ed è comprensibile. In Francia le regole sono molto rigide anche se si tratta dei propri figli. Accadrà anche in Italia. Questo è un mondo che ha perso ogni privacy, ogni difesa: spiato, monitorato, seguito nei propri gusti e nelle proprie scelte sul web, profilato, come dicono gli esperti di marketing. Ma poi se scatto una fotografia di un signore che beve un caffè, sto compiendo un gesto irrimediabile, e se fotografo un bambino che dà un calcio a un pallone alimento pericolosissime perversioni.

Henri Cartier-Bresson, Germany, 1962. West Berlin. The Berlin wall.

Henri Cartier-Bresson, Germany, 1962. West Berlin. The Berlin wall.

La fotografia vive da sempre di bei paesaggi, ma anche di persone, di sguardi, di volti, di sofferenze, di intensità. Tutti i più grandi fotografi del mondo, quelli che sono passati alla storia hanno lasciato archivi sterminati di uomini, vecchi, giovani, bambini, donne. Andiamo a vedere le loro mostre e troviamo quei ritratti. Sono reportage, appunti su quel presente, ci dicono tutto dell’America della Grande Depressione come sulla Roma della Dolce Vita, della Parigi dell’esistenzialismo, o della Spagna della Guerra Civile. Ma raccontano anche la vita quotidiana di ogni giorno. Amiamo Cartier Bresson, Lewis Hine, Robert Frank, Robert Doisneau, Gianni Berengo Gardin, e Steve McCurry, anche per questo: per quello che hanno visto e ci hanno restituito. Hanno fotografato bambini e grandi, hanno raccontato storie che erano storie pubbliche, della nostra società, del nostro vivere. Oggi avrebbero cambiato tutti mestiere, a meno di non girare con pacchi di liberatorie, a meno di non discutere con ogni soggetto ripreso, litigarci, dimostrare che scattare in un luogo pubblico, per strada, in un teatro, in un caffè, non è un gesto invasivo, non deve procurare diffidenza, non va considerato come una violazione delle libertà individuali.

Sebastiao Salgado, India.

Sebastiao Salgado, India.

Invece non è così. Nel nostro bel mondo occidentale siamo tutti tutelati, garantiti, protetti dal nulla, dalle nostre manie e dalle nostre ossessioni. In Francia rischi il carcere se pubblichi le foto di tuo figlio, e multe fino a 30 mila euro. Lui potrebbe un giorno contestare questo tuo gesto e chiederti i danni. Tutti siamo ossessionati dalla nostra immagine. Ci arrabbiamo con un fotografo che scatta mentre mescoliamo lo zucchero nella tazza del Cappuccino. Chiediamo conto a chi ci ha ritratti, e poi riempiamo i social di nostre immagini private, mostriamo le nostre stanze, i nostri vestiti, il nostro cibo, i nostri oggetti e qualsiasi cosa ci riguardi. Ma non è questa l’unica schizofrenia. Perché tutta questa privacy vale solo in occidente. Un bambino di Milano non si può fotografare, uno di Caracas si può immortalare eccome. E si può fare con un ragazzino in Senegal, e si possono scattare ritratti di donne e vecchi, magari malati, a Calcutta, e le popolazioni indigene nude del centr’Africa o dell’Amazzonia. Lì non ci sono scrupoli. Scatti in Cina, in India, in Brasile o in Etiopia, in Giordania. Nessuno vuole liberatorie, non servono i nomi. Solo da noi gli scatti sono impossibili. Solo da noi c’è un’umanità da proteggere da questo mezzo terribile e pericoloso: la macchina fotografica.

Ormai tutti sono convinti che trovarsi davanti a un obiettivo fotografico che ti ritrae è una sfrontatezza, un gesto intollerabile, che va fermato, che bisogna giustificare. La maggior parte delle immagini che abbiamo visto nelle mostre, nei musei, sui giornali e che più amiamo, sarebbero impubblicabili o distrutte. Sempre che non si vada altrove. La dove le regole sono diverse. Perché sono poveri, perché non hanno nome, perché hanno cose più importanti e più tragiche a cui pensare, però magari riescono persino a sorridere all’obbiettivo.