Il web, e poi i social che a loro modo stanno diventando il web, ci chiede di continuo di formulare domande. Google ha una finestra dove si scrive una frase, si chiede qualcosa, e si attende risposta. Spesso sono soltanto parole allineate che servono a centrare un argomento. Altre volte sono vere e proprie domande che non possono avere alcuna risposta sensata, ma generare un’idea di risposta, che ormai è diventata sinonimo di soluzione. La risposta non è un modo di inteloquire ma deve risolvermi il problema. Per cui se chiedo a Google in quale cinema più vicino a casa proiettano il film che voglio andare a vedere e lui mi risponde in modo corretto, ho risolto un problema. Ma se gli chiedo quale autore ha raccontato meglio l’amore in una poesia, la risposta è sempre sbagliata, anche se Google mi dicesse: Catullo. Perché cercare una soluzione dove invece si dovrebbe impostare un dialogo è un errore a cui non si può rimediare.

Da anni si discetta sui pericoli del web e dei social network. Nelle ultime settimane c’è tutto un dibattito se sia corretto pubblicare le foto dei propri figli. E la rete, come sempre si è spaccata (come se poi fosse mai stata integra e unitaria). Sono problemi importanti, si sa che mostrare i propri figli minori è un azzardo, e sarebbe meglio avere più privacy. Ma al tempo stesso Marc Zuckerberg annuncia al mondo, dal World Mobile Congress che il futuro sarà il video, internet per tutti, le reti sempre più veloci 5G, la realtà virtuale. E così ci si potrà mostrare ancora meglio.

Ma tra le domande a cui Google non sa rispondere c’è naturalmente quella non tanto della frantumazione di tutte le privacy, semmai dell’implosione. La tecnologia ha spostato il suo asse, da strumento per risolvere i problemi ad altoforno che macina e cuoce tutto quello che esiste trasformando la realtà in un’altra cosa, che prima non c’era. Non si tratta di permettere a un nonno islandese di chiacchierare ogni giorno con il nipote in Tasmania come lo avesse nel condominio di fronte al suo. Si tratta di inventare abitudini prima inesistenti.

Pubblicare le foto della propria famiglia su Facebook, del proprio bimbo nella culla o del sushi appena preparato, non è come mostrare l’album di famiglia agli amici o invitare i parenti a cena ed esibire il piatto con entusiasmo ed orgoglio. È un’altra cosa: è la realtà virtuale. Ed è forse per questo che è ancora complicato convincere la gente a mettere gli occhiali che ti proiettano in un mondo virtuale che sembra vero. E questo per un motivo: che è quello vero a sembrare virtuale, per cui è lì la scommessa del futuro.

Zuckerberg non lo sa. Al punto che si è comparato l’azienda Oculus per inventare una nuova forma di virtualità. I genitori che pubblicano le foto dei loro figli lo sanno bene invece: pensano che viviamo in un mondo che non ha più bisogno di privacy semplicemente perché non è un mondo vero. Come non sono vere le foto dei profili di facebook anche quando sono vere. Nel senso che scegliere un profilo, un’espressione, un tipo di posa vuole dire già decidere che tipo di inganno identitario si vuole compiere sui social. A meno di non decidere di pubblicare le foto segnaletiche: fronte, profilo destro e profilo sinistro.

In questo mondo virtuale dei social non c’è spazio per la privacy: perché è un inciampo in bianco e nero in un mondo a colori. I social funzionano se non sono filtrati. Se li chiudi non rendono più. E la privacy è nemica del sistema. A meno di non chiedere di sbloccare un iPhone. In quel caso le cose cambiano. Tutti solidali con Apple: da Google a Facebook. «Daresti le chiavi di casa tua a chi te l’ha venduta?», dicono alla Apple. Certo che no. Ma permetteresti a tutta la città di entrare e uscire da quella casa attraverso pareti di vetro, e anche spalancate, che mostrano tutto? A quel punto il portoncino ben chiuso serve davvero a poco. Ma anche questo è marketing. Bello far pensare a tutti che i nostri segreti siano inviolabili persino dall’Fbi quando le Over the Top, ovvero le grandi imprese mondiali che controllano la rete, hanno reso questo mondo il più violabile e privo di privacy che esista.

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